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Le nostre nuove prime!

Ecco le nuove classi prime dell’Anno Scolastico 2019/2020.

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PRIVACY E SOCIAL: i ragazzi si confrontano sui rischi e sulle abitudini dei nuovi mezzi di comunicazione con un esperto

Nel mese di febbraio, la nostra classe, 2LB, insieme alla classe 1LG, ha partecipato al progetto “Privacy e Social” proposto dalle insegnanti Maria Grazia Freschi e Lucia Vaienti e tenuto dall’esperto Gianluca Dadomo. Durante il laboratorio abbiamo analizzato alcune scene di film allo scopo di informarci sui rischi che corriamo ogni giorno utilizzando le piattaforme digitali, attraverso le quali siamo costantemente manipolati senza rendercene conto.
Riportiamo una breve intervista all’esperto.

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Inquinamento ambientale e crisi economica. La “decrescita felice” può aiutare l’Italia a risolvere i due problemi in un’unica mossa?

“Decrescita felice” vs crescita infelice.
Chi sa realmente cosa significa ‘‘decrescita felice’’? Vogliamo diventare protagonisti del nostro tempo ed aiutare l’Italia ad uscire dalla crisi riducendo l’inquinamento? Scopriamolo insieme, riprendendo quanto emerso dalla conferenza di Maurizio Pallante, al Caffè letterario del liceo Gioia, alla quale abbiamo partecipato venerdì 22 marzo.
E’ necessario precisare che le parole crescita e decrescita cambiano significato in base al contesto in cui vengono inserite: in ambito economico-sociale, secondo l’immaginario comune, la prima significa miglioramento, la seconda peggioramento, perché la parola crescita è stata associata all’aumento del prodotto interno lordo, il PIL, ovvero al valore monetario delle merci destinate ai consumi che, tuttavia, può essere considerato un indicatore valido solo se la merce coincide con il bene e se il bene può essere comprato.
In realtà, infatti, non tutte le merci sono beni, come nel caso dell’energia termica e del cibo che si butta, che possono trasformarsi in danni per l’ambiente. D’altro canto, non tutti i beni sono merci: alcuni si possono auto produrre, come ad esempio le verdure dell’orto, altri si possono donare, in un sistema di relazioni fondato sulla solidarietà.

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Gli ignavi oggi

Si diceva che nel 2012 sarebbe finito il mondo, che l’apocalisse sarebbe arrivata e poi se ne sarebbe andata portandoci via con lei per ridare alla Terra un nuovo inizio.
Nel 2012 avevo dieci anni e mi ricordo ancora cosa avevo pensato mentre tornavo a casa da scuola quel fatidico 12/12/2012: “Se il mondo finisse oggi, domani dove sarò?”.
La risposta alla mia domanda è arrivata quando, il mattino dopo, aprendo gli occhi, mi sono ritrovata davanti la mia cameretta e mia madre che mi diceva che era ora di alzarsi.

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La dignità dell’uomo tra individuo e mondo

