Archivio dell'autore: L' Acuto

Informazioni su L' Acuto

L' Acuto | Versione online del vostro giornale studentesco preferito! Interviste, sondaggi, news e attualità direttamente sul vostro schermo!

PRIVACY E SOCIAL: i ragazzi si confrontano sui rischi e sulle abitudini dei nuovi mezzi di comunicazione con un esperto

Nel mese di febbraio, la nostra classe, 2LB, insieme alla classe 1LG, ha partecipato al progetto “Privacy e Social” proposto dalle insegnanti Maria Grazia Freschi e Lucia Vaienti e tenuto dall’esperto Gianluca Dadomo. Durante il laboratorio abbiamo analizzato alcune scene di film allo scopo di informarci sui rischi che corriamo ogni giorno utilizzando le piattaforme digitali, attraverso le quali siamo costantemente manipolati senza rendercene conto.
Riportiamo una breve intervista all’esperto.

Si può presentare e parlare brevemente della sua formazione e di quali motivi lo hanno spinto ad interessarsi al rapporto tra social e giovani?
Mi chiamo Gianluca Dadomo. Prima di scoprire il cinema in un percorso universitario, la mia realtà lavorativa consisteva nel prestare servizio come interprete per un’azienda commerciale canadese e il controllo qualità di un’azienda alimentare. Dalla prima lezione di cinema – ricordo ancora come il professore scomponeva The Prestige di C. Nolan – è cambiato tutto. Da quel momento ho lavorato come redattore e filmmaker per i più importanti siti web del panorama italiano. La ricerca di una libertà creativa come giornalista mi ha spinto a focalizzarmi sulle interviste, le analisi tecniche dei supporti Blu-ray e dei nuovi impianti sposati dalle sale, sino alla partecipazione a svariate edizioni del Festival di Venezia e all’aiuto-regia con registi del calibro di Marco Bellocchio e Giuseppe Piva.
Negli ultimi anni il mio interesse è virato notevolmente sul percorso scolastico, probabilmente per il timore che non ci sia una consapevolezza sociale nello sposare l’arrivo delle nuove tecnologie. Un’app social è frutto di una strategia commerciale invasiva che si è radicata velocemente nei giovani e negli adulti, ben prima di capire se fosse necessaria o solo un passatempo.
Da ex studente a cui non sono mai stati proposti laboratori di indagine su questi fenomeni ho pensato che i nostri giovani li meritassero perché possano capire lo strumento, come impiegano il loro tempo e quali danni può causare alla struttura sociale.
Cosa ne pensa del rapporto tra teenager e social network? Vede delle differenze nella comunicazione e nelle modalità di rapporto tra i giovani di oggi rispetto alla sua generazione?
Una differenza abissale. Mi rincuora che alcune insegnanti sulla sessantina talvolta mi fanno notare come la mia generazione sia profondamente diversa dalla loro.
Da figlio dell’anno 89 ho vissuto la fine dell’analogico, con i suoi videoregistratori VHS e i floppy disk, e la nascita del digitale, con i DVD, la console di gioco Playstation e le prime fotocamere senza pellicola. Il primo aspetto, quello più evidente, è che noi tendevamo a giocare all’aria aperta e vivere l’esperienza del videogioco in gruppo, ritrovandosi a casa di un amico magari per organizzare dei tornei. Vivevamo il cinema come un rito sociale e, visto che mancava una connessione internet decente, ci scambiavamo i pareri sui fumetti e cartoni invece di riportarli sui social con degli sconosciuti. Non penso che gli studenti oggi non condividano i loro hobby; purtroppo lo fanno attraverso il filtro di uno schermo perdendo l’approccio realistico della condivisione di pareri.
Crede che i social abbiano le giuste norme per tutelare la privacy?
Il mondo dei social è vulnerabile. E non sto parlando della fragilità del rapporto con il prossimo. Mi riferisco alla debolezza della struttura di queste applicazioni. I nostri dati vengono salvati e tracciati con la promessa che saranno protetti da occhi indiscreti. Sono tantissimi gli episodi che hanno visto un gruppo di hacker impossessarsi di dati sensibili come password, carte di credito e rubriche; va ricordato che gli hacker sfruttano le debolezze di un sistema, il che implica che l’applicazione che tutela i nostri dati è stata un po’ troppo sbadata, al punto che numerose indagini sostengono che alcuni atteggiamenti spensierati fossero studiati ad hoc per favorire campagne pubblicitarie più mirate. È chiaro che uno scenario del genere ricordi il film di spionaggio complottista ma l’esperienza mi insegna che anche la mente più brillante può sottovalutare l’ingegnoso panorama tecnologico, al punto che reputo che sia fondamentale imparare a proteggere autonomamente la propria privacy prima di delegarla alle corporazioni.
Quali sono i social più utilizzati? Quanto influiscono sulla vita delle persone?
Instagram e Facebook vanno per la maggiore in Italia. Generalizzando i più giovani utilizzano il primo e i genitori il secondo.
In merito all’influenza dei social ti risponderò con un aneddoto: il cameriere del ristorante ha appena portato un piatto decorato e sfizioso. Il commensale estrae lo smartphone e scatta una foto. Pensi che l’abbia scattata perché vuole custodire un ricordo della serata o perché non vede l’ora di aggiornare il suo profilo e far sapere a tutti i suoi follower cosa, come e dove sta mangiando?
La differenza tra i due atteggiamenti pare sottile ma non lo è affatto.

