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LA VOCE DEL GIOIA

L’evento del giorno è la messa in onda della Gioia Web Radio, la prima radio studentesca piacentina, durante il pomeriggio di scuola aperta.

La prima intervistata è stata la nostra direttrice Elisa Silva, anche per parlare del progetto che da gennaio coinvolgerà  L’Acuto in collaborazione con la radio nella gestione delle news giornaliere.

Stay tuned on: http://www.gioiawebradio.it/On-Air

-La Redazione

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Noi non ci lasceremo mai

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Il 24 Marzo del 2012 il mondo dello sport ha perso uno dei suoi atleti e uomini migliori, Vigor Bovolenta , che si è accasciato durante una partita. È stato un momento tragico e veloce, troppo veloce e dopo quell’attimo il suo cuore ha cessato di battere.

Federica Lisi, la moglie di Bovo, è una donna forte che ci ha insegnato veramente tanto: ci ha insegnato a riconoscere quei valori della vita che contano davvero, ma soprattutto ci ha insegnato a non arrenderci davanti a nulla e a trovare il coraggio di andare avanti e continuare ad amare. Federica ha perso il suo amato “Bovo” quel giorno, in quell’attimo una parte del suo cuore se ne è andata per sempre, ma lei ha trovato il coraggio e la forza di proseguire il cammino della vita.
“Bovo è vita per me, lo è sempre stato, e tutto il coraggio che ho, è proprio perché sono convinta che lui sia dentro di me.” Sono queste le parole commoventi di Federica, che continua ad andare avanti, a vivere nonostante tutto, ad essere un esempio per i suoi cinque bambini e per tutti noi.

A novembre 2013 è stato pubblicato il suo libro, dove racconta la vita con Vigor.
Le è stato chiesto più volte il perché abbia deciso di scrivere proprio un libro e lei ha più volte risposto che non è stato facile, anzi è stata una sofferenza attraversarne la stesura, ma le ha fatto bene, perché ora è più consapevole di quanto il suo campione le abbia dato e di quanto sia ancora presente in ogni attimo della sua vita.

Inoltre un libro è qualcosa che rimane per sempre e voleva che i suoi cinque figli sapessero e conoscessero chi era realmente il loro papà, come un ricordo indelebile nero su bianco da lasciare a loro.

Federica era una campionessa di volley quando ha deciso di ritirarsi per costruire una famiglia con l’uomo che amava: un destino crudele ha cercato di fermare questo progetto di vita comune.

Ma l’amore che li ha uniti in vita non li ha separati nemmeno dopo che lui se ne è andato: Federica sente di avere la forza di andare avanti esattamente come avevano progettato insieme. Non solo. La scoperta di essere in attesa del loro quinto figlio dopo la morte di Bovo le fa capire che l’amore è più forte di tutto quello che può accadere di male.

Lo slogan con cui sta portando avanti in tutta Italia la presentazione del libro “Noi non ci lasceremo mai” riguarda proprio l’amore: Amore = Vita!
Ed è un inno alla vita questo libro bellissimo, tenero e terribile, aperto e angoscioso, feroce e dolcissimo,proprio come la vita sa essere.

La mattina del 24 Gennaio 2014 il Liceo Gioia ha avuto l’onore di ospitare Federica, che ha parlato a noi studenti. Il messaggio che vuole trasmettere a tutti i giovani è di amare e di vivere fino in fondo ogni attimo, perché anche la piccola cosa può essere immensa, di non avere paura di dire la nostra opinione, e soprattutto che l’importante non è il voto, ma l’impegno: la sfida è tra noi e i libri. Infine “da mamma” ha aggiunto che se siamo contenti e realizzati nel fare una cosa, anche i nostri genitori lo saranno, spetta a noi credere in qualcosa e fare il “grande salto”

Grazie Federica per aver condiviso con tutti noi questi ricordi preziosi, per averci aperto le porte della tua casa e del tuo cuore: noi non ti dimenticheremo mai!

