Archivi tag: arianna gazzola

Il viaggiatore

Un uomo cammina, e va alla morte. Non se ne chiede il motivo, non ne trova consolazione. Ma, in un attimo, pensa. Al confine che dovrà oltrepassare senza pelle né ossa, senza più piede, senza più passo, all’altro uomo, volente o costretto, che aggiungerà la sua testa a tutte quelle già conquistate col potere del suo ferro, all’ultimo momento di perdono, implorato agli uomini, come raffinato congedo prima del sangue. In fondo è solo un condannato alla morte, tra i mille che sotto ai propri errori periscono, ma sopra alle nostre carte, ancora oggi, sanno delineare l’esempio umano di un incontro al mistero, di uno scontro sussurrato. Il rancore o il perdono. Continua a leggere

Annunci

Commenti disabilitati su Il viaggiatore

Archiviato in Festival del Diritto

La dignità che abito: Moni Ovadia

Se verrai al mondo in mezzo a un momento di dignità, il primo uomo che incontrerai sarò io. Io, un uomo partorito tra storie divine, fatto di terra e polvere, servo, di un entità creatrice lontana, sovrano, di un destino da costruire, padre, di un popolo instancabilmente vivo, narratore, di storie dal fiato infinito, specchi di un ieri leggendario come di un domani senza contorno, predicatore, di disgrazie e di buone novelle: e mi vedrai sparire, come se ne va il personaggio di un romanzo, come un tornado di voce umana. Perché io sono il personaggio di un romanzo. Perché io mi chiamo Abramo. Continua a leggere

Commenti disabilitati su La dignità che abito: Moni Ovadia

Archiviato in Festival del Diritto

Tu che conosci il cielo

Quella di Cecilia potrebbe sembrare la storia di una ragazza qualsiasi: un’infanzia felice, una famiglia salda e serena, un buon rendimento scolastico, la fase dell’innamoramento nel periodo adolescenziale. Ma è proprio a questo punto che sorge alla luce la vera differenza, la vera svolta.
Cecilia si è innamorata, ma si è innamorata di Dio: un amore incontrollabile, il cuore è così pieno d’amore da volerlo dimostrare a qualsiasi persona, tutto ciò che esiste assume un valore al di sopra dello spirituale.
Oggi Cecilia  fa parte delle suore Carmelitane, ha deciso di farsi suora di clausura con l’intento di amare tutti, nessuno escluso.
“La clausura ti apre all’amore”.
Il percorso di Cecilia non è stato sempre facile: la famiglia contraria, la quotidianità persa, la mancanza della sensazione del sole e della neve, l’assenza dell’abbraccio forte della mamma, gli amici che non puoi più frequentare.
Ogni tanto si sentiva fragile, quasi prossima a sgretolarsi; ma la forza la puoi trovare solo in te stessa, solo nella compulsiva ricerca di un’astratta felicità, ancora così imperfettamente lontana. Allora ti asciughi le lacrime, ti lavi via i dubbi e decidi di continuare a camminare sulla strada che ti sei prefissata, che conduce alla salvezza.
“Le emozioni non chiare diventano verità”L’imperfetta vita di Cecilia ha iniziato ad acquistare il significato che da tanto cercava facendo la suora di clausura. Ogni minimo gesto dal rapporto con altre persone, impercettibilmente ridotto ad uno timido sguardo, alla sensazione di pienezza tipicamente derivata dalla pura soddisfazione,  e persino il rapporto con Dio produce emozioni nuove la cui gestione è ancora sofferta e macchinosa: è come innamorarsi, ti senti amato, è una cosa che da senso a tutto e che incide su ogni cosa.
Per lei la cella è il nostro salotto con il camino acceso, sono le emozioni che prendono fuoco e che si
alimentano con l’amore, la preghiera e con il silenzio.