La classe II lingB

Annunci

Commenti disabilitati su PRIVACY E SOCIAL: i ragazzi si confrontano sui rischi e sulle abitudini dei nuovi mezzi di comunicazione con un esperto

Archiviato in Vita di scuola

Inquinamento ambientale e crisi economica. La “decrescita felice” può aiutare l’Italia a risolvere i due problemi in un’unica mossa?

“Decrescita felice” vs crescita infelice.
Chi sa realmente cosa significa ‘‘decrescita felice’’? Vogliamo diventare protagonisti del nostro tempo ed aiutare l’Italia ad uscire dalla crisi riducendo l’inquinamento? Scopriamolo insieme, riprendendo quanto emerso dalla conferenza di Maurizio Pallante, al Caffè letterario del liceo Gioia, alla quale abbiamo partecipato venerdì 22 marzo.
E’ necessario precisare che le parole crescita e decrescita cambiano significato in base al contesto in cui vengono inserite: in ambito economico-sociale, secondo l’immaginario comune, la prima significa miglioramento, la seconda peggioramento, perché la parola crescita è stata associata all’aumento del prodotto interno lordo, il PIL, ovvero al valore monetario delle merci destinate ai consumi che, tuttavia, può essere considerato un indicatore valido solo se la merce coincide con il bene e se il bene può essere comprato.
In realtà, infatti, non tutte le merci sono beni, come nel caso dell’energia termica e del cibo che si butta, che possono trasformarsi in danni per l’ambiente. D’altro canto, non tutti i beni sono merci: alcuni si possono auto produrre, come ad esempio le verdure dell’orto, altri si possono donare, in un sistema di relazioni fondato sulla solidarietà.
Il dono nei poemi omerici
Già nell’antichità greca l’economia del dono era una pratica molto diffusa contemplata dall’istituto sacro dell’ospitalità. Lo spostamento da una comunità all’altra era reso possibile dalla consuetudine di accogliere i viaggiatori e dall’offerta di doni durante il tragitto. Gli obblighi che i Greci sentivano nei confronti dello straniero e la rete di rapporti intessuta con i reciproci vincoli, che legavano perpetuamente gli ospiti, offrivano sufficienti garanzie di trovare un’accoglienza sicura in tutto il mondo “civile”, ovvero presso tutti gli uomini che onoravano gli dei e rispettavano Zeus, protettore degli stranieri e degli ospiti.
Sono diversi i passi dell’Odissea in cui si fa esplicito riferimento a questo rituale.
Nel canto V, Ermes si reca ad Ogigia, da Calipso, per chiederle di consentire ad Ulisse di riprendere il suo viaggio di ritorno verso Itaca, per volontà degli dei e, dopo il loro incontro, la ninfa gli offre il pranzo ospitale.
Convinta dalle parole del messaggero degli dei, Calipso permette ad Ulisse di prendere il mare e, prima della sua partenza
[…] la dea gli caricò sulla zattera un otre di vino nero
e un altro d’acqua, più grande, e dei viveri
in una bisaccia: molti graditi cibi vi pose per lui.
(vv. 265- 267).
Anche Nausicaa , nel VI canto, ordina alle sue ancelle di offrire a Ulisse naufrago, “cibo e bevanda” (v.246 ), abiti nuovi e un bagno caldo prima di condurlo alla reggia dei Feaci, dove suo padre, il re Alcinoo, allestirà per lo straniero un sontuoso banchetto.
E di altrettanti doni lo omaggerà quando Odisseo si imbarca per raggiungere Itaca.
Al contrario, Polifemo, ignaro delle regole della civiltà, si rivolge con tracotanza a Odisseo e ai suoi compagni di viaggio e la maga Circe, che non rispetta il rituale, trasforma gli ospiti in maiali dopo avere offerto loro cibo miscelato ad intrugli soporiferi.
Autoproduzione e condivisione
Se nell’antica Grecia rendere sacra l’ospitalità con l’obbligo di offrire donativi allo straniero significava garantire la possibilità di spostarsi ai viaggiatori che beneficiavano, in tal modo, della solidarietà di chiunque incontrassero sul loro cammino, oggi aumentare i beni autoprodotti e condividerli significa migliorare la qualità della vita, diminuendo la produzione di merci inutili e instaurando legami di mutuo aiuto all’insegna della libertà, come ha sostenuto l’antropologo francese Marcel Mauss nel suo celebre Saggio sul dono.
Questo spiega perché il PIL non sia un parametro sufficiente per misurare il benessere e non coincida con la crescita della produzione di merci: quando infatti queste sono superflue, peggiora la qualità della vita, se non si supplisce alla sovrapproduzione con altre forme di transazione. Il PIL non solo non può interamente misurare il benessere, ma nemmeno l’utilità dei beni materiali; misura, cioè, il “tanto avere” e un’economia finalizzata a questo può generare solo malessere, perché induce le persone a desiderare sempre di più, a non consumare tutte le merci prodotte e a sprecare energia.
Decrescita e recessione
Ma la decrescita è una forma di recessione? La risposta è no! Se la recessione è una diminuzione di tutta la produzione di merci, la decrescita è una riduzione, selettiva e controllata, di merci che non sono beni.
La decrescita induce i consumatori a ragionare in modo diverso. Come si realizza la decrescita selettiva di merci che non sono beni? Adottando tecnologie più evolute, finalizzate a ridurre il consumo di materie prime, di energia e di oggetti da smaltire. La produzione e l’installazione di queste tecnologie determina occupazioni utili, perché riduce gli sprechi che causano danni.
Ora, con tutte queste informazioni, abbiamo un panorama più vasto del rapporto tra crisi economica e inquinamento ambientale, di quanto possiamo avere appreso dalla tv, dai giornali o dai social…. quindi, anche noi possiamo fare qualcosa per migliorare a poco a poco il contesto socio- ambientale in cui viviamo.