 ChiaraSerena Rossi

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Dalle bottiglie di Coca Cola ai divi del cinema: Warhol, laicizzazione o agnosticismo iconografico?

Mostra Milano, Palazzo Reale

Mostra Milano, Palazzo Reale

 

Facendo seguito al “non so” circa il valore di Andy Warhol, condivido, ora, l’affermazione che “Warhol rappresenta l’America”, o notoriamente, che Warhol è l’America, nel momento in cui l’America è diventata il mondo.

E ciò è comprensibile, perché l’arte di Andy si è disancorata dalla pittura degli espressionisti astratti e aprioristici, il cui stile intende andare oltre l’oggetto, oltre la raffigurazione dell’esperienza quotidiana, che li angustia profondamente; invece, gli artisti della Pop Art hanno al centro del loro interesse la prosaica e massificata realtà americana, senza commenti espliciti, positivi e negativi.

Sono espressionisti astratti Gorky, Pollok e Kline; esemplare artista pop è, invece, Warhol.

Warhol intende rifare le immagini che stanno sotto gli occhi di tutti per sottrarle all’invisibilità: e da qui il suo acume, che consta non tanto in una reviviscenza, ma in una tesaurizzazione di un epoca, ingigantita dall’isolamento della singola immagine e della sua serigrafia.

Da qui il campeggiare sulla tela dei volti “dilatati” di Liz Taylor e di Marilyn Monroe e da qui la ripetizione seriale di lattine, bottiglie, banconote.

Condivisibile, anche, è l’asserzione che nell’arte di Warhol vi è un fondo di nichilismo e in essa vi aleggia un senso di morte e di dissolvimento. Infatti l’immagine artificiale, per sua stessa natura, da un lato non può che bloccare la vita, esserne in un certo senso la negazione, dall’altro è comunque destinata a un rapido consumo.

Niente è più esplicativo di tutto ciò, dei ritratti in negativo di Marilyn, di Jacqueline Kennedy in lutto, dei vari “disastri” e dell’opprimente “suicidio”.

La mostra a Palazzo Reale, a Milano, attiva dal 24 ottobre 2013 al 9 marzo 2014, ha rivelato un artista miscredente, che pensava che la sua opera non avrebbe avuto futuro, che la sua “commercial art” non avrebbe più significato nulla, forse, per la presenza di luce effuse e del cromatismo labile ed evanescente: per ora, almeno, caro Andy, il tuo vaticinio non si è avverato, probabilmente, perché il business è la miglior forma d’arte e, tu, non l’hai mai rinnegata.

Gli interrogativi del 29 dicembre 2013 restano, e la risposta è sempre “non so”, ma la disponibilità a “capire” a “vedere” ha rimosso i pregiudizi, i preconcetti.

 Paolo Balordi

 

