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Ricorda: se hai bisogno di una mano la troverai sempre alla fine del tuo braccio

Solidarietà e conflitti.

Quest’anno il festival del diritto, giunto alla sua quinta edizione, alza il sipario mostrando un mondo di controversie e di tentati rimedi.

Solidarietà nei confronti dei giovani e dei meno giovani, dei figli e delle mamme, degli immigrati e degli italiani. Conflitti con la società, con l’istituzione scolastica, con la famiglia.

Ma ciò che intreccia solidarietà e conflitto dalla notte dei tempi è sicuramente la situazione femminile. Dalla società patriarcale alle rivolte degli anni settanta, dal delitto d’onore all’articolo 18 il ruolo della donna nella società italiana ed europea è sempre stato un argomento di scontro e conforto. Continua a leggere

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La dignità delle donne: diciamo no alle mutilazioni genitali femminili

“Le mutilazioni genitali femminili sono praticate per incentivare la castità, preservare la verginità, garantire la moralità, rispondere a presunti obblighi religione, aumentare il piacere sessuale maschile”.

Ancora nel XXII secolo gran parte delle popolazioni africane non sono riuscite a dire no alla barbara pratica di asportazione degli organi sessuali femminili che prende il nome di infibulazione.

In realtà quest’ultimo termine, che deve la sua derivazione dall’antico latino “fibula”, è solo una delle tante tecniche di mutilazione genitale adottata fin dai tempi antichi. Continua a leggere

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Tu che conosci il cielo

Quella di Cecilia potrebbe sembrare la storia di una ragazza qualsiasi: un’infanzia felice, una famiglia salda e serena, un buon rendimento scolastico, la fase dell’innamoramento nel periodo adolescenziale. Ma è proprio a questo punto che sorge alla luce la vera differenza, la vera svolta.
Cecilia si è innamorata, ma si è innamorata di Dio: un amore incontrollabile, il cuore è così pieno d’amore da volerlo dimostrare a qualsiasi persona, tutto ciò che esiste assume un valore al di sopra dello spirituale.
Oggi Cecilia  fa parte delle suore Carmelitane, ha deciso di farsi suora di clausura con l’intento di amare tutti, nessuno escluso.
“La clausura ti apre all’amore”.
Il percorso di Cecilia non è stato sempre facile: la famiglia contraria, la quotidianità persa, la mancanza della sensazione del sole e della neve, l’assenza dell’abbraccio forte della mamma, gli amici che non puoi più frequentare.
Ogni tanto si sentiva fragile, quasi prossima a sgretolarsi; ma la forza la puoi trovare solo in te stessa, solo nella compulsiva ricerca di un’astratta felicità, ancora così imperfettamente lontana. Allora ti asciughi le lacrime, ti lavi via i dubbi e decidi di continuare a camminare sulla strada che ti sei prefissata, che conduce alla salvezza.
“Le emozioni non chiare diventano verità”L’imperfetta vita di Cecilia ha iniziato ad acquistare il significato che da tanto cercava facendo la suora di clausura. Ogni minimo gesto dal rapporto con altre persone, impercettibilmente ridotto ad uno timido sguardo, alla sensazione di pienezza tipicamente derivata dalla pura soddisfazione,  e persino il rapporto con Dio produce emozioni nuove la cui gestione è ancora sofferta e macchinosa: è come innamorarsi, ti senti amato, è una cosa che da senso a tutto e che incide su ogni cosa.
Per lei la cella è il nostro salotto con il camino acceso, sono le emozioni che prendono fuoco e che si
alimentano con l’amore, la preghiera e con il silenzio.

“Si impara che nel silenzio tutto ha un eco più grande”.La vita di Cecilia è in ogni impercettibile gesto devota a Dio ed agli altri.
La sveglia mattutina è fissata per le 5:30: orario della prima preghiera giornaliera. La giornata è divisa in orari fissi ed è soprattutto vissuta nel silenzio. Si alternano momenti di totale solitudine a momenti di comunità.
Senza il silenzio si vive superficialmente, tutte loro lo sanno. La giornata è disposta però anche nel lavoro di comunità dove si svolgono i lavori di casa, si apprende l’arte del ricamo e ci si confezionano i vestiti con le proprie mani.
Sono organizzati momenti di ricreazione nei quali si ha la possibilità di confrontarsi con le altre sorelle riguardo tutto ciò che più le interessa.
La femminilità si sviluppa, solo in un modo diverso. Non esiste il truccarsi, il tirarsi i capelli o il farsi un bagno caldo. La femminilità si sviluppa con gesti diversi: nel prendersi cura di una persona e di farla crescere benché ciò sia fatto da lontano.

“L’amore arriva anche senza il contatto, l’amore è libero, non lo puoi stringere tra le mani”.

