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C’è chi l’amore lo da senza chiedere nulla in cambio

img-20181104-wa0026Era un pomeriggio cupo di aprile quando, camminando sulla ghiaia di una strada di campagna, sentii dei guaiti acuti provenienti da un luogo poco lontano.
Una vecchia cascina abbandonata faceva da sfondo alla mia vista, così decisi di entrarvici assieme a mia mamma per vedere cosa stesse succedendo.
Su di un pagliaio secco ed umido c’era una grossa cagnolona che tentava di riparare cinque cuccioli da poco nati dal vento leggero che si riusciva a percepire. Sembrava quasi chiedesse aiuto, così decidemmo di prendere i sei cuccioli e portarli al riparo, almeno fin quando non avrebbero trovato qualche sistemazione stabile ed un posticino caldo in cui restare.
Per qualche settimana casa mia sembrava molto più piccola del solito, mi ero ritrovata a condividere la camera con sei palle di pelo che crescevano giorno dopo giorno, vogliosi di giocare ed esser coccolati.
Inizialmente la situazione era difficile, in casa si respirava pura e costante tensione, ci siamo ritrovati catapultati, io e la mia famiglia, in una ‘nuova vita’ che mai ci saremmo aspettati di dover gestire.
Con il passare dei giorni le richieste di adozione iniziavano a venire a galla: tutti i cuccioli erano ormai stati adottati… tutti, tranne una.
È proprio su questa che vorrei soffermarmi.
Lei, che nell’istante in cui stava per andare via con una nuova famiglia l’ho istintivamente chiamata e l’ho vista correre verso di me e saltarmi addosso, lei che si è palesemente opposta all’adozione e che ad oggi è diventata la mia bionda, con un manto color miele e due nocciole al posto degli occhi.
Non è il mio cane.
Lei è il mio punto fermo in un mondo che si muove troppo veloce.
Quando tutti se ne vanno, lei è lì ferma ad aspettarmi, come ha fatto sin dall’inizio dei suoi giorni.
Mi aspetta quando, scendendo le scale, corre troppo avanti lasciandomi indietro; mi aspetta quando le dico di fermarsi sul ciglio della strada, mi aspetta quando vado in doccia, quando esco di casa, quando ho da fare.
Torno e la vedo lì, immobile, che mi sta aspettando, con quegli occhioni pieni d’anima con cui lei, e solo lei, sa confortarmi e farmi sentire amata nel modo migliore che esista.
Lei che mai una volta sì è scomposta davanti ad un altro cane ma che ogni volta che l’ho chiamata per le coccole non ha quasi avuto dignità.
Lei è colei che ringhia e si ingelosisce se qualcuno mi si avvicina più del dovuto, è la stessa che mi sveglia puntualmente alle sette del mattino saltando da un lato all’altro del letto o sdraiandosi sul mio petto, poggiando la testa sulla mia.
Lei è la certezza di non trovare mai casa vuota, è il profumo di una vita intera sentito tra le lenzuola, è il primo sorriso della giornata.
Ha uno sguardo che mi ha sempre detto le parole giuste dandomi la forza di andare avanti.
Lei s’accorge prima di me stessa quando sto male.
È colei che, quando gli altri mi hanno abbandonata nel vento, mi ha seguita nella tempesta.
Lei mi ha vista piangere e non dimenticherò mai quelle volte in cui le lacrime me le ha asciugate con il suo muso.
È l’antidoto migliore alla pochezza degli umani.
A volte mi fermo a pensare a come sarebbe stato se avessi ignorato il suo pianto in quel pomeriggio cupo di aprile e, puntualmente, arrivo alla conclusione che la mia vita non sarebbe stata la stessa.
Lei non è un semplice cane, è tutta la mia famiglia.