La classe 1^Linguistico G quadriennale

Commenti disabilitati su Inquinamento ambientale e crisi economica. La “decrescita felice” può aiutare l’Italia a risolvere i due problemi in un’unica mossa?

Archiviato in Vita di scuola

Gli ignavi oggi

Si diceva che nel 2012 sarebbe finito il mondo, che l’apocalisse sarebbe arrivata e poi se ne sarebbe andata portandoci via con lei per ridare alla Terra un nuovo inizio.
Nel 2012 avevo dieci anni e mi ricordo ancora cosa avevo pensato mentre tornavo a casa da scuola quel fatidico 12/12/2012: “Se il mondo finisse oggi, domani dove sarò?”.
La risposta alla mia domanda è arrivata quando, il mattino dopo, aprendo gli occhi, mi sono ritrovata davanti la mia cameretta e mia madre che mi diceva che era ora di alzarsi.
Tutto era come l’avevo lasciato il giorno prima: nessun oggetto rotto e nessuna crepa sul muro. In quel momento la paura provata era scomparsa perché non era successo niente, la mia vita stava andando avanti, mentre quella di decine e decine di bambini si era fermata a causa di un colpo di stato che ha spaccato il Mali in due fazioni ben distinte; mentre io me ne stavo comodamente seduta sulla mia poltroncina a guardare i cartoni animati in televisione, un paese era sull’orlo della rovina, una rovina da cui purtroppo non si è ancora ripreso.
Dopo poche settimane dall’inizio della guerra, sotto richiesta del presidente maliano, le forze armate francesi sono intervenute contro le forze jihadiste che occupavano il nord del paese, dando così inizio alla “Opération Serval”. Nei giorni seguenti, altri sette stati hanno inviato uomini e supporto logistico per ripristinare la pace in Mali.
Oggi, dopo sette anni, l’Unione Europea ha prorogato di altri due anni il mandato della missione militare nel paese e lo ha modificato per comprendere tra i propri obiettivi l’addestramento della forza militare multinazionale creata da cinque paesi africani (Mali, Niger, Mauritania, Burkina Faso e Ciad) per combattere le milizie jihadiste, inoltre ha approvato un aumento del budget per portare a termine la missione con i migliori risultati.
Nonostante il duro lavoro compiuto, le milizie jihadiste sono ancora una forte presenza nello stato e a causa dei frequenti attentati numerosi soldati dell’esercito internazionale, maliano e dei caschi blu dell’ONU hanno perso la vita negli ultimi anni.
Quindi: “Perché in televisione non se ne parla? Perché il mondo non sa che un paese sta crollando sotto il peso del terrorismo e molti altri con lui? Perché, nonostante ci siano persone che sanno cosa sta succedendo, la notizia non si diffonde? Perché la stampa si concentra di più su ciò che la gente vuole sentirsi dire che sulla realtà? Perché tutti quei giornalisti che si professano paladini della verità, alla fine non scelgono da che parte stare?”
Per me sono questi gli ignavi dei nostri giorni: i giornalisti che non scelgono di dire la verità, ma che non scelgono neanche di dire il falso, stanno semplicemente lì ad aspettare che altri scrivano la storia che loro non hanno il coraggio di raccontare.
Credo che per questo tipo di giornalisti l’Anti-Inferno sarebbe il posto ideale, perché così capirebbero cosa vuol dire essere ignorati dagli altri, capirebbero quanto fa male non sentire la propria storia raccontata.