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Sulla strada del capolavoro

Quando un capolavoro si affaccia, appena nato, sullo scenario eterogeneo e vario dell’opinione pubblica, ci si chiede dove sia nato. Forse in un luogo ameno e lontano, sottratto al male e al dolore, ispirato da una mente alta ed attenta, risultato immobile di un’attività divina. Forse oltre l’immaginabile, in una nebbia di magia e di sfida, in un cielo che rimane sempre azzurro, in una terra sempre fertile. Ma non è così.
Il capolavoro, così strettamente legato all’idea stessa dell’umano, non deve essere inseguito, ma capito, non allontanato ma avvicinato, non idealizzato ma fatto proprio. Il capolavoro è nell’uomo che vive e si muove tra la pace e la guerra, nascosto tra le bellezze così come tra le viltà, germoglio anche nell’individuo più umile, ed il genio dell’artista è raccoglierlo dal suo nulla, per renderlo immenso.
Lorenzo Calza, fumettista ed illustratore piacentino( tra le sua opere più conosciute la serie a fumetti gialli Julia e quella di She, sulla rivista Style) ha parole vere e semplici per esprimere un concetto essenziale ma non scontato: l’individuo, giovane o vecchio, ricco o povero, pieno o vuoto, guarda la vita, oggi sfuggente e affannata, e non è mai sazio di usare fantasia e ingegno per scoprire che tutto è fonte, e ispirazione, di riflessione. L’ oggi nasconde storie impreviste che il nostro estro creativo si vergognerebbe ad ignorare, ed il singolo istante non può essere lasciato a se stesso: anche da una tragedia, un crimine, una morte, la bocca può iniziare a parlare e a danzare, gioiosa di contribuire alla crescita del nostro patrimonio di vita. E sono proprio le parole il primo e più importante veicolo del processo artistico: la parole che corrono, scambiandosi e stravolgendosi, aprendosi in significati insoliti e documentando con la propria chiarezza. Le parole sono i ponti e le chiavi tra le sensibilità, i manifesti di un vivere comune. Parole che si completano, se affiancate all’attimo sfuggente di un’immagine, rappresentazione, a volte sofferta, a volte liberatoria, della realtà che vive, sfondo di figure che rubano un momento della nostra vita per trasformarla e decodificarla, mostrarcela lineare e chiara, come un enigma svelato. Parole e immagini cambiano il nostro intimo, perché gettano luce sui suoi momenti bui, e l’esterno brulicante, perché, anche dai suoi difetti, sono in grado di creare saggezza e meraviglia. Ed è così che il piccolo uomo, teso allo stesso tempo a comprendersi e a superarsi, crea inconsapevole la medicina meno amara per vivere, il tentativo più alto di aprirsi un paradiso, senza guardare in alto. L’uomo crea l’arte, perché bisognoso di porsi domande, e di avere risposte. Crea l’arte perché desideroso di giocare con la realtà, e di disegnarla con i contorni che vorrebbe. Crea l’arte per vivere. Vivere per sempre. Perché le sue opere stanno in terra, animandola e scaldandola, e saranno il pane e l’acqua per l’analisi dei prossimi, in grado, a poco a poco, di creare qualcosa che abbatte ogni confine.
E dopo aver guardato e studiato, sudato e pianto, l’uomo consegna il suo capolavoro: l’ha trovato nella quotidianità difficile, sui visi di chi dà emozioni vere, e lo ha partorito amandolo come frutto di ciò che lo rende umano, consapevole di aver dato voce all’esperienza e all’istinto. Consegnandolo all’umanità, dona la sua strada e il suo cuore, e niente potrebbe essere più grande di questo.
Arianna Gazzola

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Buona Pasqua!

Pochi sanno che, qualche decina di anni fa, una sezione del classico del nostro liceo decise di intitolare il giornale della scuola a John Hawkwood, paladino inglese vissuto nel XIV secolo, conosciuto appunto in Italia con il nome di “Giovanni Acuto”.

Oggi, a distanza di qualche decennio, l’Acuto rimane l’unico ed inimitabile giornale ufficiale del nostro istituto e vanta una redazione “da urlo”. È proprio a nome di questa fantastica redazione, ed a nome mio ovviamente, che faccio tanti auguri pasquali a tutti i nostri lettori (gioiosi e non).

In questo giorno speciale, tipico della tradizione cristiana, entrato ormai nel calendario universale delle festività (quasi alla stregua di Natale), vi invito a riflettere sulla nostra giovane età, sui nostri progetti futuri e sulle scelte che ogni giorno ci capita di fare.