Sarah Petrolesi, 4scC

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L’Odissea della seconda vita

E’ difficile raccontare un’esperienza ai confini della realtà, che molti non possono nemmeno immaginare poiché mai vissuta e di cui altri ancora, pur avendola sperimentata, non hanno la possibilità di fornire testimonianza. Sono passati quasi due anni dal 27 febbraio del 2016 eppure non riesco a dimenticare il percorso compiuto prima del risveglio, viaggio al centro del subconscio, odissea della seconda vita. Nessuno conosce esattamente cosa senta il cervello di un paziente in coma, secondo alcuni la totale assenza, secondo altri solo impulsi, io credo che viva in una dimensione al confine tra cielo e terra, una sorta di limbo, un limite tra vita e morte o meglio tra vita e nuova vita. Negli anni le testimonianze dei pazienti hanno portato a comprendere meglio le caratteristiche del presunto luogo in cui essi vengono rilegati per tempi più o meno lunghi. Non si riesce a vedere il proprio corpo, forse perché è assente, materia incorporea, o forse perché non viene concepito il concetto fisico di essere umano. Ricordo un paesaggio desolato, tetro e buio in cui perdersi, ricoperto da fango, melma e salici piangenti. Ero da sola senza una metà, senza un motivo, senza una guida e non avevo memoria degli eventi recenti solo dei grandi episodi che avevano caratterizzato la mia vita. Non percepivo lo scorrere del tempo, nemico degli uomini, e non pensavo a passato, presente o futuro. Per una volta, disconnessa dal mondo che conoscevo, ero inconsciamente spensierata, come un giocoliere che si trova a sfidare il pericolo, pur rischiando di non fare più ritorno. Il mio viaggio fu relativamente breve, o almeno a me sembrò così. Dopo cinque giorni trascorsi a vagare per la terra afflitta e incolta, in cui ogni elemento sembrava ripetersi all’infinito secondo una sorta di trama, all’improvviso vidi di fronte a me una macchia che cresceva sempre più nell’oscurità e una luce abbagliante irruppe violentemente. Gli occhi a fatica si abituarono all’insistenza del bagliore e, aprendosi lentamente, ritrovarono il corpo abbandonato, pareti verdi pastello, un orologio fermo e riflessi di luce provenienti dal vetro della finestra, tutti elementi sconosciuti. Impiegai molto tempo a convincermi che non mi trovavo in un sogno e che in realtà avevo passato cinque giorni in coma. Spesso accadeva che mettessi alla prova le persone vicine, chiedendogli episodi personali fino a quando mi resi conto che probabilmente questa era la realtà e dovevo accettarla. Ogni giorno procedeva in modo insaziabile fino a consumarsi per lasciare spazio al seguente che scorreva uguale. Non mi capitava spesso di pensare al futuro forse perché non riuscivo ad avere ancora coscienza della realtà o forse perché ero ferma, proprio come l’orologio, alla sera del 27 febbraio. Dopo mesi di presa di coscienza, dolorosa ma decisiva, iniziai a maturare “la determinazione di non estinguersi”, di non arrendersi all’inevitabile ma di combattere non più per la sopravvivenza ma per la vita. Così, quando tutto sembrava irrecuperabile, fiorì una forza interiore capace di vincere le difficoltà e spingere ciascuno a realizzare l’impossibile: la speranza. Si fece strada tra i mali portati dalla cieca sorte, come uscita dal vaso di Pandora e in breve trasformò il deserto di sciagure e dolori in un giardino di rose.

Sofia Granelli, 5clC

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Leggere per vivere

“Nel momento in cui legge, il lettore, introduce con la sua sensibilità e il suo gusto anche il proprio mondo pratico, diciamo pure il suo quotidiano ”.
La letteratura è un’esperienza di vita che ci porta a conoscere di più noi stessi e ad esprimere emozioni che a volte ci sono totalmente sconosciute. Dante ce ne dà la prova nel V canto dell’Inferno: Paolo e Francesca sono due amanti che esitano a manifestare il loro sentimento d’amore reciproco, ma che, quando la lettura giunge al punto in cui Lancillotto e Ginevra si baciano, trovano il coraggio di lasciarsi andare all’impeto della passione amorosa. Paolo e Francesca hanno ritrovato sé stessi nei protagonisti di quel romanzo e hanno permesso che essi allargassero l’orizzonte e arricchissero il loro universo.
Alcuni artisti hanno reso per immagini la lettura come pratica quotidiana. Hopper, in “Clair car”, raffigura lo scompartimento di un treno dove i passeggeri, seduti, leggono. Potrebbero essere dei passeggeri contemporanei, ma oggi sfortunatamente i libri sembrano sempre di più essere stati sostituiti dalla tecnologia. La donna raffigurata da Van Gogh nel dipinto “La lettrice di romanzi”, intenta a leggere col capo chino sulle pagine entro un interno, sembra completamente immersa nella lettura; così come “La lettrice in abito viola” nel dipinto di Matisse. Tutti e tre i dipinti mostrano anche come la solitudine sia in grado di farci immergere nella totalità delle emozioni, così da poter cogliere a pieno il senso di quello che l’autore ci vuole raccontare. Oramai, pur di non restare soli con noi stessi ci riempiamo continuamente l’agenda e la testa di impegni o di cose da fare, quando invece potremmo tradurre la solitudine in termini di occasione personale.
Quando l’ambiente esterno lo opprime, il lettore si rifugia nel suo mondo fatto da tutti quei libri che lo motivano e lo ispirano. “Uno dei numerosi aspetti della vita è il linguaggio e le parole e la poesia ”. La letteratura, in quanto stimolo perenne a conoscere sensazioni ed emozioni a noi ancora estranee, non è da contrapporre alla vita. Fa parte della vita. Flaubert ci direbbe di non leggere per divertirci, come fanno i bambini, o per istruirci, come fanno gli ambiziosi, ma per vivere.

