La dignità dell’uomo tra individuo e mondo

1548753859_U.S.-navy-photo-by-Chief-Information-Systems-Technician-Wesley-R-Dickey-ReleasedIl 6 febbraio 2019 all’Università Cattolica di Piacenza si è svolta una conferenza tenuta dal Professor Umberto Curi, filosofo e docente dell’Università di Padova, su un tema che ultimamente ci tocca in particolar modo e ci pone quesiti continui: l’immigrazione. Curi afferma che il dibattito teorico-analitico sul tema dell’immigrazione è inchiodato su 2 parole chiave: accoglienza e respingimento. Negli ultimi anni si è instaurato tra di esse un rapporto paragonabile a un “dialogo tra sordi”, in cui nessuna delle due parti vuole ascoltare le motivazioni delle scelte dell’altra. Si è deciso allora di provare ad impostare un ragionamento su questo tema utilizzando un modello analitico: il primo passo in questo ragionamento è costituito da ciò che è costantemente ribadito, senza differenza tra destra e sinistra, cioè la distinzione tra profughi richiedenti asilo (che devono essere accolti) e migranti economici (che non provengono da zone di guerra ma di povertà). I primi hanno diritto ad essere accolti, i secondi invece vengono considerati clandestini, abusivi, delinquenti ed anche potenzialmente terroristi. Curi ci chiede allora di provare a fare un passo avanti ponendoci le seguenti domande: Chi è il migrante economico? Perché centinaia di migliaia di persone affrontano l’incertezza ed il pericolo estremo pur di arrivare in Europa? Da quale condizione vuole evadere?
Da Report di FAO del 2011 (costola di ONU che ha il compito di aggiornare i dati su povertà e fame nel mondo) sappiamo che, dei circa 6 miliardi di abitanti del pianeta, 2 miliardi ed 800 milioni dispongono di 2 dollari al dì per sopravvivere, mentre 1 miliardo e 200 milioni di meno di 1 dollaro. I decessi alla settimana per fame sono più di 2000 e 11 milioni di bambini all’anno muoiono per denutrizione.
E quando lo Stato dice di “aiutarli nel loro paese”, l’Italia non ha tirato fuori 1 euro per il Global Found (fondo globale per le esigenze più urgenti), né ha cancellato il debito pubblico. Ha invece modificato la quota Pil riducendola da 0.20 a 0.15.
Questi sono i migranti economici, persone che affrontano il Mediterraneo rischiando la vita. Dunque non si può pensare a queste persone come coloro che vogliono arricchirsi.
L’accoglienza va riservata a coloro che cercano di sfuggire al pericolo di morire, che sia per fame o per guerra. Non dovrebbe esistere una distinzione tra migranti “buoni” e migranti “cattivi” perché l’unica distinzione è il pericolo di vita, che derivi da guerra o da miseria.
Il giudizio sui migranti “economici” da parte dei politici attribuisce uno stigma, un marchio negativo a queste persone. La questione difficile da accettare sta nella contraddizione dei nostri governi che si basano sull’economia ed esaltano l’Homo Economicus, ma se è l’altro a farlo diventa una pratica negativa.
Se siamo umani, siamo consapevoli che un migrante che ha abbastanza soldi per poter vivere nel paese d’origine, non emigra e che se una madre ha un bimbo che sta morendo, non verrà fermata certamente da un decreto! La verità elementare è che o si riesce a rendere meno drammatico lo scarto tra la nostra opulenza e la miseria dei paesi africani o non sarà possibile fermare l’immigrazione.
Una storia che mi ha colpito particolarmente e che vi lascio per riflettere è quella di Abdul, che ha affrontato a piedi dal Sud Sudan alla Libia, dove è stato carcerato e torturato, è poi riuscito ad arrivare in Europa e poi a Calè dove ha deciso, nella disperazione totale, di attraversare correndo i 52 km di tunnel della Manica percorso da treni ad alta velocità, rischiando di morire. Arrivato in Inghilterra è stato arrestato e incarcerato per 6 mesi e poi assolto da un giudice inglese con una sentenza che ha sdegnato molti altri giudici: “ciò che ha fatto è ciò che poteva fare in quanto disperato”.

Marta Cecilia Marazzi, VscA

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