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Due giorni di cogestione: il mondo sta cambiando

Il mondo sta cambiando. Questa breve frase che racchiude un’infinità di trasformazioni e punti di vista è stata scelta per intitolare le due giornate di Cogestione svolte nelle mattinate del 7 e 8 marzo presso le aule del Liceo Gioia. Il mondo sta cambiando, e lo sta facendo in piccola parte anche questa scuola.

Le otto assemblee che si sono svolte nell’istituto hanno riscosso un grande e a tratti inaspettato successo, la partecipazione scolastica è stata ampia, e non si parla certamente di una massa di studenti apatici e disattenti, felici di perdere ore di lezioni standardizzate, bensì di un insieme di giovani proiettati verso un dibattito esauriente, intelligente e senza peli sulla lingua. Importante è sottolineare che tutta l’organizzazione è stata degli studenti, i quali hanno chiamato anche esperti esterni. Tutto questo per portare un’ondata di cambiamento nella routine scolastica, vivendo in un modo diverso l’ambiente in cui ci ritroviamo ogni giorno, approfondendo tematiche note, magari non così conosciute e approfondite autonomamente dallo studente medio.

Uno degli incontri con la più alta affluenza è stato “welfare –giovani e futuro”, in cui un giovane universitario ha spiegato chiaramente il significato di welfare nella vita di noi studenti per mezzo di un efficace mix di esperienze personali ed informazioni riguardanti politica italiana ed estera. In questo paese ciò che dovrebbe garantire i nostri diritti, la nostra qualità di vita e le nostre aspettative di studio o di lavoro, è efficace? A questa domanda si è aperto un dibattito acceso, riguardante la necessità di un’autonomia sociale dei giovani, la qualità dei servizi nel mondo universitario, i tagli allo studio, le prospettive lavorative, la precarietà e l’incubo del primo impiego sottopagato e a tempo determinato.

A puntare la lente d’ingrandimento sulle problematiche del nostro liceo è stata invece l’assemblea “studenti per il cambiamento: democrazia e partecipazione”. Due rappresentanti (uno d’istituto e uno di consulta) hanno espresso la necessità di una maggiore partecipazione scolastica, di un coinvolgimento attivo dei ragazzi nelle assemblee e nei comitati studenteschi, condividendo con i partecipanti critiche e proposte.

Il dibattito più coinvolgente, in cui anche la sottoscritta ha dato sfogo ai suoi pensieri, si è svolto nell’assemblea “la forza delle donne”, gestita da tre studentesse del liceo. La concezione della donna è stata sapientemente affrontata da ogni punto di vista, analizzando prima le vite di Franca Viola e di Franca Rame, ed espandendo poi il tema dello stupro, dell’umiliazione e diffamazione sessuale, delle sfavorite condizioni di lavoro. Non sono poi mancati gli incontri su tematiche sì conosciute dai giovani, ma spesso sottovalutate e considerate con sottile leggerezza: il sesso e le dipendenze.

In “sessualità: liberi di essere” due esperti hanno affrontato senza inibizioni il tema della prevenzione, della discriminazione omosessuale e delle abitudini sessuali tra i giovani. Nell’incontro “le dipendenze” invece, alcuni volontari dell’associazione Papa Giovanni XXIII hanno invece lanciato un’incisiva provocazione, addentrandosi nel disagio di una persona affetta da dipendenze ed effettuando con gli studenti un brainstorming che ha interessato non solo l’abuso di sostanze stupefacenti e alcooliche, ma disturbi del comportamento come anoressia, bulimia, dipendenza da shopping o da social network. Piena di riscontri a me ignoti, è stata infine l’assemblea “praticare l’antimafia a Piacenza”, capace di analizzare la composizione delle cosche mafiose e l’indiretta presenza di queste anche nel territorio piacentino e nel mondo universitario.