“Si impara che nel silenzio tutto ha un eco più grande”.La vita di Cecilia è in ogni impercettibile gesto devota a Dio ed agli altri.
La sveglia mattutina è fissata per le 5:30: orario della prima preghiera giornaliera. La giornata è divisa in orari fissi ed è soprattutto vissuta nel silenzio. Si alternano momenti di totale solitudine a momenti di comunità.
Senza il silenzio si vive superficialmente, tutte loro lo sanno. La giornata è disposta però anche nel lavoro di comunità dove si svolgono i lavori di casa, si apprende l’arte del ricamo e ci si confezionano i vestiti con le proprie mani.
Sono organizzati momenti di ricreazione nei quali si ha la possibilità di confrontarsi con le altre sorelle riguardo tutto ciò che più le interessa.
La femminilità si sviluppa, solo in un modo diverso. Non esiste il truccarsi, il tirarsi i capelli o il farsi un bagno caldo. La femminilità si sviluppa con gesti diversi: nel prendersi cura di una persona e di farla crescere benché ciò sia fatto da lontano.

“L’amore arriva anche senza il contatto, l’amore è libero, non lo puoi stringere tra le mani”.

In che termini è quindi diversa Cecilia?
Sicuramente è diversa nell’insolito modo in cui a deciso di prendere in mano la sua vita, ma scrutando le sensazioni autentiche si percepisce solo una diversità superficiale.
Cecilia vive i suoi vent’anni cercando di donare la sua vita ad altre persone. Ma Cecilia siamo noi. È una ragazza che rispetta i suoi impegni, che si batte per ciò a cui crede, che tutti i giorni si rapporta con altre persone, che crede nel suo futuro, che percepisce sensazioni, che si emoziona per le piccolezze.
È una ragazza che basa la sua diversità sulla sua scelta di vita, sul luogo in cui si svolge la sua vita, sulle azioni fisiche di cui si costituisce la sua vita.
Ma la sua diversità è percepibile solo in superficie: è come quando l’acqua si mischia con l’olio, quest’ultimo accarezza solo il pelo della superficie ma la sua essenza rimane al di sotto.
La sua diversità è la nostra molteplicità.
Come diceva Platone tolto il superfluo rimane l’essenza.
“La fede è come l’amore, o ti fidi o non ti fidi”.
Testo di Michela Negri | Foto di Sofia Baldi

Commenti disabilitati su Tu che conosci il cielo

Archiviato in Attualità, Interviste

La dolcezza della regola: “Impariamo ad ascoltare la musica”

La settimana di Flessibilità (comprendente il periodo dal 13 al 18 febbraio 2012), organizzata ogni anno dal Liceo Ginnasio Statale Melchiorre Gioia, prevede una serie di corsi di approfondimento, scelti dagli studenti, per rendere più interessante la vita scolastica e più vasto l’orizzonte culturale dei ragazzi. Tra le opzioni previste quest’anno spiccava il corso “Impariamo ad ascoltare la musica”, un excursus nella concezione musicale dal Medioevo al Romanticismo, tenuto dalla professoressa Caponetti e conclusosi sabato 18 febbraio 2012, presso la sede del conservatorio Nicolini, dove ha avuto luogo un breve concerto in cui sono state condensate tutte le nozioni imparate durante i giorni di lezione.

La melodia che sento non è un susseguirsi di precetti, o regole, a cui qualcuno si è attenuto nel comporla: sono solo tante emozioni, che nuotano insieme e si mescolano al mio suono, dando vita a quell’estraniarsi meraviglioso che prende, dovunque tu sia. Questa era la mia concezione della musica, pensando a quelli che preferiscono al rumore del mondo quello, magico e rassicurante, di ciò che passa oltre le cuffie, o a quelli che si lasciano rapire dal senso di potenza che l’atmosfera di un concerto può dare, sorvolando serenamente se una nota non è al posto giusto. Oggi ogni aspetto della cultura, non solo la musica, viene trasfigurato sotto la luce delle emozioni, e non sotto quella della ragione, dimenticando così che l’opera d’arte, per esser così perfetta, necessita di un talento soppesato e racchiuso da un sapere esperto, che lo possa indirizzare verso una via più sicura e veloce, più vicino al cuore, ma anche alla mente. Per questo, davanti all’invito “Impariamo ad ascoltare la musica”, la risposta non è stata solo quella schiacciante dell’anima, che la musica la sa già ascoltare, ma dell’intelletto, amante distaccato. Nell’esposizione, l’ascolto, il commento in classe non fluivano solo le sensazioni di fascino di orecchi affamati di piangere, o di ridere, ma soprattutto l’ammirazione verso un canale di espressione che non negava la compresenza di razionalità e sentimento.