1548753859_U.S.-navy-photo-by-Chief-Information-Systems-Technician-Wesley-R-Dickey-ReleasedIl 6 febbraio 2019 all’Università Cattolica di Piacenza si è svolta una conferenza tenuta dal Professor Umberto Curi, filosofo e docente dell’Università di Padova, su un tema che ultimamente ci tocca in particolar modo e ci pone quesiti continui: l’immigrazione. Curi afferma che il dibattito teorico-analitico sul tema dell’immigrazione è inchiodato su 2 parole chiave: accoglienza e respingimento. Negli ultimi anni si è instaurato tra di esse un rapporto paragonabile a un “dialogo tra sordi”, in cui nessuna delle due parti vuole ascoltare le motivazioni delle scelte dell’altra. Si è deciso allora di provare ad impostare un ragionamento su questo tema utilizzando un modello analitico: il primo passo in questo ragionamento è costituito da ciò che è costantemente ribadito, senza differenza tra destra e sinistra, cioè la distinzione tra profughi richiedenti asilo (che devono essere accolti) e migranti economici (che non provengono da zone di guerra ma di povertà). I primi hanno diritto ad essere accolti, i secondi invece vengono considerati clandestini, abusivi, delinquenti ed anche potenzialmente terroristi. Curi ci chiede allora di provare a fare un passo avanti ponendoci le seguenti domande: Chi è il migrante economico? Perché centinaia di migliaia di persone affrontano l’incertezza ed il pericolo estremo pur di arrivare in Europa? Da quale condizione vuole evadere?
Da Report di FAO del 2011 (costola di ONU che ha il compito di aggiornare i dati su povertà e fame nel mondo) sappiamo che, dei circa 6 miliardi di abitanti del pianeta, 2 miliardi ed 800 milioni dispongono di 2 dollari al dì per sopravvivere, mentre 1 miliardo e 200 milioni di meno di 1 dollaro. I decessi alla settimana per fame sono più di 2000 e 11 milioni di bambini all’anno muoiono per denutrizione.
E quando lo Stato dice di “aiutarli nel loro paese”, l’Italia non ha tirato fuori 1 euro per il Global Found (fondo globale per le esigenze più urgenti), né ha cancellato il debito pubblico. Ha invece modificato la quota Pil riducendola da 0.20 a 0.15.
Questi sono i migranti economici, persone che affrontano il Mediterraneo rischiando la vita. Dunque non si può pensare a queste persone come coloro che vogliono arricchirsi.
L’accoglienza va riservata a coloro che cercano di sfuggire al pericolo di morire, che sia per fame o per guerra. Non dovrebbe esistere una distinzione tra migranti “buoni” e migranti “cattivi” perché l’unica distinzione è il pericolo di vita, che derivi da guerra o da miseria.
Il giudizio sui migranti “economici” da parte dei politici attribuisce uno stigma, un marchio negativo a queste persone. La questione difficile da accettare sta nella contraddizione dei nostri governi che si basano sull’economia ed esaltano l’Homo Economicus, ma se è l’altro a farlo diventa una pratica negativa.
Se siamo umani, siamo consapevoli che un migrante che ha abbastanza soldi per poter vivere nel paese d’origine, non emigra e che se una madre ha un bimbo che sta morendo, non verrà fermata certamente da un decreto! La verità elementare è che o si riesce a rendere meno drammatico lo scarto tra la nostra opulenza e la miseria dei paesi africani o non sarà possibile fermare l’immigrazione.
Una storia che mi ha colpito particolarmente e che vi lascio per riflettere è quella di Abdul, che ha affrontato a piedi dal Sud Sudan alla Libia, dove è stato carcerato e torturato, è poi riuscito ad arrivare in Europa e poi a Calè dove ha deciso, nella disperazione totale, di attraversare correndo i 52 km di tunnel della Manica percorso da treni ad alta velocità, rischiando di morire. Arrivato in Inghilterra è stato arrestato e incarcerato per 6 mesi e poi assolto da un giudice inglese con una sentenza che ha sdegnato molti altri giudici: “ciò che ha fatto è ciò che poteva fare in quanto disperato”.