Il liceo Gioia, grazie ad alcuni dei suoi studenti, è riuscito a rispecchiare in soli due giorni interessi, preoccupazioni, aspettative e curiosità di noi giovani. Le classi piene di ragazzi volenterosi di esprimere le loro idee ad un esperto che si poneva al loro piano, hanno dimostrato quanto la partecipazione scolastica sia ancora viva, e quanto questa rappresenti un’arma che va oltre il bombardamento di informazioni a cui siamo soggetti ogni giorno. Il mondo sta cambiando.

Testo di Melania Degli Antoni | Foto di Sofia Baldi

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Gioco d’azzardo: più soldi, meno uomini

Ultimamente industria italiana fa rima anche con gioco d’azzardo.

 In una società che cade a pezzi, dove ogni sicurezza crolla di fronte alla perdita del lavoro, dei bisogni, delle aspettative e dei desideri, si gioca. Si gioca assiduamente, si gioca e rigioca ciò che si aveva magari precedentemente vinto e si genera un paradossale circolo vizioso che riempie le tasche dei potenti, svuotando quelle già misere dell’alienato uomo medio.

Non avevo mai riflettuto sul tema, ma durante l’ennesimo ed estenuante viaggio in pullman, limitandomi a guardare fuori dal finestrino e ascoltando discorsi altrui in cui non dovevo intromettermi, è nato uno strano interesse. Osservando distrattamente la strada percorsa ho notato che in brevissimo tempo sono sbucati come per magia numerosi locali con slot machine, tavoli da poker, e mille altre tipologie di giochi d’azzardo che sinceramente non voglio e vorrò conoscere. Dietro di me alcuni ragazzi si atteggiavano fieri dei loro guadagni ricavati giocando online, ricavato depositato su carta prepagata che i loro genitori ignari e forse fin troppo fiduciosi avevano concesso. Tornata a casa mio padre mi chiedeva per la centesima volta di accendere il computer e controllare le estrazioni di lotto e superenalotto.
Basta uno spezzone della mia triste e banale vita quotidiana per capire quanto il gioco sia ormai un fenomenale protagonista della nostra società. Sempre più uso (o abuso) del gioco, significa per tanti dipendenza da esso. Speranza di vincita e di uno status migliore si trasforma in patologia, la quale stravolge i rapporti familiari, sociali, lavorativi e finanziari. Studi sociologici hanno differenziato ben 6 categorie di giocatori:

1)      giocatori patologici per azione, persone che hanno perso il loro controllo sull’attività di gioco, considerandola come unico scopo e fine della vita, trascurando così gli affetti e sé stessi.
2)      giocatori patologici per fuga, coloro che trovano nell’attività di gioco sollievo da sensazioni di ansia, solitudine, rabbia o depressione.
3)      giocatori sociali costanti, i quali considerano il gioco come forma principale di relax e di divertimento, sebbene sia in secondo piano rispetto alla famiglia e al lavoro.
4)      giocatori sociali adeguati, che giocano per passatempo, per socializzare e per divertimento.
5)      giocatori antisociali, i quali si servono del gioco per fini illegali.
6)      giocatori professionisti, i quali fanno del gioco la loro professione lavorativa.

Tra queste tipologie credo si salvi solamente chi gioca per puro e semplice divertimento e socializzazione, tenendo comunque conto che il povero personaggio in questione manderà in fumo parte dei suoi denari. Il problema italiano non ha eguali in Europa e sempre più persone diventano seri malati patologici. In particolare sono le donne ad esserne affette, forse più deboli, forse più spinte al rischio, forse più depresse. E a spaventare è che nessuna classe sociale si salva da questo cancro, dalla signora in pelliccia di visone che non sa più che fare dell’eredità del marito, alla cassintegrata ormai cinquantenne che non sa più che fare della propria vita, e sperpera il suo stipendio già dimezzato davanti uno schermo che presenta sempre le stesse, identiche figure dai colori accesi. Aspettando che un’immagine ne segua un’altra identica, attendendo quel suono così fastidioso, ma contemporaneamente così godurioso, di quelle monetine che cadono sul fondo della slot.

La situazione peggiora di giorno in giorno, e non starò qui a parlare delle molteplici cure che ci presentano esperti, sociologi, medici, psicoterapeuti, maghi e stregoni.