Un forte abbraccio,
Simone Cavazzuti

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Laura Boldrini: “Facciamo di questa Camera la casa della buona politica”

Terza donna a presiedere Montecitorio, Laura Boldrini è presidente della Camera della 17esima legislatura. La deputata di Sel, candidata dal Pd, alle elezioni della Camera del 16 marzo ha ottenuto 327 voti. Arriva a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a “difendere e rappresentare i diritti degli ultimi”, occupandosi di crisi umanitarie, migrazioni, convivenza civile e diritti. Il suo bagaglio di esperienze in Italia e in molte periferie del mondo è tutto ciò che intende mettere al servizio della Camera. Laura Boldrini si è candidata per senso di responsabilità, per avviare un radicale cambiamento in Italia a partire dai rappresentanti in Parlamento. Il nuovo Presidente della Camera aspira a restituire credibilità all’Italia puntando sul merito e sull’onestà, cercando di ridare ai cittadini fiducia in una politica diversa da quella che negli ultimi anni di crisi ha creato solo indignazione nella società, allontanando i cittadini dalle istituzioni. Il Presidente della Camera considera la politica come servizio, confronto e mediazione per il bene comune. Al centro di questa politica pone la comunità e la partecipazione, come valori da contrapporre all’individualismo. Crede fermamente nella Costituzione italiana, per lei “la più bella del mondo”, e in nome di quest’ultima vuole dare piena dignità a ogni diritto, ingaggiando una battaglia contro la povertà e ascoltando lo smarrimento di una generazione prigioniera della precarietà che cerca certezze e speranza fuori dal nostro Paese. Il suo piano di recupero di credibilità verterebbe sulla centralità della solidarietà e del welfare, favorendo così il processo di integrazione europea su base politica e sociale. Volgendo lo sguardo su una cartina geografica, la Boldrini vede l’Italia con la vocazione naturale per svolgere un ruolo di ponte con il Nord Africa, il Medio Oriente e i Balcani, potendo istituire partenariati con i paesi mediterranei in un’ottica di condivisione e sviluppo. Altre direttive per raggiungere la credibilità del Paese sono il rispetto degli obblighi internazionali, la tutela dei diritti umani per i popoli oppressi e per tutte le minoranze. In particolare, è necessario valorizzare due figure: quella del migrante, rendendosi consapevoli della mobilità del mondo contemporaneo e del processo di globalizzazione; quella della donna, rivendicandone un ruolo centrale nella società, contrastando la sottocultura maschilista e evitando la rappresentazione mediatica denigratoria della figura femminile. Di fronte alla crisi, l’unica possibilità di recupero di crescita e di rilancio consiste nella lotta agli sprechi, in una fiscalità equa che non gravi solo sui ceti medi e sul lavoro dipendente. In diretta tv a Ballarò, lo stesso giorno dell’elezione, annuncia insieme al Presidente del Senato Pietro Grasso che “ci siamo tagliati gli stipendi dl 30 per cento”. Si pronuncia in questa direzione a Radio Anch’io: “Vorrei che anche gli stessi dipendenti della Camera, nella misura che riterranno e sempre in accordo con i sindacati, dessero un segnale di sobrietà. Non sarà facile, ma ci proveremo. Gli italiani amerebbero di più questo palazzo”. Sempre a Radio anch’io, commenta il suo incontro con il pontefice: “Papa Francesco rimette al centro quelli che la politica a volte non vuole vedere, i poveri e gli ultimi. Abbiamo molto da imparare da lui. […] Viene dalla fine del mondo, è un papa migrante, è prezioso averlo e deve essere fonte di ispirazione anche per la politica”. Una donna che sicuramente porterà una svolta importante nella politica italiana, una donna che all’ingresso dell’Aula che l’aveva appena eletta Presidente pensò a tre cose: al papà che voleva facesse l’avvocato, alla figlia Anastasia che sempre l’ha appoggiata nella sua missione e ad una pasta, rigorosamente in bianco. L’unica, a sentire la figlia, che sa cucinare. Ma direi che un cuoco in Parlamento può aspettare.
Giulia Anguissola

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Elezioni 2013: ha perso l’ideologia