Maria Schiavetta, III lingA

Commenti disabilitati su Gli ignavi oggi

Archiviato in Attualità

La dignità dell’uomo tra individuo e mondo

1548753859_U.S.-navy-photo-by-Chief-Information-Systems-Technician-Wesley-R-Dickey-ReleasedIl 6 febbraio 2019 all’Università Cattolica di Piacenza si è svolta una conferenza tenuta dal Professor Umberto Curi, filosofo e docente dell’Università di Padova, su un tema che ultimamente ci tocca in particolar modo e ci pone quesiti continui: l’immigrazione. Curi afferma che il dibattito teorico-analitico sul tema dell’immigrazione è inchiodato su 2 parole chiave: accoglienza e respingimento. Negli ultimi anni si è instaurato tra di esse un rapporto paragonabile a un “dialogo tra sordi”, in cui nessuna delle due parti vuole ascoltare le motivazioni delle scelte dell’altra. Si è deciso allora di provare ad impostare un ragionamento su questo tema utilizzando un modello analitico: il primo passo in questo ragionamento è costituito da ciò che è costantemente ribadito, senza differenza tra destra e sinistra, cioè la distinzione tra profughi richiedenti asilo (che devono essere accolti) e migranti economici (che non provengono da zone di guerra ma di povertà). I primi hanno diritto ad essere accolti, i secondi invece vengono considerati clandestini, abusivi, delinquenti ed anche potenzialmente terroristi. Curi ci chiede allora di provare a fare un passo avanti ponendoci le seguenti domande: Chi è il migrante economico? Perché centinaia di migliaia di persone affrontano l’incertezza ed il pericolo estremo pur di arrivare in Europa? Da quale condizione vuole evadere?
Da Report di FAO del 2011 (costola di ONU che ha il compito di aggiornare i dati su povertà e fame nel mondo) sappiamo che, dei circa 6 miliardi di abitanti del pianeta, 2 miliardi ed 800 milioni dispongono di 2 dollari al dì per sopravvivere, mentre 1 miliardo e 200 milioni di meno di 1 dollaro. I decessi alla settimana per fame sono più di 2000 e 11 milioni di bambini all’anno muoiono per denutrizione.
E quando lo Stato dice di “aiutarli nel loro paese”, l’Italia non ha tirato fuori 1 euro per il Global Found (fondo globale per le esigenze più urgenti), né ha cancellato il debito pubblico. Ha invece modificato la quota Pil riducendola da 0.20 a 0.15.
Questi sono i migranti economici, persone che affrontano il Mediterraneo rischiando la vita. Dunque non si può pensare a queste persone come coloro che vogliono arricchirsi.
L’accoglienza va riservata a coloro che cercano di sfuggire al pericolo di morire, che sia per fame o per guerra. Non dovrebbe esistere una distinzione tra migranti “buoni” e migranti “cattivi” perché l’unica distinzione è il pericolo di vita, che derivi da guerra o da miseria.
Il giudizio sui migranti “economici” da parte dei politici attribuisce uno stigma, un marchio negativo a queste persone. La questione difficile da accettare sta nella contraddizione dei nostri governi che si basano sull’economia ed esaltano l’Homo Economicus, ma se è l’altro a farlo diventa una pratica negativa.
Se siamo umani, siamo consapevoli che un migrante che ha abbastanza soldi per poter vivere nel paese d’origine, non emigra e che se una madre ha un bimbo che sta morendo, non verrà fermata certamente da un decreto! La verità elementare è che o si riesce a rendere meno drammatico lo scarto tra la nostra opulenza e la miseria dei paesi africani o non sarà possibile fermare l’immigrazione.
Una storia che mi ha colpito particolarmente e che vi lascio per riflettere è quella di Abdul, che ha affrontato a piedi dal Sud Sudan alla Libia, dove è stato carcerato e torturato, è poi riuscito ad arrivare in Europa e poi a Calè dove ha deciso, nella disperazione totale, di attraversare correndo i 52 km di tunnel della Manica percorso da treni ad alta velocità, rischiando di morire. Arrivato in Inghilterra è stato arrestato e incarcerato per 6 mesi e poi assolto da un giudice inglese con una sentenza che ha sdegnato molti altri giudici: “ciò che ha fatto è ciò che poteva fare in quanto disperato”.