Spero solamente di avervi messo una bella e grassa pulce nell’orecchio, così da iniziare a pensare a questa forma poco ludica ma estremamente commerciale che è il gioco d’azzardo. Magari smetterete definitivamente di sprecare i vostri soldi, rendendovi conto della patologia che ahimè ci circonda, oppure uscirete di casa spinti dalla voglia di sperare nella fortuna, chi lo sa.

 Ultimamente industria italiana fa rima con gioco d’azzardo.

Ultimamente gioco d’azzardo fa rima con malattia, depressione, solitudine.

Ultimamente malattia, depressione, solitudine fanno rima con perdita delle aspettative, dei soldi e delle certezze.

Ultimamente perdita delle aspettative, dei soldi e delle certezze fa rima con industria italiana.

 Ora vedetevela voi.

Melania Degli Antoni

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Siate Gioiosi!

Dovrei studiare, ecco.

Qui davanti a me ho un ammasso di libri che non aspettano altro che la mia viva attenzione, un minimo interesse e un briciolo di impegno, anche stasera.
Invece mi perdo a leggere la pagina Facebook totalmente dedicata al mio liceo, mi arrivano continue notifiche, continue mail, e tutto sembra portarmi a scrivere queste poche frasi che indirizzo ad un pubblico a me probabilmente sconosciuto (e viceversa, fortunatamente).
Caro, vecchio liceo M. Gioia, dove passo le mie buie mattinate, dove alterno momenti di esasperata felicità a crisi prettamente esistenziali, che momenti strabilianti mi dedicherai domani?
Domanda inutile. Dovevo inserire una domanda retorica, non resistivo.  Dovete sapere che ostentare la prassi retorica fa parte del mio modo di scrivere, ed è la cosa più noiosa e scontata che qualcuno possa fare. Domandarsi ciò che si sa già, ahimè.

Non avrei mai pensato che la scarsa capacità con cui esprimo i miei fumosi pensieri mi portasse a diventare la direttrice del giornale scolastico. Forse è un caso, anzi, sicuramente è paragonabile a un lancio di monetina. Sono entrata nella redazione  un po’ per caso, la motivazione non era poi così forte ma lo era la mia voglia di scrivere, rimasta immutata fino ad oggi.

Scrivo da tre anni nell’Acuto (ancora mi è sconosciuta la storia di questo nome. Se nascerà un alter-ego di tal giornale, e so che accadrà, optate per un nome più accattivante. Superateci, ve ne prego) e più che elogiare il passato trascorso, in parte ormai dimenticato, spero tuttora in un suo innovativo cambiamento.
Che noia, venir riconosciuta come direttrice. Il mio nome sta sbancando anche su questa pagina di Facebook che ho davanti al naso.
Accidenti. Volevo tutelare la mia essenza di sconosciuta, di personaggio dai tratti strano, con un orribile cappotto verde ramarro e per molti con un insensato taglio di capelli. Non posso che ricordare quando un ormai ex studente del liceo, belloccio conosciuto da tutti, senza conoscermi mi ha definita:

“cioè, simpatica e tutto eh, ma mica normale. E’ strana. Mica la conosci anche tu no?”

Le voci corrono, ovviamente, e credo di aver riso poche volte nella mia vita come in quel caso.
Oggi mi trasformo in strana nuova direttrice, a quanto pare.  Non voglio soffermarmi a scrivere che è un ruolo importante, che ne sono terribilmente felice e onorata, che farò di tutto per rendere questo giornale migliore. Mentirei a me stessa, e a tutti voi.
Fortunatamente sono alla pari di tutti gli altri giovani scrittori che si cimentano in qualcosa di nuovo, ma quest’anno spero e speriamo tutti nel cambiamento.