L’evento, che prevedeva l’esecuzione di alcuni brani cantati o semplicemente eseguiti senza alcun accompagnamento musicale, è stato introdotto e presentato agli studenti dal professore Massimo Cottica attraverso una prima distinzione tra la musica lirica e la musica vocale da camera, per poi proseguire con l’ascolto diretto delle melodie, che spaziavano tra epoche e continenti lontani, ma accomunati da un uguale senso di raffinata compostezza propria della musica lirica da camera, privilegiata nel corso delle differenti interpretazioni. È stato quindi il soprano Ji Sang Kyung ad aprire l’evento con i due brani “Auch kleine Dinge” di Hugo Wolf, lied contenuto nella raccolta di componimenti “Poesie Italiane” tradotte dall’italiano al tedesco, e “Fleur de blé”( Il papavero), canzone d’amore di Claude Debussy. Ad essa è seguito il tenore Bernardino Di Domenico, interprete della “Musica proibita” di Stanislao Gastaldon e di “Ideale” di Paolo Tosti, e quindi l’esecuzione, da parte dello stesso Massimo Cottica de “L’isle joyeuse”( l’Isola gioiosa) di Claude Debussy, preceduta da un’analisi delle caratteristiche formali e stilistiche delle composizioni del musicista, mentre a concludere l’ascolto sono stati il soprano Sachika Ito e Federico Lisandria, con la sentita interpretazione della “Bachiana Brasileira” di Heitor Villa-Loboso, testo in cui viene messa in risalto la forte e drammatica concezione del compositore riguardo alla vita e alla morte. A facilitare la comprensione ed incrementare il piacere dell’ascolto sono state poi volte le spiegazioni di Massimo Cottica, inserite tra un’esecuzione e l’altra e utili soprattutto per inquadrare il pezzo musicale in un tempo ed in una mentalità. L’interpretazione musicale, coerente con il contesto in cui gli stessi interpreti hanno voluto collocare le melodie, offrendole alla carezza del mondo moderno, si è trovata perfettamente simile a quella che doveva essere propria di un antico salotto di moda in cui veniva eseguita la musica vocale da camera ed in cui la voce vibrava contenuta, dando accenno di espressività ma senza alterarsi ne trasfigurarsi, in un dolce moto di magia che di un quadro di vita tranquilla lanciava solo una sfumatura.

Li guardo e non riesco a credere che stiano sentendo ciò che cantano, che anche solo il pensiero di essere strumenti del passaggio dall’arte più pura all’orecchio più sordo non li tocchi: stanno fermi, e quel suono che prenderebbe me se solo lo ascoltassi un’altra volta, per loro sembra quello di passi lontani, o il rumore di un vento che soffia altrove. Sembra, ma non è. Se li si guarda bene, appare con imponente chiarezza l’evidenza di un passo, o di espressione, forse smorfia, che li trapassa, oltre le facce che devono fare gli interpreti standard, stereotipati dalla massa. In questo momento anche la musica, che, abituati a considerare fiume delle emozioni, inseguiamo con fiducia, mi appare come l’insieme di tante figurine, punti di uno stesso disegno frutto della stessa matita, posati dopo essersi trovati su uno stesso spazio. La grazia della musica di questa stanza in fondo è quella di tenere ancora nelle proprie mani il potere di stabilire un ponte tra la razionalità degli schemi matematici che la fanno esistere e la sensibilità che la rende amabile: snaturata di questo, fuori nel mondo, suonerebbe come quelle arie che, a furia di trovarsi nella bocca del popolo, può perdere di significato, ed essere addirittura fraintesa.

Sul concerto presso il Conservatorio Nicolini verrà scritto un articolo, sintesi e documento dell’esperienza scolastica vissuta, e testimonianza di quanta affascinante ma sconosciuta melodia vi sia ancora da recuperare nel mondo, e da portare all’orecchio della massa, così da ammaestrarla alla bellezza.

Sul concerto presso il Conservatorio Nicolini l’articolo che verrà scritto potrà dire solo quando e dove si è tenuto, alcuni nomi che la volontà di ciascuno sceglierà se tenere a mente, qualche informazione sulla storia della musica, in grado di arricchire, seppur di poco, l’orizzonte culturale, o di suscitare un barlume di curiosità. Ci sarebbero anche altri messaggi, ma poco importanti. È  come quando si ascolta una canzone: certe note rimbombano, altre sussurrano.