Filippo Zaninoni, 4clB

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FAME DI SOLIDARIETA’: uno sguardo sulla drammatica situazione di povertà in Italia.

Oggi, in Italia, nel 2014,  quattro milioni di persone non possono mangiare.

Uomini, donne, anziani e bambini che non possiedono denaro a sufficienza per comprarsi lo stretto necessario per vivere e sostenere il più naturale dei bisogni primari. Quattro milioni di persone che hanno fame e corrispondono, abbandonando l’astrazione sterile dei numeri, all’intera popolazione dell’Emilia Romagna, a una massa di cittadini che costituisce l’equivalente di quella degli abitanti di Roma e Milano messe insieme. Secondo i dati forniti dall’ISTAT, il 15% dei bisognosi è costituito da famiglie povere, il cui numero è in allarmante crescita, il 25% da persone sole, e il 60% da famiglie straniere. Inoltre, il numero degli indigenti alimentari, a causa anche della crisi economica e della disoccupazione crescente, è in continuo e preoccupante aumento: si calcola che le persone al di sotto della soglia di povertà alimentare siano il 47% in più rispetto al 2010, così come anche le richieste d’aiuto alle organizzazioni caritative e alle associazioni volontaristiche.

Dati sconcertanti che non appartengono a paesi del terzo mondo o a nazioni in guerra, bensì a una realtà estremamente vicina, intrinseca alla nostra. Per quanto ci si ostini a sottovalutare il periodo di crisi che sta affrontando il nostro paese, le cifre parlano chiaro e gridano che il 6,66% della popolazione italiana non ha soldi per mangiare. Non si tratta di carovita o redditi vari, di tasse superflue o partiti politici, ma di cibo, il prodotto più necessario alla vita, il primo di cui ci si dovrebbe occupare e preoccupare. La reazione dei media è invece quella di un ottuso silenzio, spezzato solo da trafiletti di articoli in quinta pagina su giornali locali. Televisione e stampa che si occupano di questo fenomeno lo descrivono con un implicito distaccamento, trattandolo come un dato di fatto, una situazione drammatica e inevitabile.

E invece qualcosa si può fare davvero. L’ultimo sabato di novembre, infatti, si terrà, presso una fitta rete di supermercati aderenti in tutto il territorio nazionale, la diciottesima giornata della Colletta Alimentare, attività organizzata dal Banco Alimentare e completamente gestita da volontari. La Colletta raccoglie le offerte, in prodotti unicamente alimentari, di chi deciderà di devolvere ai bisognosi una parte della propria spesa e le distribuisce a titolo gratuito alle associazioni caritative,  le quali a loro volta le donano ai poveri attraverso mense e pacchi alimentari. Nel 2012, la Colletta Alimentare ha raccolto più di 9.500 tonnellate di cibo, che unite alle eccedenze che la Rete Banco Alimentare recupera ogni giorno, hanno aiutato e sostenuto 1,8 milioni di persone in condizioni di bisogno. Non c’è nulla di astratto o perbenista in tutto questo: a fine giornata è possibile osservare le colonne dei prodotti raccolti e inscatolati, pronti ad essere spediti. Si tratta di un aiuto concreto e immediatamente tangibile, in grado di cambiare realmente le cose.