Vorrei tanto che l’occhio vigile dello studente medio sui problemi reali e basilari della scuola sia presente in ogni singola pagina seria del giornale. Vorrei che il nostro lavoro sia maggiormente valorizzato, che renda gli studenti partecipi e che li coinvolga. Vorrei tanto che non si compri questo cumulo di pagine in bianco e nero per guardare le foto splendenti a colori delle classi V, vorrei riuscire a farvi capire quanto si è già fatto e quanto ancora ci sia da fare.
Vorrei che noi stessi giornalisti ci svegliassimo, è necessario avere idee nuove, una migliore grafica, un gestione continua ed efficiente del sito, inchieste reali, interviste coerenti.  (Non volete mica finire a scrivere per Libero, no?)

Sarà prettamente ideale ed utopistico ciò che dico, ciò che voglio? A voi il giudizio al giugno prossimo. Anche se peccato per me, si sa, che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re.

Siate gioiosi, io torno a studiare.

Melania Degli Antoni, direttore de “L’ Acuto”

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Susan Boyle: la voce della bellezza

Susan BoyleAmmettiamolo, ogni giorno, accendendo la televisione su qualsiasi canale siamo completamente circondati da bellezze formose, donne procaci (anche con l’aiutino del silicone), che presentano noti programmi televisivi o ballano danze sensuali. Ecco che un giorno però tutti i telegiornali, i blog, i giornali e soprattutto il famoso sito web youtube avevano come protagonista una donna sulla cinquantina, dalla fisicità molto diversa da quella delle subrèttes che siamo abituati a vedere, ma che si era fortemente distinta per la sua voce.
Il suo nome è Susan Boyle e l’ha resa così famosa la sua partecipazione al talent show inglese Britain’s got talent, in cui ha lasciato a bocca aperta i tre giudici del programma e migliaia di spettatori che dubitavano della sua bravura solo dopo un’occhiata al suo aspetto fisico. Chi era però Susan Boyle prima del suo grande successo che l’ha investita in un così piccolo arco di tempo?
La cantante è nata nel 1961 in un piccolo paese scozzese in provincia di Edinburgo, i suoi genitori diedero vita a ben dieci figli e lei è la più piccola tra le sue sei sorelle. La sua non è stata certo un’infanzia facile, veniva spesso presa di mira dai compagni per la sua scarsa bravura a scuola ed era anche stata soprannominata “Susie Simple” (Susie la sempliciotta). Non si è mai spostata dal suo paese natale, svolgendo semplici lavori di volontariato e stando sempre vicino alla madre dopo la morte del padre e il trasferimento dei suoi fratelli, che a differenza sua si erano costruiti una famiglia, trovando un impiago altrove. Susan coltivava in solitudine la passione per la musica e il canto, limitandosi a pochi spettacoli nelle piccole comunità anglosassoni; è stata invece l’anziana madre a spingerla a partecipare ai provini dei talent show più conosciuti in Inghilterra. Lei non si sentiva però mai pronta per un passo del genere, ma fu la morte della madre novantenne nel 2007 a dirigerla verso il successo, in onore della scomparsa della donna che l’aveva affiancata in ogni piccola o grande scelta. Ecco così che nel 2009 Susan si presenta ai provini del programma Britains’s got talent, dove supera le varie fasi senza però dare nell’occhio, stando in disparte, sentendosi diversa dai giovani che la circondano. Il giorno della diretta si avvicina, i giudici e gli spettatori osservano la povera Susan salire sul palco imbarazzata mentre balbetta qualche semplice parola su di lei. I pregiudizi si notano già sui volti di chi la guarda trattenendo una risata, ma quando la musica comincia e la sua splendida voce riempie lo studio televisivo e le case degli inglesi che seguono il programma, regna per pochi interminabili secondi il silenzio intorno a Susan e poi scoppia subito un applauso fortissimo, pieno di stupore e ammirazione.
A partire da quella sera è iniziato il successo della mitica Susan Boyle; sono passati già alcuni mesi dall’aprile 2009 e la cantante ha già pubblicato un album, intitolato “I dreamed a dream”

, che ha venduto milioni di copie, aggiudicandosi il titolo di album d’esordio più venduto nella storia. Susan Boyle resta un esempio di semplicità e modestia che superano le follie del successo, infatti la donna vive ancora nella sua piccola casetta inglese in compagnia del gatto Pebbles.

Melania Degli Antoni

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