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Ricucire la storia con il filo della memoria

“Italianesi”: ecco il neologismo che l’attore, drammaturgo e regista teatrale Saverio La Ruina sceglie come titolo del suo ultimo itinerario soggettivo rappresentato al Teatro Comunale Filodrammatici di Piacenza il 10 ottobre 2012, in occasione della seconda edizione del Festival di Teatro contemporaneo “L’altra scena”. Uno spettacolo senz’altro da non perdere se si è disposti ad assecondare l’urgenza memoriale sentita dall’autore nei confronti delle storie di sradicamento e violenza dimenticate dalla storiografia. Uno spettacolo dunque che recupera la storia, interrompe il suo silenzio e fa parlare un teatro impegnato, nuovo portavoce di una denuncia sociale. Testimoni della storia e della drammaturgia del regista sono i membri di ANCIFRA (Associazione Nazionale Cittadini Italiani e Famigliari Rimpatriati dall’Albania), i quali hanno raccontato la loro esperienza a La Ruina, l’unico che ha avuto il coraggio di ascoltarli e portare sul palcoscenico una straordinaria immedesimazione nel loro ordito di storie.

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Clitemnestra: l’altra donna

Dal 16 marzo al 5 aprile 2012 è andato in scena al Teatro Verdi di Milano lo spettacolo “CLITEMNESTRA: L’ALTRA DONNA”, liberamente ispirato a Eschilo, Euripide, Sofocle con testo e regia di Renata Coluccini e Marco Di Stefano, interpretato da Renata Coluccini, Benedetta Brambilla e Ylenia Santo.

 

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Cosa guardo stasera? #6 – Consigli per la settimana

Puntata atipica della rubrica cinema firmata Acuto: sette film molto diversi per sette giorni della settimana (e sette tra gli ultimi film godibili visti dal recensore).

Lunedì

Paradiso Amaro (2011)

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Tutto su mia madre

Tutto su mia madre è il film capolavoro scritto e diretto da Pedro Almodóvar nel 1999 al vertice della sua maturità artistica. È una dedica “a tutte le attrici che hanno interpretato delle attrici, a tutte le donne che recitano e a tutte le persone che vogliono essere madre”.

Il testo teatrale, basato sulla sceneggiatura originale del regista spagnolo, è stato adattato da Samuel Adamson.

Manuela (Elisabetta Pozzi), la protagonista della storia, ha un’esistenza poco ordinaria. Nel corso della sua vita ha fatto tante scelte, una più difficile dell’altra: quella di rimanere accanto all’uomo che amava anche dopo la trasformazione che l’ha portato ad avere un paio di tette più grosse delle sue; quella di fuggire lontano, sparire senza lasciare traccia si sé, nel momento in cui si rende conto di essere incinta. Quella di crescere suo figlio Esteban (Alberto Onofrietti) da sola, di non dirgli nulla di suo padre, chi fosse, cosa facesse né il perché della sua assenza…

Un giorno suo figlio la mette con le spalle al muro ed esige da lei le risposte a tutte le domande che da diciassette anni gli risuonano in testa. Manuela si rende conto di non poter più fuggire e gli fa una promessa, quando però è il momento di mantenerla è ormai troppo tardi, improvvisamente è un’altra vita. Manuela scappa di nuovo. Un profondo senso di colpa la porta a intraprendere un viaggio, a confrontarsi col passato e andare alla ricerca di quel padre, a cui poter finalmente raccontare tutto di suo figlio. In questo viaggio incontra altre donne in bilico sul ciglio della vita, ognuna col suo dolore che gli morde il petto, ma tutte con una visione ironica della propria esistenza, una sorta di basso continuo in questa sinfonia per anime sole.

Incontra la famosa attrice Huma Rojo (Alvia Reale), un’icona per suo figlio Esteban, e scopre che nella vita privata è un’anima in pena, alla continua rincorsa di un amore malato verso una ragazza molto più giovane di lei, Nina (Giovanna Mangiù), fragile, in fuga da ogni cosa, prima di tutto da se stessa. Incontra Suor Rosa (Silvia Giulia Mendola), un’anima complicata che non vuole rinunciare a credere all’esistenza di un amore incondizionato che non si aspetti nulla in cambio. In parallelo Rosa vive il conflitto con sua madre (Paola Di Meglio), una donna apparentemente anaffettiva, ma che in realtà è soltanto indurita dalla vita. Incontra Agrado (Eva Robin’s), travolgente amica trans, spirito franco, convinto che nella sua vita di autentico ci siano soltanto i sentimenti e il silicone.