Marta Cecilia Marazzi, VscA

Commenti disabilitati su La dignità dell’uomo tra individuo e mondo

Archiviato in Attualità

Cose di Cosa Nostra

falcone_borsellino_biografia-breve_due-minuti-di-arte.jpg Con il termine ‘MAFIA’, si indica una qualunque organizzazione criminale che mira alla gestione del potere e al controllo di un determinato territorio e della società che vi appartiene, basata su legami familiari e sull’omertà. È regolata da riti che gli affiliati, che hanno l’obbligo di sottostare ad un capo, sono tenuti a rispettare.
L’estorsione mafiosa ha avuto una diffusione che riguarda per la maggior parte il meridione, ma sarebbe un’utopia dire che si limita ad esso. Tra le estensioni più note possiamo citare la Camorra, la ‘Ndrangheta e Cosa Nostra; ed è proprio su quest’ultima che vorrei focalizzare l’attenzione.
La locuzione ‘Cosa Nostra’ si riferisce alla mafia nata nei capoluoghi della Sicilia. Le sue origini risalgono probabilmente all’inizio del 1800 quando cominciarono a crearsi delle ‘cosche, sette, partiti o confraternite’, che iniziarono ad esercitare un potere violento, servendosi anche ‘scagnozzi’. Ciò che più permise a ‘Cosa Nostra’ di ingrandirsi furono gli eventi che successero l’Unita D’Italia, in cui il meridione fu colpito da una crisi economica e lo Stato non riuscì a garantire un potere ed un controllo stabile ed accentrato: cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose, le quali presero il totale controllo dei territori dal momento in cui ne conoscevano tutti i meccanismi.
Il fenomeno mafioso continuò a persistere segretamente e furono numerose le strategie attuate al fine di contrastarlo. Dopo alcuni arresti dei boss mafiosi, i clan cominciarono a sentirsi insicuri, così decisero di emigrare negli USA, entrando così a far parte della ‘Cosa Nostra statunitense’. La trasferta portò ad una diffusione e fusione di idee finchè, nel secondo dopoguerra, numerosi mafiosi americani si trasferirono in Italia dando avvio così ad un traffico di stupefacenti verso il nord America, stabilendo dei rapporti extracontinentali.
Negli anni ’80 fu istituito un ‘pool antimafia’ ad opera dei giudici Chinnici e Caponnetto a cui aderirono i magistrati Borsellino, Falcone, Di Lello e Guarnotta. Questi raccolsero un abbondante materiale tale per cui furono inviati 493 mandati di cattura e di arresto. L’8 novembre 1985, Falcone depositò 8000 pagine che rinviarono a giudizio 476 indagati in base al pool: ebbe inizio così ciò che fu chiamato Maxiprocesso, che terminò alla fine dell’87 con 342 condanne e 19 ergastoli che furono commutati tra Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina.
Con l’inizio degli anni ’90, dopo che furono confermate tutte le condanne del Maxiprocesso, comincio anche la stagione delle stragi progettate da Riina: quella di via Capaci la quale vide protagonista Giovanni Falcone, la moglie ed alcuni agenti, nel luglio avvenne la strage di via d’Amelio, che segnò la fine della vita di Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Era il 15 gennaio del 1993 quando Salvatore Riina fu arrestato e Provenzano divenne il capo di Cosa Nostra, circondandosi solo di uomini di fiducia che cambiarono radicalmente il modo di operare negli affari della mafia siciliana. Dopo ben 43 anni di latitanza, Bernardo Provenzano fu catturato nel 2006.
Attualmente al vertice dell’organizzazione c’è Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993.
Al giorno d’oggi la mafia di tutti i paesi del mondo si unisce e collabora, avanzando le sue attività criminali caratteristiche rappresentando così un costante problema per l’umanità, per l’ordine civile e per il quieto vivere.

Sarah Petrolesi, IVscC

Commenti disabilitati su Cose di Cosa Nostra

Archiviato in Attualità

DIALOGHI SULLA GIUSTIZIA intervista a Fiammetta Borsellino e Manlio Milani

In data 7 novembre circa 200 studenti del nostro liceo si sono recati al Campus Agricòle per assistere alla conferenza chiamata “Dialoghi sulla Giustizia”, organizzata dall’associazione Verso Itaca, rappresentata dalla giornalista Carla Chiappini.
Manlio Milani, presidente dell’associazione Vittime della strage di Piazza della Loggia, e Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, sono stati i due relatori principali. A seguire Ornella Favero, direttrice della testata Ristretti Orizzonti del carcere di Padova e Antonella Liotti, referente di Libera Piacenza.
Dialogo: questo è stato il principale tema affrontato dai relatori, e lo scoppio di una bomba ciò che li accomuna.
Per Manlio, la bomba scoppiata a Brescia il 28 maggio 1974, ha portato alla morte della moglie: trauma che lo ha segnato per tutto il resto della sua vita, ma che lo ha anche fatto riflettere su quanto successo.
La strage di Piazza della Loggia, ha affermato egli stesso, ha coinvolto vittime che consapevolmente decisero di aderire ad uno sciopero: per questo sono definiti “caduti consapevoli”, proprio perché consciamente decisero di recarsi in piazza. Secondo Milani, questo fatto esprime una straordinaria solidarietà umana proprio perché l’intento della bomba era di colpire l’unità e la convivenza civile, che però non sono venute a mancare.
Milani si è dunque ricollegato al tema della cittadinanza, sottolineando quanto sia importante che il cittadino assuma le proprie responsabilità nel rispetto della società e delle sue regole: in questa affermazione si ritrova perfettamente la Borsellino, che elogia il padre in quanto morto per la sua perseveranza nel difendere lo Stato.
Fiammetta sottolinea inizialmente che il rischio che si corre quando ci si trova a dover affrontare fatti così pesanti, è di rimanere bloccati nella tragedia privandosi dell’amore per la vita necessario per andare avanti… l’importanza dell’andare avanti: sostiene che staccarsi (non disinteressarsi) dalla vicenda più di 25 anni fa, le ha permesso di crescere e continuare a costruirsi una vita, in modo da poter intervenire oggi con lucidità ed equilibrio.
Intervenire attraverso il dialogo, ripete più volte Fiammetta, è importante per non trovarsi un muro davanti. Incontrando i presunti autori dell’omicidio del padre e della sua scorta, i fratelli Graviano, lei stessa ha tentato e tenta tutt’ora di instaurare un rapporto di dialogo, perché solo così si può arrivare alla verità.
Inoltre si sofferma sull’importanza di non rendere l’accaduto un semplice ricordo ma una vera e propria testimonianza di vita, al fine di trasformarlo in memoria pubblica di un popolo che veda da un lato l’assunzione di responsabilità e dall’altro la visione e l’analisi razionale di ciò che succede.
Dopo 25 anni si è scoperto che era stato imbastito un processo in cui un falso pentito parlava secondo il volere di terze persone. Per questo ammette anche che è fondamentale parlare non mossi dal dolore ma sulla base di prove certe, per non fermarsi ad una “visione superficiale” in questa continua ricerca della verità.
Si muore quando si è soli; questa, un’altra frase emblematica che Fiammetta ha tenuto a precisare nel corso della conferenza: “mio padre -afferma la figlia- è morto perché le istituzioni lo hanno abbandonato, hanno lasciato che affrontasse questa battaglia in gran parte da solo, senza aiuti; ciò nonostante, Paolo non ha mai smesso di credere nelle istituzioni perché se si smette di avere fiducia nel lavoro che esse possono compiere, si può essere certi che non ci sarà mai nessun cambiamento, nessun miglioramento della società in cui tutti noi viviamo.
Milani continua dicendo che l’esigenza di una vittima è la domanda di giustizia che risponde ad alcuni bisogni: prima di tutto quello personale, cioè sapere che la violenza subita non è rimasta impunita, e da qui quello della necessità di non essere abbandonati. La vittima deve poter capire i processi che hanno portato il colpevole ad agire. La violenza ci interroga continuamente e la vittima deve avere la forza di guardare in faccia il colpevole e di continuare nella ricerca della verità. In questo caso il segreto, la mancanza di conoscenza, è il più grave torto che una vittima possa ricevere.
Anche Manlio, come Fiammetta, ribadisce l’efficacia del dialogo: spiega che occorre essere predisposti ad ascoltare e partire dal presupposto che la persona con cui si sta dialogando sia sincera in quanto si assume la responsabilità delle proprie scelte. Anche il dolore diventa così un elemento di confronto che permette di cogliere l’umanità di colui con cui si sta dialogando.
Entrambi comunque, concordano nell’affermare che un colpevole non può morire con dignità senza prima aver chiesto perdono per tutte le sofferenze causate.
Secondo Ornella, ricerca della verità significa accettare che anche i colpevoli sono umani, e come tutti gli umani sbagliano e hanno sbagliato; questo non significa giustificare, ma cercare di capire cosa può aver spinto una persona a fare del male. È necessario lavorare per permettere alla persona di diventare consapevole del male fatto. Bisogna quindi occuparsi del cambiamento di queste persone cercando l’umanità nascosta dentro di loro e soprattutto non lasciandole sole in questa ricerca.
Domande:

