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Cosa guardo stasera? # 4 – Trainspotting

Trainspotting: l’hobby di guardare i treni che passano. E’ metafora di un’esistenza trascorsa lasciando che gli eventi si susseguano senza che nulla sia vissuto in prima persona e niente sia frutto di una scelta consapevole; tutti noi, inutile tirarsi indietro, viviamo la vita da spettatori. Da trainspotter.

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi.

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 La vicenda è tessuta dalla voce narrante di Mark Renton, che disprezza questa visione borghese delle cose e sceglie invece di soffocare i propri problemi nell’eroina. Dopo una riuscita disintossicazione, alcuni insuccessi legati alle rispettive ragazze basteranno a riportare Mark e i suoi amici alla droga; per procurarsi i soldi necessari ad acquistare le dosi, essi inizieranno a praticare furti e taccheggi ma tutti, a questo punto, dovranno pagare le conseguenze di vivere una dipendenza che è di fatto un lavoro a tempo pieno e tutto volgerà al peggio. Il protagonista vincerà la sua assuefazione nell’allucinato delirio dell’astinenza e troverà poi un onesto impiego a Londra ma all’improvviso un amico si presenterà a lui con la proposta di smerciare una partita di eroina…

Un film che ritrae con agghiacciante realismo il mondo della droga, capace di annientare tanto il corpo quanto l’anima delle persone e le loro relazioni sociali, e che spinge ad una profonda riflessione su ciò a cui diamo importanza nella nostra vita.

Finale ad interpretazione.

Alessandro Lusitani

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Cosa guardo stasera? # 3 – Memento

Nonostante tutte le odierne tecnologie ci portino a riconsiderare continuamente i nostri orizzonti e a porli sempre più lontani, il mondo più affascinante e complesso che conosciamo – o meglio non conosciamo – resta quello della nostra mente; su questo sfondo si snodano le storie di numerosi film, uno su tutti Memento, in latino: ricordati. La trama di questa pellicola (Christopher Nolan, 2000) non è lineare, segue uno schema del tutto particolare che tuttavia non rende indecifrabile la vicenda: i blocchi narrativi sono due, uno passato (in bianco e nero) che si alterna all’altro, presente, che va però a ritroso, di modo che la fine di ogni sequenza è l’inizio della precedente. Questo espediente crea un’analogia tra la struttura del film e la psiche del protagonista;  sebbene enigmatico non è troppo contorto e, una volta capito il meccanismo, è molto semplice mettere insieme i pezzi del puzzle.

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L’ultimo ricordo di Leonard Shelby è la moglie stuprata e morente nel bagno di casa, che ha trovato dopo essersi svegliato nel cuore della notte alle sue urla. Prima che possa fare qualsiasi cosa, viene colpito da un uomo, l’assassino, e perde i sensi: il trauma cranico che riporterà in seguito avrà effetti irreparabili sulla sua memoria a breve termine e gli sarà così preclusa l’assimilazione di nuovi ricordi. A partire da quest’ultima, drammatica immagine la vita di Leonard è un continuo, infinito ripartire da zero, dal momento che tutto ciò che possa fare, dire o scoprire svanirebbe dalla sua mente nel giro di pochi minuti. Per questo si tatua sul corpo le informazioni fondamentali per il suo scopo, la ricerca e l’uccisione dell’assassino della moglie (un certo J. G.) e scatta istantanee alle persone di cui fa conoscenza, annotandone con brevi descrizioni l’affidabilità… Per sopravvivere a tutto questo, Shelby organizzerà la sua vita con ordine e metodo e soprattutto troverà nel suo cieco desiderio di vendetta il motivo per stare al mondo, costruendosi da solo una sciarada irrisolvibile. (Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente, devo credere che le mie azioni abbiano ancora un senso; anche se non riesco a ricordare devo convincermi che quando chiudo gli occhi il mondo continua ad esistere.) Un thriller psicologico tutto sommato non troppo – o comunque non abbastanza –  conosciuto, che rappresenta un vero capolavoro nel suo genere, diretto dal regista di Inception, Il cavaliere Oscuro, The Prestige e Batman Begins (tanto per citare qualche titolo commercialmente più noto). Se quindi siete in vena di un film impegnativo a finale spiazzante – e vi state chiedendo disperatamente Cosa guardo stasera? –  scegliete Memento.

Alessandro Lusitani

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La forza delle parole: “Qualcuno con cui correre”

“Probabilmente mi innamorerò sempre di qualcuno che ama qualcun altro.

Perché?

Così…

Ho un talento particolare per le situazioni impossibili.

Tutti hanno talento per qualcosa.”

Parole ingenue ma profonde, scritte da Tamar sul suo diario, che potrebbe benissimo essere il mio; è proprio questo ciò che colpisce del libro di David Grossman “Qualcuno con cui correre”: la veridicità con cui vengono presentati gli animi di Tamar e  di Assaf, due ragazzini abbastanza comuni che si trovano a contatto con una realtà tremendamente drammatica, eppure, purtroppo, non così lontana anche da noi.

Il libro narra in modo coinvolgente e travolgente le vicende di due giovani ragazzi, ciascuno con le sue difficoltà e le sue gioie, vicende che si intrecciano fino ad unirsi.