Manuela diventa necessaria a ciascuna di loro e in qualche modo inizia a imparare di nuovo a fare cose che possano durare nel tempo.

Tutti gli attori hanno saputo rendere la storia del film di Almodóvar con i suoi temi (come: la maternità, la paternità, l’omosessualità, uomini che diventano donne, ecc.) divertente e interessante. Lo spettatore è, dunque, coinvolto e indotto a riflettere sulle tematiche proposte. Qui il teatro ha proprio la funzione di luogo dentro cui poter ricostruire le domande alle mille risposte che pensiamo di possedere; perché aiuti l’uomo a stare con l’uomo; lo incoraggi a prendere parte di una comunione, a un rito collettivo; perché attraverso lo spaesamento e lo spiazzamento dai luoghi comuni possa capire cosa diavolo sta succedendo in questo mondo.

Leonardo Marchini

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Cosa guardo stasera? #2 – C’è Posta Per Te

In un periodo in cui la comunicazione avviene sempre più tramite computer e i social network hanno invaso la nostra quotidianità, un film come “C’è posta per te” (You’ve Got Mail) di Nora Ephron, rivisitazione moderna di “Scrivimi fermo posta” di Ernst Lubitsch del 1940, ci dà la speranza che è possibile incappare nel vero amore anche virtualmente.

Meg Ryan e Tom Hanks sono i protagonisti di questa brillante commedia romantica ambientata nella New York di fine anni ‘90. Lei, Kathleen Kelly, è la dolce responsabile di un negozio di libri per bambini, lui, Joe Fox, è il ricco proprietario di una catena di “bookstore”, di cui apre una filiale proprio accanto all’attività della donna. I due si conoscono in qualità di rivali in affari, instaurando subito un rapporto di ostilità reciproca, ignorando di avere già una relazione platonica su internet, dove si mandano mail regolarmente, non conoscendo l’identità l’uno dell’ altra, ma amando le rispettive personalità, manie e modi di vedere la vita.

E’ una storia semplice quella che ci racconta Nora Ephron nel suo film, fondata principalmente sull’importanza delle piccole cose, come una farfalla che entra in metropolitana, l’autunno che infonde voglia di comprare quaderni e matite,  l’amore per i libri o la riflessione  filosofica alla base di ogni ordinazione da Sturbucks.  Nella frenesia della vita di tutti i giorni i due protagonisti riescono a ritagliarsi una piccola parentesi, a trovare qualcuno a cui raccontare tutte quelle cose insignificanti che generalmente sfumano in un pensiero . E insieme ad una giusta dose di “humor” e romanticismo questa  ci dà anche qualcosa in più, lasciandoci il messaggio che “tanti niente possono significare più di tanti qualcosa”.

Insomma, un film poco impegnativo per una serata leggera, che però, oltre alla piacevole sensazione del lieto fine, ci offre anche uno spunto di riflessione su cosa, alla fine, sia davvero importante.

Camilla Sacca

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La forza delle parole: “Qualcuno con cui correre”

“Probabilmente mi innamorerò sempre di qualcuno che ama qualcun altro.

Perché?

Così…

Ho un talento particolare per le situazioni impossibili.

Tutti hanno talento per qualcosa.”

Parole ingenue ma profonde, scritte da Tamar sul suo diario, che potrebbe benissimo essere il mio; è proprio questo ciò che colpisce del libro di David Grossman “Qualcuno con cui correre”: la veridicità con cui vengono presentati gli animi di Tamar e  di Assaf, due ragazzini abbastanza comuni che si trovano a contatto con una realtà tremendamente drammatica, eppure, purtroppo, non così lontana anche da noi.

Il libro narra in modo coinvolgente e travolgente le vicende di due giovani ragazzi, ciascuno con le sue difficoltà e le sue gioie, vicende che si intrecciano fino ad unirsi.

D’estate, Assaf lavora per un canile e ha il compito di ritrovare la padrona di una cagna abbandonata, che scoprirà poi chiamarsi Dinka, e per fare questo, ripercorre a ritroso, guidato da Dinka stessa, la storia di Tamar, padrona della cagna, e che sconvolgerà la sua vita. Tamar è una ragazza ribelle e dinamica, fuggita di casa per cercare e salvare il fratello, un artista di strada dipendente dalla cocaina, cosa che riuscirà a fare anche e soprattutto grazie all’aiuto di Assaf, nonostante lei non avesse mai pensato di incontrarlo, conoscerlo e condividere con lui questa esperienza, che purtroppo solamente in un libro può avere un così lieto fine.