Marta Cecilia Marazzi, VscA

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Cose di Cosa Nostra

falcone_borsellino_biografia-breve_due-minuti-di-arte.jpg Con il termine ‘MAFIA’, si indica una qualunque organizzazione criminale che mira alla gestione del potere e al controllo di un determinato territorio e della società che vi appartiene, basata su legami familiari e sull’omertà. È regolata da riti che gli affiliati, che hanno l’obbligo di sottostare ad un capo, sono tenuti a rispettare.
L’estorsione mafiosa ha avuto una diffusione che riguarda per la maggior parte il meridione, ma sarebbe un’utopia dire che si limita ad esso. Tra le estensioni più note possiamo citare la Camorra, la ‘Ndrangheta e Cosa Nostra; ed è proprio su quest’ultima che vorrei focalizzare l’attenzione.
La locuzione ‘Cosa Nostra’ si riferisce alla mafia nata nei capoluoghi della Sicilia. Le sue origini risalgono probabilmente all’inizio del 1800 quando cominciarono a crearsi delle ‘cosche, sette, partiti o confraternite’, che iniziarono ad esercitare un potere violento, servendosi anche ‘scagnozzi’. Ciò che più permise a ‘Cosa Nostra’ di ingrandirsi furono gli eventi che successero l’Unita D’Italia, in cui il meridione fu colpito da una crisi economica e lo Stato non riuscì a garantire un potere ed un controllo stabile ed accentrato: cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose, le quali presero il totale controllo dei territori dal momento in cui ne conoscevano tutti i meccanismi.
Il fenomeno mafioso continuò a persistere segretamente e furono numerose le strategie attuate al fine di contrastarlo. Dopo alcuni arresti dei boss mafiosi, i clan cominciarono a sentirsi insicuri, così decisero di emigrare negli USA, entrando così a far parte della ‘Cosa Nostra statunitense’. La trasferta portò ad una diffusione e fusione di idee finchè, nel secondo dopoguerra, numerosi mafiosi americani si trasferirono in Italia dando avvio così ad un traffico di stupefacenti verso il nord America, stabilendo dei rapporti extracontinentali.
Negli anni ’80 fu istituito un ‘pool antimafia’ ad opera dei giudici Chinnici e Caponnetto a cui aderirono i magistrati Borsellino, Falcone, Di Lello e Guarnotta. Questi raccolsero un abbondante materiale tale per cui furono inviati 493 mandati di cattura e di arresto. L’8 novembre 1985, Falcone depositò 8000 pagine che rinviarono a giudizio 476 indagati in base al pool: ebbe inizio così ciò che fu chiamato Maxiprocesso, che terminò alla fine dell’87 con 342 condanne e 19 ergastoli che furono commutati tra Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina.
Con l’inizio degli anni ’90, dopo che furono confermate tutte le condanne del Maxiprocesso, comincio anche la stagione delle stragi progettate da Riina: quella di via Capaci la quale vide protagonista Giovanni Falcone, la moglie ed alcuni agenti, nel luglio avvenne la strage di via d’Amelio, che segnò la fine della vita di Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Era il 15 gennaio del 1993 quando Salvatore Riina fu arrestato e Provenzano divenne il capo di Cosa Nostra, circondandosi solo di uomini di fiducia che cambiarono radicalmente il modo di operare negli affari della mafia siciliana. Dopo ben 43 anni di latitanza, Bernardo Provenzano fu catturato nel 2006.
Attualmente al vertice dell’organizzazione c’è Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993.
Al giorno d’oggi la mafia di tutti i paesi del mondo si unisce e collabora, avanzando le sue attività criminali caratteristiche rappresentando così un costante problema per l’umanità, per l’ordine civile e per il quieto vivere.

Sarah Petrolesi, IVscC

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DIALOGHI SULLA GIUSTIZIA intervista a Fiammetta Borsellino e Manlio Milani