Ma il primo passo inizia con la consapevolezza, qualcosa infatti cambia anche solo prestando attenzione a questi dati e prendendone coscienza. Perché è ormai tanto inutile quanto impossibile cercare di mantenersi estranei a questo fenomeno di povertà che ci colpisce da vicino e continuare a credere che non faccia parte della nostra realtà. È finito il tempo di rimanere sordi alle richieste d’aiuto, chiusi nella propria ovattata ignoranza; è ora di aprire gli occhi e tendere una mano.

Elisa Silva

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Buona Pasqua!

Pochi sanno che, qualche decina di anni fa, una sezione del classico del nostro liceo decise di intitolare il giornale della scuola a John Hawkwood, paladino inglese vissuto nel XIV secolo, conosciuto appunto in Italia con il nome di “Giovanni Acuto”.

Oggi, a distanza di qualche decennio, l’Acuto rimane l’unico ed inimitabile giornale ufficiale del nostro istituto e vanta una redazione “da urlo”. È proprio a nome di questa fantastica redazione, ed a nome mio ovviamente, che faccio tanti auguri pasquali a tutti i nostri lettori (gioiosi e non).

In questo giorno speciale, tipico della tradizione cristiana, entrato ormai nel calendario universale delle festività (quasi alla stregua di Natale), vi invito a riflettere sulla nostra giovane età, sui nostri progetti futuri e sulle scelte che ogni giorno ci capita di fare.

Un forte abbraccio,
Simone Cavazzuti

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L’umano libero: “Cesare deve morire”

Il carcere di Rebibbia, sezione di alta sicurezza, mura grigie, catene, case degli ultimi. Qui trova posto l’umanità nella sua veste più nera: uomini di pelli e lingue diverse, di credi diversi e di esperienze diverse, tutti uguali, per il fatto di esser persi. Uomini che, imboccando la via sbagliata, non fanno torto solo a se stessi, ma a tutti gli individui intorno ad essi, e devono chiedere perdono, al corpo e allo spirito, celandosi alla bellezza. Uomini che non hanno finestre sul mondo, e le cui aspettative muoiono al calare del sole, per poi risorgere, deboli, il giorno successivo. Uomini che hanno sperimentato solo le bruttezze e le deformità, i peccati e le debolezze, della loro condizione multiforme. Uomini, davvero uomini, caricati di una colpa troppo grande per un animo solo, colpe che si fondono insieme, a formare un alone, sopra alla loro strana fortezza, di miseria e disprezzo, di abbattuta compassione. In mezzo al loro parlare volgare, ai loro dialetti da mercato e da galera, alle parole svuotate di significato, morte in bocca prima di essere pronunciate, una sola è grande anche per loro, e risuona senza vergogna: “Shakespeare”
“Shakespeare”, un piccolo diventato immenso, uomo come loro, nell’affrontare la vita degradata della sua epoca con gli occhi visionari di poeta, così antico, per la sua fama misteriosa e solenne, così moderno, per la sua capacità di resurrezione ad ogni alba. Shakespeare, più fermo di un giudice, grandioso come un dio, non disdegna di rivivere nel cuore dei criminali, di ricostruire i loro sogni infranti, e far riaffiorare le loro preghiere sopite. Basta la messa in scena di un suo capolavoro, il “Giulio Cesare”, nell’ambito di un laboratorio di teatro organizzato all’interno del carcere, a far rialzare la testa ad un uomo, mostrandogli come l’errore e il male non siano germi solo della sua anima, ma gli spettri dell’umanità intera.

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Per un gruppo di carcerati bastano le vicende tormentate dei memorabili protagonisti della storia di Roma: basta vedere la grandezza di una città, al termine della propria fase repubblicana ed abbagliata dallo spettacolo dell’impero nascente, a risvegliare in loro il bisogno di rivendicazione, ed il senso dell’onore. Improvvisamente non sembra difficile, nemmeno per un gruppo di carcerati, portare sulla scena i sentimenti di grandiosità ed incertezza degli uomini dei libri di letteratura, e vivere in loro il cammino verso la ricostruzione di sé, con il sangue e la coscienza, il ricordo e l’oblio: come Cesare, come Bruto, come Cassio e Marco Antonio, come Ottaviano e come tutti i soldati e i servi, comparse appena accennate, anche un carcerato può sentirsi lacerato dalle proprie emozioni e dalle proprie scelte, attraversato dal corso degli ideali nella sua mente, nobile come quella di un antico romano, liberato dalla propria individualità piena di crepe per entrare, onorato o calpestato, nella Storia. Shakespeare può fare questo, perché è qualcosa di più alto del nostro pensiero, qualcosa che si pone al di là del razionale e del limitato, qualcosa che fa rabbrividire senza freddo, piangere senza motivo, urlare senza voce: Shakespeare è ciò che ci rende più di ogni altra cosa umani e divini, ciò che non ha bisogno di lingua per essere detto, non di educazione per essere capito. Shakespeare è l’arte. Nessun uomo si sottrae ad essa.