D’estate, Assaf lavora per un canile e ha il compito di ritrovare la padrona di una cagna abbandonata, che scoprirà poi chiamarsi Dinka, e per fare questo, ripercorre a ritroso, guidato da Dinka stessa, la storia di Tamar, padrona della cagna, e che sconvolgerà la sua vita. Tamar è una ragazza ribelle e dinamica, fuggita di casa per cercare e salvare il fratello, un artista di strada dipendente dalla cocaina, cosa che riuscirà a fare anche e soprattutto grazie all’aiuto di Assaf, nonostante lei non avesse mai pensato di incontrarlo, conoscerlo e condividere con lui questa esperienza, che purtroppo solamente in un libro può avere un così lieto fine.

Questo tema drammatico viene affrontato però in maniera inconsueta: attraverso la storia di questi due giovani, che assumono fisicità nella mente del lettore, perché descritti accuratamente in ogni loro aspetto; il loro animo viene infatti scandagliato fino a farne uscire in modo del tutto naturale quelle paure e incertezze tipiche dei ragazzi alle prese coi problemi di ogni giorno, ma mettendo in risalto anche tutte le forze, fatte emergere dalla tragica situazione.

Nel legame tra Tamar e il fratello, l’autore mette in luce tutta la generosità e la tenerezza di cui è ricco il cuore della ragazza, ma anche il dolore tremendo causatole dalla rottura di quel rapporto, spezzato appunto dalla dipendenza.

Tamar e Assaf, vivono la vicenda parallelamente, capitolo per capitolo, attraversando situazioni impensabili e alternando momento di terrore, che fanno rimanere col fiato sospeso, a momenti di serenità… e persino di gioia. Questo dona al racconto dinamicità e lo rende coinvolgente a tal punto da non riuscire, leggendo alcune pagine, a trattenere le lacrime.

Nel finale viene fuori tutta la bellezza della storia, la dolcezza e la grandezza dei giovani, capaci (come dice la stessa Tamar) “di guardare il mondo con meraviglia”, e di trovare la forza di cambiare le cose.

Lucia Rossetti

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Cosa guardo stasera? #1 – Arancia Meccanica

Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven“: nel 1971 usciva “Arancia Meccanica”, il più controverso film del più controverso dei registi, Stanley Kubrick. L’opinione di critica e pubblico si spacca in due: questo caratterizzerà tutta la filmografia kubrickiana, dalle prime pellicole in bianco e nero a Eyes Wide Shut del ’99, passando per 2001: Odissea nello Spazio, Shining e Full Metal Jacket.

Insomma, pare ci sia poco da fare: o lo si ama, o lo si odia, tanto più che – anche se è noto come uno dei migliori cineasti della storia – i suoi lungometraggi gli fruttarono un solo Premio Oscar.

Considerato da molti una becera ode alla violenza gratuita e fine a se stessa, in realtà con Arancia Meccanica siamo a tutti gli effetti di fronte a una condanna piuttosto che a un’esaltazione.

Abiti completamente bianchi, cappello nero, un lungo ciglio finto, e un bastone: Alexander De Large è l’estroso giovane leader della banda criminosa dei Drughi, che esercita la violenza con una leggerezza sorprendente come forma di bieco divertimento; colonna sonora delle sue follie la musica classica, di cui è innamorato in maniera quasi erotica.

Emblema di una generazione giovanile che semplicemente prende con la forza ciò che desidera, Alex manterrà con il terrore la sua autorità nei confronti dei compagni finché l’equilibrio della vicenda non si romperà irrimediabilmente: una notte commetterà – volontariamente o meno – un omicidio (utilizzando come arma del delitto un grande fallo di ceramica, ndr) e, preso dalla polizia, entrerà a far parte di un grottesco programma di recupero per casi come il suo che mira a trasmettere la repulsione per la violenza agendo a livello psicologico.

La violenza stessa mostrata da Arancia Meccanica è cruda ma vera e reale, dall’abuso sessuale sulle parole di Singing in the rain alle scene dei pestaggi: per Kubrick non si può rappresentare un tema come questo censurandone le dinamiche. In realtà, per noi che siamo bombardati ogni giorno da tivù-spazzatura e abbiamo accesso a contenuti forti anche in fasce orarie non protette, la violenza di Alex De Large e dei suoi Drughi ha perso gran parte della sua spettacolarità e oggi non scatenerebbe certo quello scalpore che ha effettivamente provocato quarant’anni fa.

Nonostante questo la pellicola è rimasta vietata, in Italia, ai minori di 18 anni fino al 2007 e non venne mai trasmessa in televisione prima di quell’anno, 36 anni dopo la sua uscita nelle sale.

In ogni caso, visto Arancia Meccanica, non si potrà fare a meno di apprezzarne i personaggi, le situazioni e tutte le scelte del regista che vi stanno dietro, rendendo questo film una vera prova d’ingegno. Così, se anche voi state chiedendovi Cosa guardo stasera?, perché non questo grande classico?

Buona visione, dunque! E, come direbbe Alex: “Ciao ciao ciao, fratellini! “.

Alessandro Lusitani

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