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Django Unchained – Una recensione

Notte. Due fratelli a cavallo spingono tra i boschi un gruppo di schiavi neri comprati da poco durante un’asta. Il gruppo si sta facendo strada a fatica grazie alla luce di una torcia quando incontrerà uno straniero, la cui presenza è del tutto inaspettata. È il dottor Schulz, un cacciatore di taglie dai modi all’antica, intenzionato a comprare Django, uno degli schiavi, e a liberarlo dopo che questi l’avrà aiutato ad uccidere alcuni ricercati.
Ambientato nel Sud degli Stati Uniti, pochi anni prima dello scoppio della guerra di secessione americana, il nuovo film di Quentin Tarantino racconta la collaborazione tra lo schiavo e il suo liberatore, un finto dentista che per guadagnare soldi si dà alla caccia di criminali, preferendo nella formula “vivo o morto” la seconda opzione.

Mentre nel precedente Bastardi senza gloria il regista dichiarava il proprio rifiuto nei confronti dell’antisemitismo, nella sua ultima fatica si pone con decisione contro il razzismo: il protagonista da semplice schiavo diventerà un inesorabile giustiziere di schiavisti bianchi, spietati e violenti, che non si fanno scrupoli a frustare anche le donne. Insieme al collega Schulz si lancerà alla ricerca dei tre criminali che sanciranno il suo passaggio definitivo da servo a uomo libero. Tuttavia, il passato di Django riaffiora non appena gli è concesso, tormentandolo con i ricordi della moglie, torturata e venduta, e ordinandogli di andare a salvarla.

Django-Unchained

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Cosa guardo stasera? #6 – Consigli per la settimana

Puntata atipica della rubrica cinema firmata Acuto: sette film molto diversi per sette giorni della settimana (e sette tra gli ultimi film godibili visti dal recensore).

Lunedì

Paradiso Amaro (2011)

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Tutto su mia madre

Tutto su mia madre è il film capolavoro scritto e diretto da Pedro Almodóvar nel 1999 al vertice della sua maturità artistica. È una dedica “a tutte le attrici che hanno interpretato delle attrici, a tutte le donne che recitano e a tutte le persone che vogliono essere madre”.

Il testo teatrale, basato sulla sceneggiatura originale del regista spagnolo, è stato adattato da Samuel Adamson.

Manuela (Elisabetta Pozzi), la protagonista della storia, ha un’esistenza poco ordinaria. Nel corso della sua vita ha fatto tante scelte, una più difficile dell’altra: quella di rimanere accanto all’uomo che amava anche dopo la trasformazione che l’ha portato ad avere un paio di tette più grosse delle sue; quella di fuggire lontano, sparire senza lasciare traccia si sé, nel momento in cui si rende conto di essere incinta. Quella di crescere suo figlio Esteban (Alberto Onofrietti) da sola, di non dirgli nulla di suo padre, chi fosse, cosa facesse né il perché della sua assenza…

Un giorno suo figlio la mette con le spalle al muro ed esige da lei le risposte a tutte le domande che da diciassette anni gli risuonano in testa. Manuela si rende conto di non poter più fuggire e gli fa una promessa, quando però è il momento di mantenerla è ormai troppo tardi, improvvisamente è un’altra vita. Manuela scappa di nuovo. Un profondo senso di colpa la porta a intraprendere un viaggio, a confrontarsi col passato e andare alla ricerca di quel padre, a cui poter finalmente raccontare tutto di suo figlio. In questo viaggio incontra altre donne in bilico sul ciglio della vita, ognuna col suo dolore che gli morde il petto, ma tutte con una visione ironica della propria esistenza, una sorta di basso continuo in questa sinfonia per anime sole.

Incontra la famosa attrice Huma Rojo (Alvia Reale), un’icona per suo figlio Esteban, e scopre che nella vita privata è un’anima in pena, alla continua rincorsa di un amore malato verso una ragazza molto più giovane di lei, Nina (Giovanna Mangiù), fragile, in fuga da ogni cosa, prima di tutto da se stessa. Incontra Suor Rosa (Silvia Giulia Mendola), un’anima complicata che non vuole rinunciare a credere all’esistenza di un amore incondizionato che non si aspetti nulla in cambio. In parallelo Rosa vive il conflitto con sua madre (Paola Di Meglio), una donna apparentemente anaffettiva, ma che in realtà è soltanto indurita dalla vita. Incontra Agrado (Eva Robin’s), travolgente amica trans, spirito franco, convinto che nella sua vita di autentico ci siano soltanto i sentimenti e il silicone.