In che termini è quindi diversa Cecilia?
Sicuramente è diversa nell’insolito modo in cui a deciso di prendere in mano la sua vita, ma scrutando le sensazioni autentiche si percepisce solo una diversità superficiale.
Cecilia vive i suoi vent’anni cercando di donare la sua vita ad altre persone. Ma Cecilia siamo noi. È una ragazza che rispetta i suoi impegni, che si batte per ciò a cui crede, che tutti i giorni si rapporta con altre persone, che crede nel suo futuro, che percepisce sensazioni, che si emoziona per le piccolezze.
È una ragazza che basa la sua diversità sulla sua scelta di vita, sul luogo in cui si svolge la sua vita, sulle azioni fisiche di cui si costituisce la sua vita.
Ma la sua diversità è percepibile solo in superficie: è come quando l’acqua si mischia con l’olio, quest’ultimo accarezza solo il pelo della superficie ma la sua essenza rimane al di sotto.
La sua diversità è la nostra molteplicità.
Come diceva Platone tolto il superfluo rimane l’essenza.
“La fede è come l’amore, o ti fidi o non ti fidi”.
Testo di Michela Negri | Foto di Sofia Baldi

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Scrivere lo sport: un lavoro di “pancia”

Lunedì 16 gennaio nell’aula consiglio del liceo Gioia si è svolto, sotto la dirigenza della Professoressa Ciocchi, un incontro rappresentativo della convenzione Coni:  possibilità che viene offerta agli studenti dell’istituto che praticano uno sport a livello agonistico (per più di otto ore settimanali) di essere giudicati in base al raggiungimento di determinati traguardi sportivi.

All’incontro hanno partecipato i ragazzi del triennio che godono della convenzione, tutti i professori di educazione fisica, la preside Gianna Arvedi ed il vicepreside Fabrizio Pezza ma la sorpresa più grande sono stati gli ospiti: Filippo Ballerini, fondatore del sito web “sportpiacenza.it” e Marco Pastonesi, giornalista de “La Gazzetta dello Sport” nonché padrino del sito “paneegazzetta.it”.

Sottolineando il rilievo che “La Gazzetta dello Sport” assume all’interno della tipografia italiana, (è questo infatti  il quotidiano più letto dagli italiani), Pastonesi non nega che “scrivere lo sport” (citazione dalla quale prende il titolo l’incontro) non sia per niente scontato specialmente ai giorni d’oggi. Al suo tempo, dopo essersi laureato in legge, Pastonesi aveva scritto e lavorato per molti giornali prima di giungere alle porte del celebre quotidiano sportivo. “Il giornalista è come il maiale” afferma “non si butta via niente”.

Avendo intuito dopo pochi anni dalle laurea la sua vera “vocazione” accettò di lavorare per quattro anni nella redazione di “Vougue Uomo”  e si trasferì  nella grande capitale per fare praticantato e per iscriversi all’Ordine dei Giornalisti.

Ciò che mi ha particolarmente colpito di questo incontro, che più che un incontro è apparso come una chiacchierata tra colleghi appassionati di sport, è stata la ricerca di un’educazione che ha come fondamento l’attività fisica; come, cioè, è possibile esprimere la propria emozione sportiva e soprattutto in che termini l’attività sportiva  può essere educativa?

Gli esempi più significativi non possono che essere le esperienze personali che talvolta vengono anche trasformati in libri. “Diario d’acqua” è un meraviglioso racconto di un nuotatore determinato e curioso che attraversando a nuoto i laghi ed i fiumi anglosassoni affronta tematiche assolutamente a passo con la società odierna quali l’inquinamento ed i nuovi metodi di comunicazione.

Ma la testimonianza che agli occhi di uno spettatore appare più autentica è sicuramente quella fornita dallo stesso Pastonesi.

Luglio 2006. Giro del Burkina Faso. Tradizione ciclistica adottata dai francesi che alcuni decenni prima avevano colonizzato questa zone del cono d’Africa. Si parte alle 8:00 di mattina perché in queste zone di Savana intorno all’ora di pranzo si rischia un’insolazione. È una corsa allo sbaraglio, i ciclisti danno tutto subito non conoscendo i ritmi dei tour europei, sono la bellezza di 85 kilometri di asfalto, tutti dritti, poi si curva e ci si butta nella selvaggia savana. Si vede di tutto: gomme bucate per la ghiaia, freni che saltano per i dossi che si trovano nella terra rossa. Tutta la popolazione è stretta intorno a questa frenetica competizione, l’unico spettacolo nazionale che offre lo stato. Dopo diversi minuti dal taglio del traguardo giunge alla soglia dell’arrivo l’unico corridore burkinabè acclamato tra la folla, l’emozione però, come in tante situazioni, ha la meglio. I freni non funzionano più  ed il povero ciclista finisce contro la macchina dell’ambulanza (almeno quello) cadendo sul lato destro e fratturandosi la testa, il braccio e la gamba, “perché il ciclismo è democratico” afferma Pastonesi “ se cadi dal lato destro ti fratturi tutto ciò che l’asfalto incontra”.

I giornalisti che abbiamo incontrato sono la prova che l’occuparsi di sport non significa “drogarsi” di sport, lo sport cioè non è solo l’attività agonistica in sé ma è l’emozione, l’adrenalina, la bellezza di raccontare storie di uomini e donne, la gola che ti si chiude quando vedi il vincitore tagliare il traguardo e dedicare la vittoria alla sua bimba.

Vivere e scrivere lo sport è anche difficile, perché non sempre si ha la capacità di dare la giusta interpretazione alle parole, alle mosse o ai comportamenti di ogni singolo sportivo; che il giornalista sia come il maiale o che il ciclismo sia democratico purtroppo io non posso ancora saperlo, quello che oggi mi sento di affermare è che per scrivere e per parlare di sport ci vogliono i nervi saldi, la determinazione, l’obbiettività e come ha detto Pastonesi la” pancia”.

Michela Negri

 

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