In data 7 novembre circa 200 studenti del nostro liceo si sono recati al Campus Agricòle per assistere alla conferenza chiamata “Dialoghi sulla Giustizia”, organizzata dall’associazione Verso Itaca, rappresentata dalla giornalista Carla Chiappini.
Manlio Milani, presidente dell’associazione Vittime della strage di Piazza della Loggia, e Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, sono stati i due relatori principali. A seguire Ornella Favero, direttrice della testata Ristretti Orizzonti del carcere di Padova e Antonella Liotti, referente di Libera Piacenza.
Dialogo: questo è stato il principale tema affrontato dai relatori, e lo scoppio di una bomba ciò che li accomuna.
Per Manlio, la bomba scoppiata a Brescia il 28 maggio 1974, ha portato alla morte della moglie: trauma che lo ha segnato per tutto il resto della sua vita, ma che lo ha anche fatto riflettere su quanto successo.
La strage di Piazza della Loggia, ha affermato egli stesso, ha coinvolto vittime che consapevolmente decisero di aderire ad uno sciopero: per questo sono definiti “caduti consapevoli”, proprio perché consciamente decisero di recarsi in piazza. Secondo Milani, questo fatto esprime una straordinaria solidarietà umana proprio perché l’intento della bomba era di colpire l’unità e la convivenza civile, che però non sono venute a mancare.
Milani si è dunque ricollegato al tema della cittadinanza, sottolineando quanto sia importante che il cittadino assuma le proprie responsabilità nel rispetto della società e delle sue regole: in questa affermazione si ritrova perfettamente la Borsellino, che elogia il padre in quanto morto per la sua perseveranza nel difendere lo Stato.
Fiammetta sottolinea inizialmente che il rischio che si corre quando ci si trova a dover affrontare fatti così pesanti, è di rimanere bloccati nella tragedia privandosi dell’amore per la vita necessario per andare avanti… l’importanza dell’andare avanti: sostiene che staccarsi (non disinteressarsi) dalla vicenda più di 25 anni fa, le ha permesso di crescere e continuare a costruirsi una vita, in modo da poter intervenire oggi con lucidità ed equilibrio.
Intervenire attraverso il dialogo, ripete più volte Fiammetta, è importante per non trovarsi un muro davanti. Incontrando i presunti autori dell’omicidio del padre e della sua scorta, i fratelli Graviano, lei stessa ha tentato e tenta tutt’ora di instaurare un rapporto di dialogo, perché solo così si può arrivare alla verità.
Inoltre si sofferma sull’importanza di non rendere l’accaduto un semplice ricordo ma una vera e propria testimonianza di vita, al fine di trasformarlo in memoria pubblica di un popolo che veda da un lato l’assunzione di responsabilità e dall’altro la visione e l’analisi razionale di ciò che succede.
Dopo 25 anni si è scoperto che era stato imbastito un processo in cui un falso pentito parlava secondo il volere di terze persone. Per questo ammette anche che è fondamentale parlare non mossi dal dolore ma sulla base di prove certe, per non fermarsi ad una “visione superficiale” in questa continua ricerca della verità.
Si muore quando si è soli; questa, un’altra frase emblematica che Fiammetta ha tenuto a precisare nel corso della conferenza: “mio padre -afferma la figlia- è morto perché le istituzioni lo hanno abbandonato, hanno lasciato che affrontasse questa battaglia in gran parte da solo, senza aiuti; ciò nonostante, Paolo non ha mai smesso di credere nelle istituzioni perché se si smette di avere fiducia nel lavoro che esse possono compiere, si può essere certi che non ci sarà mai nessun cambiamento, nessun miglioramento della società in cui tutti noi viviamo.
Milani continua dicendo che l’esigenza di una vittima è la domanda di giustizia che risponde ad alcuni bisogni: prima di tutto quello personale, cioè sapere che la violenza subita non è rimasta impunita, e da qui quello della necessità di non essere abbandonati. La vittima deve poter capire i processi che hanno portato il colpevole ad agire. La violenza ci interroga continuamente e la vittima deve avere la forza di guardare in faccia il colpevole e di continuare nella ricerca della verità. In questo caso il segreto, la mancanza di conoscenza, è il più grave torto che una vittima possa ricevere.
Anche Manlio, come Fiammetta, ribadisce l’efficacia del dialogo: spiega che occorre essere predisposti ad ascoltare e partire dal presupposto che la persona con cui si sta dialogando sia sincera in quanto si assume la responsabilità delle proprie scelte. Anche il dolore diventa così un elemento di confronto che permette di cogliere l’umanità di colui con cui si sta dialogando.
Entrambi comunque, concordano nell’affermare che un colpevole non può morire con dignità senza prima aver chiesto perdono per tutte le sofferenze causate.
Secondo Ornella, ricerca della verità significa accettare che anche i colpevoli sono umani, e come tutti gli umani sbagliano e hanno sbagliato; questo non significa giustificare, ma cercare di capire cosa può aver spinto una persona a fare del male. È necessario lavorare per permettere alla persona di diventare consapevole del male fatto. Bisogna quindi occuparsi del cambiamento di queste persone cercando l’umanità nascosta dentro di loro e soprattutto non lasciandole sole in questa ricerca.
Domande:

-Per entrambi è importante il saper chiedere perdono, cosa ne pensate del perdonare?