-Per entrambi è importante il saper chiedere perdono, cosa ne pensate del perdonare?

MANLIO e FIAMMETTA: “Non credo nel perdono perché penso che non permetta né di vivere meglio né di arrivare alla verità; non si può perdonare in nome di chi non c’è più perché non potendo sapere cosa quella persona avrebbe voluto, sarebbe come commettere l’ennesima ingiustizia nei suoi confronti. Il perdono non serve, si può solo capire e accettare…”

-Dopo così tanti anni non vi chiedete mai se valga la pena questa continua ricerca della verità? Non pensate mai di smettere? Perché? Cosa vi spinge a proseguire in questa ricerca?

FIAMMETTA: “Quando qualcosa ti tocca così nelle viscere, quando perdi un genitore, un figlio, un fratello, è innaturale parlare di stanchezza, smettere di cercare la verità, gettare la spugna; è ovvio che è faticoso, che quando fai delle domande e non ricevi risposta, e quindi combatti senza ottenere risultati è molto frustrante: ci sono momenti di grande sconforto; ma questo non è un motivo che fino ad oggi mi ha mai impedito di proseguire. Questa lotta per la verità non si fa per sé stessi, si fa per gli altri, per i miei figli e per i vostri figli; quindi anche se io non vedrò i frutti del mio lavoro, o come diceva sempre mio padre, anche se io non respirerò il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo dell’omertà e del compromesso mafioso, probabilmente lo vedranno le generazioni future; per questo anche se spesso non si vedono i risultati nell’immediato credo che non si debba mai smettere di lottare; la stessa cosa vale per la verità: la ricerca, il lavoro, si fa perché ne godranno i nostri figli, perché io credo che un paese che vive costantemente nella menzogna è un paese che non può avere un futuro.”

MANLIO: “Non si finisce mai di ricercare la verità, né sul piano giudiziario né sul piano storico, ma io credo che sia fondamentale avere l’idea del poter partecipare, perché le istituzioni sono gli strumenti che devono essere messi a disposizione per questo scopo; ecco perché a distanza di anni continuo in questa ricerca, credo nelle istituzioni e nella partecipazione di ognuno.
-Dopo tutto quello che è successo cosa vi spinge a fidarvi ancora delle istituzioni?

FIAMMETTA: “Mio padre era un uomo di Stato, un uomo che ha lottato perché credeva nello Stato, e io credo che l’unica vera eredità morale che ci ha lasciato è questa fiducia nello Stato. La mafia ha prosperato perché si contrapponeva allo Stato, perché ci ha sempre illuso di poterci dare delle cose che è lo Stato a doverci dare: il lavoro, la bellezza, la casa, non è il mafioso che te le dà, anche se te lo fa credere. Io credo che se ci sono delle mele marce all’interno dello Stato, quelle si possono individuare e si possono eliminare; e infatti se oggi siamo arrivati a dei risultati è perché all’interno dello Stato ci sono delle parti sane che svolgono il loro lavoro e lo svolgono con onestà.”