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Il soggetto della pellicola dei fratelli Taviani, basata sulla tragedia shakespeariana “Giulio Cesare” ed intitolata “Cesare deve morire”, è questo. Una storia di contrasti e di richiami, passato e presente, ultimi e primi. Un storia non definita e scritta, che non si imbroglia nelle pagine ufficiali, non è imprigionata nelle carte dei potenti. Una storia alimentata dalla ricerca e dalla volontà di non mostrarsi indifferenti alle pecche della nostra società, dal bisogno di gettar luce sugli angoli più bui, perché generino da sé i propri soli. È una storia che non si basa sul rimorso di coscienza, non si fonda sul compatimento, ma sembra come nascere, simile ad un lampo di cronaca, da un senso, sincero, di umanità.
Arianna Gazzola

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Volunteering is the way

Ogni martedì, la stessa routine. A scuola una giornata come tante, sei intense ore di autori, artisti e astratte teorie filosofiche. Torno a casa, il pranzo mi aspetta; e poi via di nuovo, sfrecciando con la mia bicicletta azzurra verso la casetta gialla dove passerò il pomeriggio.

Arrivo, c’è E. che mi aspetta per una partita a scala 40, la superefficiente croupier ha già distribuito le carte. La partita ben presto si trasforma in un più impegnativo torneo: carte, carte ovunque, mi sembra di essere nel Paese delle Meraviglie insieme alla regina di cuori.Tra una manche e l’altra, si scambiano due chiacchiere. “Ciao Beatrice! Come stai? Vieni alla festa di Carnevale? Guarda che ci si diverte!”.

Certi martedì la scala 40 viene sostituita dal karaoke e dalle più svariate performance; chi si esibisce cantando classici intramontabili, chi tormentoni estivi completi di coreografia. Non importa il grado di stonatura al quale si arriva: l’importante è l’emozione che ci si mette. E poi, qui nessuno giudica nessuno!

Si sono fatte le 18.00, ancora poco e vado a casa, devo studiare per l’interrogazione di fisica. Ma qua si sta così bene… mezz’ora e vado, giuro.

Cominciano i preparativi per la cena, che impegnano tutti; tra apparecchiare, sistemare e cucinare ognuno ha qualcosa da fare. In fin dei conti in una “famiglia” tanto numerosa è essenziale una perfetta organizzazione!

E’ tempo di andare, anche questo martedì pomeriggio è giunto al termine. Saluto tutti, volano baci sulle guance e strette di mano. “Ci vediamo martedì prossimo!”

Quando ho cominciato a fare volontariato alla casa alloggio per disabili del mio paese, non pensavo che quest’esperienza mi assorbisse tanto. All’inizio era più per “avere la coscienza a posto”, lo ammetto: pensavo che facendo qualcosa di relativamente utile per qualcuno mi sarei sentita meglio con me stessa. Mai avrei pensato che aspettassi il martedì per poter staccare da tutto ed entrare in questa realtà parallela, tanto vicina e al contempo tanto lontana. Ogni settimana esploro un po’ di più questo nuovo mondo, immergendomici totalmente, e inaspettate scoperte non mancano mai: per questi ragazzi, uomini e donne anche solo uscire a bere un caffè è una festa, andare in farmacia da soli è una conquista. Per questo mi sento di ringraziare tutti i miei compagni di martedì pomeriggio: grazie a loro ho riscoperto il piacere che possono dare le piccole cose; una risata, due chiacchiere, una partita a carte.

Mi hanno dato tanto, ed ora tocca a me: deluderli è l’ultima delle mie intenzioni.Image

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