Il viaggiatore

Un uomo cammina, e va alla morte. Non se ne chiede il motivo, non ne trova consolazione. Ma, in un attimo, pensa. Al confine che dovrà oltrepassare senza pelle né ossa, senza più piede, senza più passo, all’altro uomo, volente o costretto, che aggiungerà la sua testa a tutte quelle già conquistate col potere del suo ferro, all’ultimo momento di perdono, implorato agli uomini, come raffinato congedo prima del sangue. In fondo è solo un condannato alla morte, tra i mille che sotto ai propri errori periscono, ma sopra alle nostre carte, ancora oggi, sanno delineare l’esempio umano di un incontro al mistero, di uno scontro sussurrato. Il rancore o il perdono.

Questa la scelta obbligata presentata da Adriano Prosperi che, durante il suo intervento nel giorno 28 settembre per il festival che si pone in modo diretto la sfida del bivio tra pace e guerra, pietra scagliata o mano tesa, attraverso un accurato ponte tra i tempi, scandisce e delinea le vibranti sfumature del tipo umano a cui la società europea, in particolar modo quattrocentesca, tende la propria attenzione in un desiderio costante di ricerca dell’ombra, del peccato e della sua conseguenza, su un volto a quello quotidiano del tutto simile, del tutto fragile.

Guardando allo spirito di un condannato, non solo con la penetrazione del credo ma soprattutto attraverso un’analisi psicologica, d’un tratto si affievolisce la chiarezza della presenza in esso di una solo colpa. Guardando l’uomo abbracciato dalla morte, la sensazione è quella della stretta, come a un bambino, e della rassicurazione, contro la prospettiva del viaggio oscuro di cui nessuno sa il cuore. L’epilogo della storia divina, il cui giustiziere fattosi uomo sa, davanti alla sua stessa morte, regalare il sogno di un paradiso persino a due ladri accolti al suo fianco, non può essere solo un ricamo della predicazione, ma diviene l’esempio concreto dell’affrancamento principe, verso le porte di un regno celeste con la promessa di qualsiasi riscatto. Il condannato diventa un eroe umano grazie al ricordo dei santi e dei martiri e a un breve percorso di pentimento: il suo finire non si esaurisce ad un esercizio della giustizia, non a un simbolo di cui ricordarsi solo da lontano, ma un oggetto di perdono, e di senno in rispetto all’imperfezione nella sua interezza.

Oggetto che, con occhi politici, può trasformarsi in un facile strumento di consenso,così come accade in un’Italia che, ancora assetata delle rare gocce di potere rimaste, considera i gruppi di pii riuniti in confraternite e nelle loro attività di compagnia e sostegno del viaggiatore lo strumento di inganno e raggiro verso un popolo dagli occhi spenti, un popolo in confusione e ammirazione di fronte a un dono di Dio come a una punizione degli uomini. Il viaggiatore è amico della politica, se amico della morte, e i governi di ogni paese europeo sfruttano l’impatto che la sua fine ha sul suddito per assoggettarlo, ridurlo in potere dell’immagine o dell’idea, costruendo un senso di comunità che tocca tutto il fondamentale, rendendolo superficiale.

Ma il viaggiatore non cessa il cammino: la sua veglia dei miti della fede, come la sua consolazione, possono continuare con lo stesso ritmo, la sua testa può finire indifferentemente in mani ricche o deboli, ma la vendetta che su di lui incombe è più forte di qualsiasi supplica, e il perdono che, sottile, si aspetta, lo scorgerà soltanto dopo, quando il buio lo invaderà ancora, e potrà finalmente dire che ogni raccomandazione è stata vana.

Il viaggiatore non parla, perché le parole sono senza suono per una bocca staccata dal cuore: il condannato sa già tutto. Il suo gesto è plateale, meno lo è stata la sua redenzione. Il suo simbolo da sempre trasudante di timore, ricco d’orgoglio. Il suo esistere è un tramite per Dio, e oggi pure un corpo nuovo in cui immedesimarsi uomini.

Il suo nome è in mezzo a un elenco, di volti polverosi tradotti in bestie, che la storia dettagliatamente fornisce a noi, individui in cerca di punti di riferimento, qualcosa in cui credere e per cui soffrire. La sua croce accanto ad un’altra, ancor meno nobile, più denigrata, per il cadavere che porta: accanto a lui c’è un Dio, e i mille tentativi di conforto passati attraverso epoche e territori remoti, così come le riconciliazioni fatte con i simili, non valgono più delle sue fioche parole.

Arianna Gazzola

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