Questo tema drammatico viene affrontato però in maniera inconsueta: attraverso la storia di questi due giovani, che assumono fisicità nella mente del lettore, perché descritti accuratamente in ogni loro aspetto; il loro animo viene infatti scandagliato fino a farne uscire in modo del tutto naturale quelle paure e incertezze tipiche dei ragazzi alle prese coi problemi di ogni giorno, ma mettendo in risalto anche tutte le forze, fatte emergere dalla tragica situazione.

Nel legame tra Tamar e il fratello, l’autore mette in luce tutta la generosità e la tenerezza di cui è ricco il cuore della ragazza, ma anche il dolore tremendo causatole dalla rottura di quel rapporto, spezzato appunto dalla dipendenza.

Tamar e Assaf, vivono la vicenda parallelamente, capitolo per capitolo, attraversando situazioni impensabili e alternando momento di terrore, che fanno rimanere col fiato sospeso, a momenti di serenità… e persino di gioia. Questo dona al racconto dinamicità e lo rende coinvolgente a tal punto da non riuscire, leggendo alcune pagine, a trattenere le lacrime.

Nel finale viene fuori tutta la bellezza della storia, la dolcezza e la grandezza dei giovani, capaci (come dice la stessa Tamar) “di guardare il mondo con meraviglia”, e di trovare la forza di cambiare le cose.

Lucia Rossetti

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La musica secondo Paolo Tofani: tra tecnologia, conoscenza, evoluzione e antropologia

Spesso in queste pagine si parla di musica, di concerti, di gruppi musicali, di eventi musicali in Italia.. Vi è mai capitato di parlare con una persona esperta in musica e di chiedergli magari qual è il suo punto di vista, e che questo vi faccia capire differenze tra passato e presente in un’ottica futura?

Vi propongo un’ intervista con Paolo Tofani, chitarrista del leggendario gruppo italiano AREA, che negli anni ’70 segnò la storia musicale “alternativa” del nostro Paese. Musica impegnata politicamente, molto legata alle contestazioni giovanili dell’epoca, ma anche connotata da una ricerca d’avanguardia colta e importante. Forse molti di voi potrebbero non aver mai sentito nominare gli Area e il loro geniale chitarrista Paolo Tofani, ma dopo aver letto questa profonda intervista ne sapranno certamente di più. 

So da quello che ho sentito che al tempo degli Area la musica ( e in particolare quella vostra musica) aveva un significato di rottura, anche di rivolta sociale … Oggi, alla luce della tua esperienza, come giudichi tutto questo?

Ogni momento storico ha i suoi segni che lo identificano e lo rendono unico nella storia dell’umanità. Gli anni 70 rappresentano l’ennesimo tentativo di soddisfare il desiderio di cambiare il sociale, di trovare stimoli nuovi per poter percorrere la strada della vita con basi diverse cercando di dare un senso all’idea di uguaglianza e giustizia sociale. I giovani come noi hanno percepito l’opportunità di essere parte in prima persona di questa rivoluzione di intenti e, attraverso la musica, ci siamo resi disponibili con la passione e l’irruenza che caratterizza da sempre l’uomo nella sua realtà giovanile. La musica degli AREA era dura, come la vita di tanti, le parole dei pezzi AREA erano dure , erano lo specchio delle contraddizioni sociali alimentate da un potere bigotto che, come oggi, relegava i giovani ad un ruolo marginale, togliendo  loro la capacita di esprimere i dubbi e le incertezze e le ingiustizie che caratterizzavano quel momento storico e che sono ancora presenti nella realtà odierna.

Tu mi chiedi come giudico tutto questo considerando il presente. A livello generale penso che tutto abbia lasciato un senso di sconfitta e profonda delusione. Molti dei giovani sono stati risucchiati dal sistema e grazie alla mediocrità intellettuale e alla mancanza di una leadership concreta, il tutto è imploso senza lasciare tracce ripercorribili nel futuro. Al contrario a livello personale è stato l’inizio di una serie di intuizioni che hanno maturato la consapevolezza di operare una svolta di coscienza individuale e quindi ritrovare l’uomo e la sua essenza. La scelta che ho fatto ha determinato un radicale cambiamento in relazione all’esterno e mi ha permesso di entrare in contatto con una realtà molto più intima, essenziale, che dopo il frastuono degli anni 70 ha radicalmente modificato il mio punto di vista, regalandomi una capacità di controllo e una tranquillità interiore di cui tutti hanno bisogno per affrontare le tante debolezze presenti nel sociale e nel singolo individuo. Quindi, tutto sommato, un’esperienza essenziale, dinamica, fondamentale, senza rimpianti ma ricca di stupendi incontri e forti emozioni.