Arianna Gazzola

Commenti disabilitati su La dolcezza della regola: “Impariamo ad ascoltare la musica”

Archiviato in Vita di scuola

L’anima ha gli occhi trasparenti

La libertà ostentata dal fisico è quella professata dall’anima. Vero, per una società, come la nostra, che si fonda sui valori della fisicità, in grado di diventare la ragione e il senso dei rapporti umani, per ognuno, singolo, che sente la propria vita come vincolata alla materia animata, quasi che dentro, nell’essenza, non ci fosse nulla, e se vi fosse, non fosse funzionale ad altro se non al soddisfare la richiesta della carne in superficie. Guardando al mondo che nasce davanti alle personalità acerbe, sembra oggi che l’unico modo, per essere notati e prevalere al di sopra dei miliardi, sia quello dell’ostentazione del fisico e dello spettacolo del mostrarsi gridando alle facce abituate allo strano la voglia incessante di far impressione, per lasciare la traccia. La traccia che lasciano le Femen, associazione femminista fondata nel 2008 a Kiev e ormai diffusa in tutta Europa, dopo essersi imposta all’opinione pubblica per la forza delle partecipanti, “nude e libere” in mezzo alla gente, è simile a quelle che si raccolgono dopo la furia del tornado che, coinvolgendo il mondo in una danza senza regola, è capace di toccare e scombussolare con la stessa forza e brevità che lasciano sgomenti, o incerti.

Le ragazze che, prese dall’obiettivo delle macchine fotografiche nei momenti di massima tragicità, urlanti nel ruolo di guerriere che si dipinge loro sul viso, sanno suscitare il sentimento di curiosità e di stupore che la loro nudità espone, con forza: attirano l’attenzione del mondo, trasformandosi in tramite verso quelli che sono i problemi più profondi e le questioni più laceranti, così da rendere l’esibizione un tentativo di richiamo e di dissenso a quell’idea di ingiustizia che, dall’inizio dei tempi, continua a dare eredi imbevuti del suo stesso progetto.

Ma lontano dall’immagine, pungente e sensazionale, è difficile ricordare lo scopo del gruppo di femministe, e il loro senso di esistere. Pensano la donna, e in particolare il corpo che abita, come lo strumento per intimorire e farsi valere, per catalizzare lo sguardo collettivo, per essere libere. La libertà è sentire il tutto come tuo, anche solo per lo spazio labile dei commenti sprezzanti o delle critiche bigotte, ed apparire nello “splendore” di un essere forte a cui piacerebbe non aver bisogno degli occhi degli altri. Ma il corpo, che le femministe di oggi buttano con sfrontatezza in pasto alla vita degli uomini, nelle manifestazioni pubbliche, e delle macchine, sui social network e negli schermi delle televisioni, ha bisogno di essere guardato, non importa se con stupore o malizia, se con ammirazione o sdegno, se con compassione o approvazione: davanti al corpo l’anima, che pur lo può portare ad un processo di bene, oggi quasi si arrende e si assoggetta, quasi si piega, come se l’indignazione di ragazze dai sani principi non fosse contro le dittature o contro la triste storia del torto alle donne, ma l’occasione per far vedere come si è belle, nel costume di oggi.

Il pensiero della protesta viene dalle voci, impresse nei cartelloni e lanciate nell’aria che nel giorno le accoglie tutte: le facce, benché diverse, non sono volte ad esibire la piacevolezza di un dono estetico, né si sentono decise per il timore degli altri. Di fronte al paese che non sa ascoltare, e agli individui che usano solo gli occhi, la vera libertà, pura e senza sfumature, è quella delle idee, per le quali nessun corpo è bello o brutto, giovane o vecchio, nessun essere ha bisogno di salire su un palcoscenico fittizio, nemmeno per una buona causa. La paura, che muove dalle fondamenta e rivoluziona davvero ogni aspetto del vivere, non ha più bisogno di uno schiaffo al senso comune, ma può germogliare anche tra quattro mura, e non guardarti mai in faccia. La sensibilità non è legata allo schermo della realtà rappresentata, e l’impulso alla trasformazione si pone lontano dall’immagine che la nostra luce riflette. L’anima ha gli occhi trasparenti: le servono solo per indagare, e non accontentarsi del riflesso.

Arianna Gazzola

Commenti disabilitati su L’anima ha gli occhi trasparenti

Archiviato in Attualità