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Ricucire la storia con il filo della memoria

“Italianesi”: ecco il neologismo che l’attore, drammaturgo e regista teatrale Saverio La Ruina sceglie come titolo del suo ultimo itinerario soggettivo rappresentato al Teatro Comunale Filodrammatici di Piacenza il 10 ottobre 2012, in occasione della seconda edizione del Festival di Teatro contemporaneo “L’altra scena”. Uno spettacolo senz’altro da non perdere se si è disposti ad assecondare l’urgenza memoriale sentita dall’autore nei confronti delle storie di sradicamento e violenza dimenticate dalla storiografia. Uno spettacolo dunque che recupera la storia, interrompe il suo silenzio e fa parlare un teatro impegnato, nuovo portavoce di una denuncia sociale. Testimoni della storia e della drammaturgia del regista sono i membri di ANCIFRA (Associazione Nazionale Cittadini Italiani e Famigliari Rimpatriati dall’Albania), i quali hanno raccontato la loro esperienza a La Ruina, l’unico che ha avuto il coraggio di ascoltarli e portare sul palcoscenico una straordinaria immedesimazione nel loro ordito di storie.

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Tutto su mia madre

Tutto su mia madre è il film capolavoro scritto e diretto da Pedro Almodóvar nel 1999 al vertice della sua maturità artistica. È una dedica “a tutte le attrici che hanno interpretato delle attrici, a tutte le donne che recitano e a tutte le persone che vogliono essere madre”.

Il testo teatrale, basato sulla sceneggiatura originale del regista spagnolo, è stato adattato da Samuel Adamson.

Manuela (Elisabetta Pozzi), la protagonista della storia, ha un’esistenza poco ordinaria. Nel corso della sua vita ha fatto tante scelte, una più difficile dell’altra: quella di rimanere accanto all’uomo che amava anche dopo la trasformazione che l’ha portato ad avere un paio di tette più grosse delle sue; quella di fuggire lontano, sparire senza lasciare traccia si sé, nel momento in cui si rende conto di essere incinta. Quella di crescere suo figlio Esteban (Alberto Onofrietti) da sola, di non dirgli nulla di suo padre, chi fosse, cosa facesse né il perché della sua assenza…

Un giorno suo figlio la mette con le spalle al muro ed esige da lei le risposte a tutte le domande che da diciassette anni gli risuonano in testa. Manuela si rende conto di non poter più fuggire e gli fa una promessa, quando però è il momento di mantenerla è ormai troppo tardi, improvvisamente è un’altra vita. Manuela scappa di nuovo. Un profondo senso di colpa la porta a intraprendere un viaggio, a confrontarsi col passato e andare alla ricerca di quel padre, a cui poter finalmente raccontare tutto di suo figlio. In questo viaggio incontra altre donne in bilico sul ciglio della vita, ognuna col suo dolore che gli morde il petto, ma tutte con una visione ironica della propria esistenza, una sorta di basso continuo in questa sinfonia per anime sole.

Incontra la famosa attrice Huma Rojo (Alvia Reale), un’icona per suo figlio Esteban, e scopre che nella vita privata è un’anima in pena, alla continua rincorsa di un amore malato verso una ragazza molto più giovane di lei, Nina (Giovanna Mangiù), fragile, in fuga da ogni cosa, prima di tutto da se stessa. Incontra Suor Rosa (Silvia Giulia Mendola), un’anima complicata che non vuole rinunciare a credere all’esistenza di un amore incondizionato che non si aspetti nulla in cambio. In parallelo Rosa vive il conflitto con sua madre (Paola Di Meglio), una donna apparentemente anaffettiva, ma che in realtà è soltanto indurita dalla vita. Incontra Agrado (Eva Robin’s), travolgente amica trans, spirito franco, convinto che nella sua vita di autentico ci siano soltanto i sentimenti e il silicone.

Manuela diventa necessaria a ciascuna di loro e in qualche modo inizia a imparare di nuovo a fare cose che possano durare nel tempo.