MANLIO: “Io mi sono formato attorno all’idea del valore delle istituzioni, guardandole anche come un luogo in cui finalmente un determinato pensiero poteva entrare; ma il loro valore è inteso come strumento che regola la vita sociale di una comunità, entro la quale ci dobbiamo identificare (secondo me è un traguardo della democrazia). Le istituzioni devono facilitare la trasparenza ma soprattutto la partecipazione, perché è questo l’elemento fondamentale; partecipare non è scontato: anche il voto, che è importante, deve essere il momento in cui scelgo attraverso un percorso che ho fatto prima e non ci può essere la dittatura della maggioranza. Le istituzioni devono favorire la formazione e la formazione dei processi di responsabilizzazione. Per questo io credo di avere ancora fiducia nelle istituzioni, anche se è evidente che di questi tempi la loro autonomia è messa molto in discussione e dall’altro lato c’è sempre di più una domanda di delega che può portare a mettere in discussione la convivenza civile. Dobbiamo imparare ad assumerci la responsabilità di partecipare per riscoprire pienamente il valore delle istituzioni, che sono fondamentali in un processo democratico.”

Matilde Carassai e Alice Gogni, 3^ CLA; (Si ringrazia Marta Marazzi per il contributo)

Commenti disabilitati su DIALOGHI SULLA GIUSTIZIA intervista a Fiammetta Borsellino e Manlio Milani

Archiviato in Vita di scuola

OMNIA VINCIT VERITAS Triste storia di una necessità

Grande (s)fortuna del nostro tempo, tocca dirlo, è la libertà di parola. Siamo costantemente in balia di chi le opinioni le fa scivolare fuori dalla bocca come l’aria i condizionatori; cicloni di baggianate, tormente di idiozie e nubi di ignoranza – del resto, la ragione la si ottiene più per furbizia che per intelletto -: questo è il clima in cui ogni giorno siamo chiamati a cercare la verità. I tempi non incoraggiano molto; da un lato non siamo più positivisti con tante sicurezze alle spalle ed un capolinea davanti, dall’altro siamo un po’ assuefatti a chi confeziona per noi certezze assolute che ci ipnotizzano in pubblicità, marchi e mode. Tempo difficile ma con un gran potenziale per i pensatori: l’incertezza, la polifonia e la vicinanza comunicativa di chi un cervello lo usa – pensiamo, quand’è stata l’ultima volta che abbiamo attivato il nostro? – danno spazio a maggiore confronto; e senza giocare a fare Aristotele, la rete è un’ottima base per la tolleranza ed il dialogo – non a caso l’hanno inventata al Cern, dove il QI medio è certamente superiore rispetto a quello della popolazione americana -. Possiamo anche chiederci: Quanto vale pensare? Quanta felicità sono disposto a mettere in pegno per ottenere la verità? Quale fine? Speriamo che le esili parole di questo articoletto possano aiutarci a rispondere.
I – Giornalismo ed iperrealtà
Ci sarà un perché dietro al fatto che i media siano anche mass, e ora andiamo a screditare quella consapevolezza rispetto alla realtà che crediamo di avere quando leggiamo un articolo o quando guardiamo il telegiornale. Tra le tante teorie in merito, proponiamo quella di Jean Baudrillard, filosofo francese della seconda metà del novecento che indaga il rapporto uomo-media-realtà nel suo saggio “Simulacres et Simulation”: egli afferma, riguardo alla televisione, che essa definisce il nostro mondo attraverso il potere delle immagini, che, tuttavia, non necessariamente riproducono la realtà. Ci troviamo quindi in condizione di iperrealtà, percepiamo ciò che ci circonda in modo corrotto, galleggiamo in un mare di simulacri. Oltre a ciò che dice Baudrillard aggiungiamo due esempi: duecento anni fa le possibilità di uscire di casa per un viaggio e scomparire oltre l’orizzonte – causa malviventi, rapine e chi più ne ha, più ne metta – erano nettamente più elevate ma, generalmente, si viveva “felicemente” e con più ignoranza resto – non che le due cose non vadano di pari passo, anche Goethe non era di ottimo umore prima di iniziare il suo “Viaggio in Italia” -. Oggi invece siamo, da un canto assuefatti alle continue notizie straordinarie che affollano le prime pagine dei quotidiani, cosicché sicuramente uscito di casa cadrò nelle grinfie di qualche malintenzionato che mi sventrerà per poi rivendere gli organi o di qualche straniero – e chi è il vero straniero? – che mi borseggerà non appena girato l’angolo; analogamente si parla delle quarantatré vittime del crollo del ponte Morandi ma non si parla della riduzione di incidenti stradali al venti per cento negli anni di concessione ad Autostrade per l’Italia. Dall’altro canto siamo come Bip-bip che continua imperterrito la sua vita senza che Willy il Coiote riesca mai a scalfirlo, così pericoli da cui dovremmo essere terrorizzati – il nucleare, la sovrappopolazione ecc., per restare in tema cospirazione – ci passano accanto senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Spesso vittime più di noi stessi che della realtà.

