La dignità che abito: Moni Ovadia

Se verrai al mondo in mezzo a un momento di dignità, il primo uomo che incontrerai sarò io. Io, un uomo partorito tra storie divine, fatto di terra e polvere, servo, di un entità creatrice lontana, sovrano, di un destino da costruire, padre, di un popolo instancabilmente vivo, narratore, di storie dal fiato infinito, specchi di un ieri leggendario come di un domani senza contorno, predicatore, di disgrazie e di buone novelle: e mi vedrai sparire, come se ne va il personaggio di un romanzo, come un tornado di voce umana. Perché io sono il personaggio di un romanzo. Perché io mi chiamo Abramo.

Un nome che alla bocca di Moni Ovadia si affaccia costantemente, con un cadenza sfuggevole eppur degna di attenzione. Il nome, che ora più che mai riempie tutto il suo essere simbolo, di un comunità affamata di senso, donatrice di senso, in passato calpestata e perduta, ma sempre, ed ora, ritrovata: la comunità ebrea. Non cercando il sentimento di pietà o il momento di commozione, senza la lacrima che può scendere con la stessa facilità di un giudizio dissennato, essa diventa portatrice del significato cardine di questa sera, del suo scopo proposto: essa è l’altro, come segno di un nemico teorizzato e divenuto carne, e il noi, di una lotta verso il cambiamento dentro e fuori una società imperfetta. Essa è, attraverso il fiume di parole, la scatola della sua avventura, in cui la ricerca si fonde con il ritrovo, l’identità con la differenza, e al contempo la tenda verso quella avventura che si vive e si legge oggi: nel suo romanzo divino, le cui pagine volano pure tra le dita di una fetta di umanità, si generano e si distruggono momenti di lucidità verso le finestre della modernità, mostrandoci come fosse già così chiara la parità tra i sessi, la difficoltà nel riconoscersi figli diversi di una stessa natura, l’autorità di un Padre contro cui poter litigare, e la dignità di un uomo di fronte a se stesso.

Pregando su un romanzo divino, gli Ebrei sapevano che oggi la vita sarebbe stata difficile fuori dai confini della patria, e della propria mente, che il mondo sarebbe stato sedotto dall’idea di vivere in conflitto con l’altro, il nemico figlio e fratello, e che si sarebbe spartito in parti eque la soddisfazione di sofferenza, e di travaglio, verso lo straniero di ogni epoca e paese, alla ricerca di una scudo contro un tormento interno, sempiterno, del cambiamento intimo. Perché il dittatore e il colonizzatore, e così pure il colonnello e il debitore, e così come il politico e il conservatore, e così come ogni individuo che pone le sue tracce di vita, sente un altro camminargli al fianco, con una mano incerta tesa, e un occhio sempre volto all’orizzonte, nell’attesa di una venuta, o di una partenza.

Pregando su un romanzo divino, gli Ebrei tremavano rendendosi conto che gli uomini erano così capaci di sentirsi al centro di un mondo mirabilmente disegnato da voler essere i soli, e così soli da non desiderare l’arricchimento di una mano di diverso colore, per una sorta di tranquillità neutra, assassina dell’evoluzione: tremavano pensando che, in un avvenire nebuloso, i bambini del sud e del nord si sarebbero capiti senza parlare, che una donna sarebbe uscita di casa non solo per andare a fare la spesa, che Occidente e Oriente sarebbero divenuti solo nomi vuoti per una stessa campagna, e che il guaio più bello sarebbe stato una vita senza false certezze.

In bocca a Moni Ovadia tutto sembra diverso: la Bibbia sembra un romanzo, gli Ebrei narratori di storie che ci riguardano, e ci riguarderanno, le loro vicende un ritratto di idee che tratteggiano quadri, le piccole, presunte sfortune delle società attuali pietre già scritte di un ponte di pianto.

E in tutto questo Dio, senza bisogno di chiesa o di angelo, senza la sensazione di uno spirito, Dio assomiglia a una cosa sognata, a un diritto negato e ripreso, a un dono conquistato: Dio assomiglia alla dignità, che le generazioni cercano, e vogliono trovare nella giustizia che ritengono più umana, rendendola cosa umana, tenendola vicina, tra il caldo della loro mente fervida, ma talvolta allontanandola, per paura del suo logorio in mezzo a tante, e diverse, richieste. La dignità, che si pone, ma non è sempre posta, tra i diritti inviolabili dell’uomo, trasmettibile in un progetto di sapienza, e in una parola di saggezza. Quella di stasera, giovedì 27 settembre, in un festival che insegna a parlare, per bocca di un uomo, che giustifica il senso, grande, di essere uomini.

In bocca a Moni Ovadia tutto è diverso, tutto è nuovo.

Indipendentemente da ciò che siamo, non è mai stato tanto emozionante essere.

Se verrai al mondo in mezzo a un momento di dignità, spero che la guarderai con cura, prima di inseguirla: con ogni tuo mezzo la cercherai, e le tue forze saranno piene e fiere di starle dietro in una lotta incessante contro il tuo senso del pregiudizio, mentre gioirai nel garantirla alle anime intorno a te, e a quelle lontane, remote o dimenticate, perché esse sono uguali, per sempre. Il diritto si inchinerà a lei, e le società la preserveranno dal rischio di morte o di invecchiamento, gli uomini si faranno promotori di essa, e il mondo sarà diverso. Guardala, è il tuo fiore. Abitala, è la tua casa.

Arianna Gazzola

Advertisements

Commenti disabilitati su La dignità che abito: Moni Ovadia

Archiviato in Festival del Diritto

I commenti sono chiusi.