Tutti gli attori hanno saputo rendere la storia del film di Almodóvar con i suoi temi (come: la maternità, la paternità, l’omosessualità, uomini che diventano donne, ecc.) divertente e interessante. Lo spettatore è, dunque, coinvolto e indotto a riflettere sulle tematiche proposte. Qui il teatro ha proprio la funzione di luogo dentro cui poter ricostruire le domande alle mille risposte che pensiamo di possedere; perché aiuti l’uomo a stare con l’uomo; lo incoraggi a prendere parte di una comunione, a un rito collettivo; perché attraverso lo spaesamento e lo spiazzamento dai luoghi comuni possa capire cosa diavolo sta succedendo in questo mondo.

Leonardo Marchini

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Danza: un’opprimente leggerezza

E cinque, sei, sette, otto. Chi, come la sottoscritta, ha passato gran parte del suo tempo libero tra  grand battement e fouettè avvertirà in queste semplici parole, apparentemente prive di significato, una melodia, una dolce sequenza di suoni, pura poesia. Parole che preludono a uno spettacolo magnifico: parte la musica, tanti corpi cominciano a muoversi all’unisono creando una magia.

Ormai sono tanti anni che sono immersa nel mondo della danza, tanti anni che questa disciplina è diventata parte di me; è per questo che, dopo aver sentito della storia di Mariafrancesca Garritano, un irrefrenabile impulso mi ha portato a scrivere e raccontare questo mondo dall’interno.

Costei era una giovane ballerina della Compagnia del Teatro alla Scala di Milano. Era, perché dopo aver denunciato al quotidiano inglese Observer gli innumerevoli casi di anoressia e svariati disturbi alimentari di cui sono affette le ballerine sue compagne, è stata licenziata in tronco. E, ancora una volta, si è ripetuta la stessa storia di sempre: qualcuno, solo per aver trovato il coraggio di raccontare qualcosa che sarebbe stato meglio per molti tenere nell’oscurità, è stato punito a dovere. E, in questo caso, ci ha rimesso perdendo il lavoro.

Lei ha tentato di rendere il mondo consapevole di quello che davvero comporta essere una ballerina: enormi sacrifici, rinunce, pressioni, tutto in nome di questa passione che ti sconvolge la vita; ma fin qui niente di nuovo, è più che giusto che una disciplina richieda degli equi sforzi. Il problema è un altro: la terribile ossessione per la perfezione fisica. Perché se non sei tanto magra da essere anoressica, non sarai mai nessuno.

Oggigiorno si parla dell’anoressia con una leggerezza allucinante. E’ divenuta una consuetudine il fatto che ci siano ragazze (e perché no, anche ragazzi) che smettono di mangiare per volere essere più belli, più magri, più tutto. Ma non è così che dovrebbe essere.

Quello della danza è un mondo complesso. L’ho provato sulla mia pelle, il continuo misurarsi con sé stessa, con le compagne e con il proprio corpo; il desiderio di spingersi sempre più in là per riuscire a farcela. E devo sottolineare ho sempre ballato a livello amatoriale, posso solo immaginare quanto queste sensazioni si amplifichino quando arriva il momento di esibirsi davanti a un pubblico di migliaia di persone. Non ho mai neanche tentato di sfondare; anche quand’ero una bimbetta di un metro e dieci sono sempre stata terrorizzata, bloccata dall’ (allora) ingiustificata paura di poter fare seriamente del male a me stessa.

Ora, non sto cercando di dire che è inevitabile che tutte le ballerine cadano nel baratro di questa malattia, non fraintendete, non si può generalizzare; il mio era un più o meno lucido tentativo di ragionare sul perché, però, spesso e volentieri questo avvenga.

La danza non dovrebbe essere buio, disperazione, soffocamento.

La danza è vita, passione intensa. E potrebbe essere la stessa via che riesca ad allontanare dalla malattia.

Beatrice Caserini

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