II – Dove la ragione può ancora fare luce
Tralasciando le nostre strade accecanti per le insegne luminose, abbiamo parlato con chi il peso della verità lo avverte, chi ne sente la necessità. Valère ha studiato presso la facoltà di agraria di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ora vive e lavora in Congo, suo fratello Anselme invece si trova in Italia e si impegna per la divulgazione della situazione socio-politica in Congo. In merito a ciò di cui stiamo per parlare si trova qualche articoletto ne “La Repubblica”, “L’Avvenire” e perlopiù giornali specializzati sul Continente Nero; indubbiamente però permane un alone di disinformazione che nel nostro piccolo, tentiamo – almeno in parte -, di colmare. La Repubblica Democratica del Congo si trova in centro-Afrrica, ha un’estensione pari a sette volte quella Italiana ed è caratterizzata dall’alta quantità di etnie (453) e religioni presenti, la cui maggioranza è costituita da quella cristiana. Sul fronte politico, la Repubblica sta vivendo periodi travagliati. Il presidente Joseph Kabila, pur avendo terminato il suo mandato nel 2016, dopo dieci anni al potere, non è ancora sceso dal trono imperiale. Gli viene anche concessa una proroga di un anno per organizzare le nuove elezioni ma, alla fine dei conti, nulla di fatto. Per combattere questa situazione è stato costituito il Comitato Laico di Coordinamento, che nel dicembre 2017 organizza una manifestazione pacifista, chiedendo di armarsi di “rosario, bibbia e un ramo di palma”, si sfocia ciònonostante nella repressione armata, con la polizia che uccide dieci manifestanti ed arresta suore e preti. Il cardinale Mosengwo Passinya, allora vescovo di Kinshasa, dice in merito: “il congolese vive nel proporio paese come se fosse in carcere a cielo aperto”; “Lo scopo è quello di creare disordini, sia per occupare spazi degli autoctoni, sia per sfruttare ricchezze. […] E questo è alimentato dai paesi limitrofi purtroppo con la complicità dei congolesi stessi con la passività del le autorità congolesi, che invece dovrebbero proteggere la popolazione”, “Di fronte alle intenzioni macabre del mondo delle multinazionali che lavora senza tenere conto delle aspirazioni della gente, ci sono degli appelli che si fanno alla comunità Internazionale per fermare questo spiraglio di violenza in modo che il Congo possa funzionare come tutti i paesi democratici. Perché la gente possa eleggere i dirigenti che vuole.” Dice invece Valère. La Repubblica congolese è uno stato con ricchi giacimenti minerari – in particolare coltan e rame – e “tutti abbiamo un pezzo di Congo nel nostro quotidiano, che sia con cellulari, PC, tablet, auto”. Il popolo vive sottoposto ad un continuo sfruttamento dovuto al reperimento di queste risorse , che è costato la vita a dodici milioni di persone dal 1998, tanto che anche l’Onu ha mandato un contingente in “missione di pace”: “Tutta la comunità internazionale è presente dentro a questa nazione sotto due forme: militare “regolare” (ossia i 22 mila caschi blu dell’ONU che facilitano l’accaparramento delle risorse tramite le multinazionali occidentali) e mercenari (prevalentemente africani- ruandesi, burundesi, ecc. i quali fanno il lavoro sporco, ossia uccisioni, stupri, caccia agli autoctoni).”, “. A cosa serve tutta una popolazione o esercito di più di 5 mila uomini Caschi Blu in Congo? Forse per tutelare gli interessi delle multinazionali delle rispettive nazioni di appartenenza? In ogni caso, sia il risultato sia lo stato in cui versa il paese è sicuro che l’ONU non è in Congo per i congolesi” dicono i due fratelli. “Il silenzio (oltre alla paura) è la benzina per la macchina messa in moto dalle potenze unite per impossessarsi del Congo decimando i congolesi. La lotta instaurata dalla società civile del Congo continuerà fino alla fine, qualsiasi essa sia”, tocca dire che noi ne siamo complici e testimoni. In una simile miseria si riconosce però un barlume di speranza: “La Chiesa cattolica, che rappresenta 40 % della popolazione, è per questo una speranza e una grande forza per il ristabilimento della pace, della giustizia e del benessere della gente”; “Papà Francesco richiama molte volte quello che succede in Congo”.
III – Cosa ci resta da fare?
Possiamo procedere imperterriti sulla nostra strada, retta, lasciandoci scivolare accanto gli emisferi i poli negativi della realtà, condannandoci così ad una inebetente felicità; possiamo evitare di guardare, voltare la testa e scappare dai si e dai no. Possiamo anche, però, porgere le terga all’ignava omertà – perché siamo più colpevoli quando non facciamo nulla che quando facciamo un che di sbagliato – e porci a resistenza, come voce fuori dal coro, cantando la verità. Ne abbiamo il diritto, ma anche il dovere.

“Finché esisterà, per opera di leggi e di costumi, una dannazione sociale che in piena civiltà crea artificialmente degli inferni e inquina di fatalità umana il destino, ch’è cosa divina; finché non saranno risolti i tre problemi del secolo, la degradazione dell’uomo nel proletariato, la decadenza della donna nella fame, l’atrofia dell’infanzia nelle tenebre; finché in talune regioni, sarà possibile l’asfissia sociale; in altri termini, e da un punto di vista ancora più vasto, finché ci saranno sulla terra ignoranza e miseria, libri della natura di questo potranno non essere inutili.”
V. Hugo, Premessa a “I Miserabili”, 1862

Daniele Ferrari, 3scA

Commenti disabilitati su OMNIA VINCIT VERITAS Triste storia di una necessità

Archiviato in Vita di scuola