In Italia possono votare tutti dal 1945; cento anni fa alle donne non era permesso per esempio di scegliere chi le avrebbe rappresentate. Immagino la soddisfazione di quei primi votanti: finalmente erano loro a decidere del loro paese, una grande responsabilità ma anche una grande gioia. Gli italiani erano finalmente diventati grandi. Oggi, 2013, ci si sono prospettate delle elezioni decisamente difficili, non solo perché veniamo da un periodo di grande crisi economica ma anche perché ancora una volta l’italiano medio si è trovato a dover votare il meno peggio. Molti, circa il 25%, hanno preferito non avvalersi di uno dei più importanti diritti e doveri previsti dalla nostra costituzione, hanno deciso di ripudiare i padri costituenti e lasciare che fossero gli altri a decidere per loro. La situazione non era certo semplice, forse non tutti hanno trovato il candidato che li rappresentava, essendo scarsa la presenza di figure valide, a mio parere, ma non votare significa perdere in partenza. Perdere tutto quello che ognuno di noi desidera: cambiamento, miglioramento, progresso. Ebbene purtroppo abbiamo perso lo stesso, infatti la governabilità non c’è, non ci sono i numeri e dovremmo, probabilmente, a breve tornare ad elezioni. Cercando di analizzare i dati, una cosa sorge subito all’occhio: gli Italiani hanno la memoria corta. La coalizione di Silvio Berlusconi ha ottenuto, infatti, il 29,1 % alla camera e 30,7% al senato. Gli elettori si sono dimenticati di quanto quest’uomo abbia umiliato l’Italia. Non solo con le sue vicende scandalose, con le battute fuori luogo, ma anche e più di tutto per i legami dubbi con la mafia, che distrugge l’economia del nostro paese e limita la libertà di molti cittadini, e per i tanti processi nei quali è coinvolto (qualcuno dovrebbe spiegargli che prescrizione non significa assoluzione).

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Dall’altra parte, con la coalizione che era, all’inizio, data per vincente, Pierluigi Bersani, che ha ottenuto il 29,5 % alla camera e il 31,6 % al senato, rappresenta tutto quello che moltissimi Italiani non vogliono vedere: una politica vecchia. Coloro che non si sono fatti abbindolare dall’ennesimo insulto all’intelligenza da parte del Cavaliere, la restituzione della famigerata tassa Imu, desideravano un cambiamento forte. Si giunge dunque ad un altro dei protagonisti di queste politiche: Beppe Grillo e il suo Movimento Cinque Stelle, che è riuscito ad ottenere ben il 25,1 %; la figura che molti cercavano, un grande comunicatore, che propone cose che, del resto, piacciono, nessuna pillola amara nel programma dei Grillini e i vecchi, con il loro magna magna, tutti a casa. Ma siamo proprio sicuri che sia tutto così facile? Uno stato non è un comune, una regione e non è neanche un gioco. Siamo sicuri che mettere in Parlamento dei cittadini comuni sia la soluzione? Certo possono fare gli interessi del popolo, ma saranno in grado di gestire la complessità della nostra Repubblica? Una cosa è sicura: l’ideologia ha perso, la destra e la sinistra hanno perso. Il 25% degli elettori ha deciso di non votare e un altro 25% ha deciso di voltare per un partito apolitico. Sicuramente un rinnovamento della casta politica del bel paese era necessario, ma non così. Non vale a chi urla più forte, non vale a chi semplifica di più il programma, non vale a chi propone le cose che ci piacciono di più, non vale a chi parla ma non concede interviste. Gli italiano hanno preferito l’onestà alle competenze, hanno preferito guardare la politica e potersi vedere riflessi in uno specchio per essere sicuri di non vedere più dei ladri, che mangiano sui loro risparmi. Ma credo che nella Democrazia di oggi, i politici non dovrebbero essere uguali a tutti gli altri cittadini, dovrebbero essere i migliori, un modello a cui tutti si ispirano sia per competenze che per onestà. Cosa direbbero i padri costituenti? Cosa direbbero di un’ Italia in cui cittadini qualunque sono in Parlamento, guidati da un comico? Cosa direbbero di tutti quei politici che non sono più in grado di rispondere alle richieste degli elettori? Per ora ci sono piaciuti i furbi,

Serena Bergamaschi

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