Manuela diventa necessaria a ciascuna di loro e in qualche modo inizia a imparare di nuovo a fare cose che possano durare nel tempo.

Tutti gli attori hanno saputo rendere la storia del film di Almodóvar con i suoi temi (come: la maternità, la paternità, l’omosessualità, uomini che diventano donne, ecc.) divertente e interessante. Lo spettatore è, dunque, coinvolto e indotto a riflettere sulle tematiche proposte. Qui il teatro ha proprio la funzione di luogo dentro cui poter ricostruire le domande alle mille risposte che pensiamo di possedere; perché aiuti l’uomo a stare con l’uomo; lo incoraggi a prendere parte di una comunione, a un rito collettivo; perché attraverso lo spaesamento e lo spiazzamento dai luoghi comuni possa capire cosa diavolo sta succedendo in questo mondo.

Leonardo Marchini

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“Warrior” di Gavin O’Connor

Un’ interessante novità cinematografica degli ultimi due mesi è, senza alcun dubbio, l’americano “Warrior”, di G. O’Connor. Con qualche cenno all’impareggiabile “Rocky”, questa pellicola narra di due uomini, si scoprirà in seguito essere fratelli, che decidono di partecipare ad un torneo di arti marziali libere per salvare uno la propria famiglia (che è sull’orlo del fallimento), l’altro la propria vita.

 

Accomunati da un padre “crudele” e con una dipendenza dall’alcol, i due si allenano strenuamente per prendere parte a “Sparta”, che è appunto il nome della competizione.

 

Interpretato dagli ottimi Tom Hardy e Joel Edgerton e dal pluripremiato Nick Nolte e diretto dall’affermato Gavin O’Connor (regista di “Miracle” e “Pride and Glory”), questi centotrentanove minuti di pura azione  meritano di essere visti almeno una volta nella vita.

 

 

Simone Cavazzuti

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Cosa guardo stasera? #2 – C’è Posta Per Te

In un periodo in cui la comunicazione avviene sempre più tramite computer e i social network hanno invaso la nostra quotidianità, un film come “C’è posta per te” (You’ve Got Mail) di Nora Ephron, rivisitazione moderna di “Scrivimi fermo posta” di Ernst Lubitsch del 1940, ci dà la speranza che è possibile incappare nel vero amore anche virtualmente.

Meg Ryan e Tom Hanks sono i protagonisti di questa brillante commedia romantica ambientata nella New York di fine anni ‘90. Lei, Kathleen Kelly, è la dolce responsabile di un negozio di libri per bambini, lui, Joe Fox, è il ricco proprietario di una catena di “bookstore”, di cui apre una filiale proprio accanto all’attività della donna. I due si conoscono in qualità di rivali in affari, instaurando subito un rapporto di ostilità reciproca, ignorando di avere già una relazione platonica su internet, dove si mandano mail regolarmente, non conoscendo l’identità l’uno dell’ altra, ma amando le rispettive personalità, manie e modi di vedere la vita.

E’ una storia semplice quella che ci racconta Nora Ephron nel suo film, fondata principalmente sull’importanza delle piccole cose, come una farfalla che entra in metropolitana, l’autunno che infonde voglia di comprare quaderni e matite,  l’amore per i libri o la riflessione  filosofica alla base di ogni ordinazione da Sturbucks.  Nella frenesia della vita di tutti i giorni i due protagonisti riescono a ritagliarsi una piccola parentesi, a trovare qualcuno a cui raccontare tutte quelle cose insignificanti che generalmente sfumano in un pensiero . E insieme ad una giusta dose di “humor” e romanticismo questa  ci dà anche qualcosa in più, lasciandoci il messaggio che “tanti niente possono significare più di tanti qualcosa”.

Insomma, un film poco impegnativo per una serata leggera, che però, oltre alla piacevole sensazione del lieto fine, ci offre anche uno spunto di riflessione su cosa, alla fine, sia davvero importante.

Camilla Sacca

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