MANLIO e FIAMMETTA: “Non credo nel perdono perché penso che non permetta né di vivere meglio né di arrivare alla verità; non si può perdonare in nome di chi non c’è più perché non potendo sapere cosa quella persona avrebbe voluto, sarebbe come commettere l’ennesima ingiustizia nei suoi confronti. Il perdono non serve, si può solo capire e accettare…”

-Dopo così tanti anni non vi chiedete mai se valga la pena questa continua ricerca della verità? Non pensate mai di smettere? Perché? Cosa vi spinge a proseguire in questa ricerca?

FIAMMETTA: “Quando qualcosa ti tocca così nelle viscere, quando perdi un genitore, un figlio, un fratello, è innaturale parlare di stanchezza, smettere di cercare la verità, gettare la spugna; è ovvio che è faticoso, che quando fai delle domande e non ricevi risposta, e quindi combatti senza ottenere risultati è molto frustrante: ci sono momenti di grande sconforto; ma questo non è un motivo che fino ad oggi mi ha mai impedito di proseguire. Questa lotta per la verità non si fa per sé stessi, si fa per gli altri, per i miei figli e per i vostri figli; quindi anche se io non vedrò i frutti del mio lavoro, o come diceva sempre mio padre, anche se io non respirerò il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo dell’omertà e del compromesso mafioso, probabilmente lo vedranno le generazioni future; per questo anche se spesso non si vedono i risultati nell’immediato credo che non si debba mai smettere di lottare; la stessa cosa vale per la verità: la ricerca, il lavoro, si fa perché ne godranno i nostri figli, perché io credo che un paese che vive costantemente nella menzogna è un paese che non può avere un futuro.”

MANLIO: “Non si finisce mai di ricercare la verità, né sul piano giudiziario né sul piano storico, ma io credo che sia fondamentale avere l’idea del poter partecipare, perché le istituzioni sono gli strumenti che devono essere messi a disposizione per questo scopo; ecco perché a distanza di anni continuo in questa ricerca, credo nelle istituzioni e nella partecipazione di ognuno.
-Dopo tutto quello che è successo cosa vi spinge a fidarvi ancora delle istituzioni?

FIAMMETTA: “Mio padre era un uomo di Stato, un uomo che ha lottato perché credeva nello Stato, e io credo che l’unica vera eredità morale che ci ha lasciato è questa fiducia nello Stato. La mafia ha prosperato perché si contrapponeva allo Stato, perché ci ha sempre illuso di poterci dare delle cose che è lo Stato a doverci dare: il lavoro, la bellezza, la casa, non è il mafioso che te le dà, anche se te lo fa credere. Io credo che se ci sono delle mele marce all’interno dello Stato, quelle si possono individuare e si possono eliminare; e infatti se oggi siamo arrivati a dei risultati è perché all’interno dello Stato ci sono delle parti sane che svolgono il loro lavoro e lo svolgono con onestà.”

MANLIO: “Io mi sono formato attorno all’idea del valore delle istituzioni, guardandole anche come un luogo in cui finalmente un determinato pensiero poteva entrare; ma il loro valore è inteso come strumento che regola la vita sociale di una comunità, entro la quale ci dobbiamo identificare (secondo me è un traguardo della democrazia). Le istituzioni devono facilitare la trasparenza ma soprattutto la partecipazione, perché è questo l’elemento fondamentale; partecipare non è scontato: anche il voto, che è importante, deve essere il momento in cui scelgo attraverso un percorso che ho fatto prima e non ci può essere la dittatura della maggioranza. Le istituzioni devono favorire la formazione e la formazione dei processi di responsabilizzazione. Per questo io credo di avere ancora fiducia nelle istituzioni, anche se è evidente che di questi tempi la loro autonomia è messa molto in discussione e dall’altro lato c’è sempre di più una domanda di delega che può portare a mettere in discussione la convivenza civile. Dobbiamo imparare ad assumerci la responsabilità di partecipare per riscoprire pienamente il valore delle istituzioni, che sono fondamentali in un processo democratico.”

Matilde Carassai e Alice Gogni, 3^ CLA; (Si ringrazia Marta Marazzi per il contributo)

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