Paolo, so che la musica è la tua grande passione, ci dedichi ore e ore, sperimenti suoni nuovi, incidi tuoi pezzi sempre più con suoni ricercati. Com’è iniziata la tua passione?

L’uomo, fra tutte le creature presenti in quest’universo, è l’unico che ha la facoltà di fare delle scelte, scelte che determineranno il suo percorso esplorando se stesso e ciò che lo circonda. Chi si limita a mangiare, dormire, difendersi e riprodursi ha la stessa coscienza di un animale e sta sprecando l’opportunità di cercare di conoscere le diverse verità capaci di arricchire la sua coscienza e dare qualità alla sua esistenza. Quindi la ricerca e la passione che la alimenta sono componenti naturali dell’uomo, e io, fino a prova contraria, sono un uomo.

Sento dire in giro che c’è una crisi del mondo discografico. La gente scarica tutto su internet invece che comprare i dischi. Secondo te, perché tutto questo avviene?

Questa tendenza rappresenta il declino della qualità nella nostra società attuale, un po’ come il ” tutto subito” dei movimenti autonomi nel 1970. La qualità necessita di tempo, intelligenza e sensibilità; oggi nessuno ha tempo, vogliono tutto subito e lo divorano con una fame insaziabile che non li soddisferà mai, ma, nonostante ciò, continuano a consumare inebriati dal profumo della mediocrità.

Ho assistito e ho ascoltato i tuoi pezzi (sia con gli AREA che da solista) e quello che “m’è arrivato dentro” è che c’è sempre una voglia di cambiare, di evolversi, ma restando sempre nell’ottica della musica sperimentale. Alla luce di queste cose che ho detto, qual è la tua “musa” ispiratrice? A cosa ti ispiri?

La musica è un mezzo formidabile di comunicazione. La musica supera le barriere del fondamentalismo religioso, sociale e politico. La musica riempie i vuoti creati dalle debolezze umane. La musica non ti tradisce mai e non ti lascia mai solo. Ma, al contrario, ha un potere aggregante potentissimo e infallibile.

La musica è la mia musa ispiratrice …

Ora tu, nei live da solista e con gli Area, utilizzi il programma Logic Pro ( programma di registrazione di brani musicali) di Macintosch con il MacBook, alta tecnologia veloce e moderna. Riesci a riprodurre suoni incredibili, particolari, miracolosi. Prima, quando non c’erano Logic Pro e i MacBook, come facevi a riprodurre tutti quei suoni?

La tecnologia ha due facce, la prima regala al ricercatore serio l’opportunità di trovare soluzioni incredibili che sono in linea con i suoi bisogni creativi e che sfrutta le sue molteplici complessità per raggiungere modelli di comunicazione di vario genere in accordo alla sua visione. La seconda invece è quella dove essa prende il controllo e dà al musicista neofita l’illusione di essere un grande artista capace di grandi alchimie, ma che in realtà, non conoscendo i principi di base della generazione e manipolazione del suono, è solo vittima dei pre-sets forniti dalla macchina e quindi si riempie di mediocrità e mancanza di personalità. Io credo di appartenere alla prima categoria e quindi ho sempre cercato di utilizzare la tecnologia in accordo alle mie esigenze creative usando ciò che era disponibile in quel momento. Analizzando i grandi contemporanei come John Cage, Luciano Berio, Karlheinz Stockausen ecc. possiamo constatare che, nonostante la mancanza di elementi tecnologici sofisticati come nel nostro presente, ci hanno regalato emozioni incredibili con la loro musica.

E` l’uomo che fa la musica, non la macchina.

Vorrei sapere, dato che tu hai esperienza in ambito musicale, cosa si impara suonando con musicisti provenienti da generi diversi ( jazz, rock, blues, pop, ecc …)? Ci sono dei vantaggi secondo te?

Condividere esperienze musicali diverse è una buona cosa, allarga la visione creativa e crea interessantissime relazioni sia dal punto di vista musicale che umano, stimolando così il desiderio di andare in profondità nell’ analisi delle differenze.

Cosa consigli ai gruppi emergenti moderni che sono alla ricerca di una verità musicale?

Prima bisogna trovare se stessi, perché l’uomo è più importante della musica. La qualità della musica è direttamente proporzionale alla coscienza di chi la fa. Le due strade possono essere vissute in un modo parallelo sotto la guida di un maestro di vita.

                                                               Leonardo Marchini

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