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Tu che conosci il cielo

Quella di Cecilia potrebbe sembrare la storia di una ragazza qualsiasi: un’infanzia felice, una famiglia salda e serena, un buon rendimento scolastico, la fase dell’innamoramento nel periodo adolescenziale. Ma è proprio a questo punto che sorge alla luce la vera differenza, la vera svolta.
Cecilia si è innamorata, ma si è innamorata di Dio: un amore incontrollabile, il cuore è così pieno d’amore da volerlo dimostrare a qualsiasi persona, tutto ciò che esiste assume un valore al di sopra dello spirituale.
Oggi Cecilia  fa parte delle suore Carmelitane, ha deciso di farsi suora di clausura con l’intento di amare tutti, nessuno escluso.
“La clausura ti apre all’amore”.
Il percorso di Cecilia non è stato sempre facile: la famiglia contraria, la quotidianità persa, la mancanza della sensazione del sole e della neve, l’assenza dell’abbraccio forte della mamma, gli amici che non puoi più frequentare.
Ogni tanto si sentiva fragile, quasi prossima a sgretolarsi; ma la forza la puoi trovare solo in te stessa, solo nella compulsiva ricerca di un’astratta felicità, ancora così imperfettamente lontana. Allora ti asciughi le lacrime, ti lavi via i dubbi e decidi di continuare a camminare sulla strada che ti sei prefissata, che conduce alla salvezza.
“Le emozioni non chiare diventano verità”L’imperfetta vita di Cecilia ha iniziato ad acquistare il significato che da tanto cercava facendo la suora di clausura. Ogni minimo gesto dal rapporto con altre persone, impercettibilmente ridotto ad uno timido sguardo, alla sensazione di pienezza tipicamente derivata dalla pura soddisfazione,  e persino il rapporto con Dio produce emozioni nuove la cui gestione è ancora sofferta e macchinosa: è come innamorarsi, ti senti amato, è una cosa che da senso a tutto e che incide su ogni cosa.
Per lei la cella è il nostro salotto con il camino acceso, sono le emozioni che prendono fuoco e che si
alimentano con l’amore, la preghiera e con il silenzio.

“Si impara che nel silenzio tutto ha un eco più grande”.La vita di Cecilia è in ogni impercettibile gesto devota a Dio ed agli altri.
La sveglia mattutina è fissata per le 5:30: orario della prima preghiera giornaliera. La giornata è divisa in orari fissi ed è soprattutto vissuta nel silenzio. Si alternano momenti di totale solitudine a momenti di comunità.
Senza il silenzio si vive superficialmente, tutte loro lo sanno. La giornata è disposta però anche nel lavoro di comunità dove si svolgono i lavori di casa, si apprende l’arte del ricamo e ci si confezionano i vestiti con le proprie mani.
Sono organizzati momenti di ricreazione nei quali si ha la possibilità di confrontarsi con le altre sorelle riguardo tutto ciò che più le interessa.
La femminilità si sviluppa, solo in un modo diverso. Non esiste il truccarsi, il tirarsi i capelli o il farsi un bagno caldo. La femminilità si sviluppa con gesti diversi: nel prendersi cura di una persona e di farla crescere benché ciò sia fatto da lontano.

“L’amore arriva anche senza il contatto, l’amore è libero, non lo puoi stringere tra le mani”.

In che termini è quindi diversa Cecilia?
Sicuramente è diversa nell’insolito modo in cui a deciso di prendere in mano la sua vita, ma scrutando le sensazioni autentiche si percepisce solo una diversità superficiale.
Cecilia vive i suoi vent’anni cercando di donare la sua vita ad altre persone. Ma Cecilia siamo noi. È una ragazza che rispetta i suoi impegni, che si batte per ciò a cui crede, che tutti i giorni si rapporta con altre persone, che crede nel suo futuro, che percepisce sensazioni, che si emoziona per le piccolezze.
È una ragazza che basa la sua diversità sulla sua scelta di vita, sul luogo in cui si svolge la sua vita, sulle azioni fisiche di cui si costituisce la sua vita.
Ma la sua diversità è percepibile solo in superficie: è come quando l’acqua si mischia con l’olio, quest’ultimo accarezza solo il pelo della superficie ma la sua essenza rimane al di sotto.
La sua diversità è la nostra molteplicità.
Come diceva Platone tolto il superfluo rimane l’essenza.
“La fede è come l’amore, o ti fidi o non ti fidi”.
Testo di Michela Negri | Foto di Sofia Baldi

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Danimarca: felicità sbiadita

La Danimarca, in questi giorni, è stata dichiarata dal quotidiano Corriere della Sera  uno dei paesi più felici.
Eppure il tasso di alcolismo in questo paese nordico è davvero alto rispetto a quelli Italiano ed Europeo in generale: ogni Danese secondo le statistiche, infatti, consuma 89.9 litri di birra all’anno.
Sorge quindi spontaneo chiedersi come due aspetti così contrastanti siano conciliabili.

È tipico dei paesi con climi molto rigidi un tasso di alcolismo alto e una socialità limitata. Il freddo e il vento tagliente trasformano, per nove mesi all’anno, una passeggiata in un calvario: il crepuscolo giunge prestissimo, infatti la Danimarca chiude alle cinque , nel vero senso della parola.

Non chiudono solo i negozi, chiude la vita, tutta la vita danese si chiude in casa. Il venerdì e il sabato sono gli unici giorni in cui i locali non sembrano far parte di città fantasma.
Che cosa fanno ,dunque, i  giovani (e i non tanto giovani) nelle poche ore di libertà? Bevono, bevono e bevono. Alle nove sono ubriachi fradici e urinano allegramente in strada. Dunque le occasioni di svago sono mal vissute e non portano ad una socializzazione profonda. Sembra quasi che una serata da sobri lì sia una cosa squallida, che si diventi alcolisti per educazione.

Non si beve per dimenticare ma perché è l’unico modo che si conosce per divertirsi e per rompere la monotonia di uno Stato che ti da sempre tutto pronto. Non bisogna  infatti tralasciare gli aspetti che vengono considerati positivi di questo paese, che sono, però, un’arma a doppio taglio. La Danimarca offre un futuro sicuro ai propri cittadini.
Un futuro sicuro alle ragazze madri, a chi perde il lavoro, a chi è completamente povero, agli studenti. Le prime ricevono una casa e uno stipendio proporzionale ai figli, gli studenti hanno due anni di alloggio gratuito, chi è nullatenente ha diritto a una casa e ad uno stipendio a vita.

È un futuro così sicuro che annoia, così sicuro che non riserva nessuna sorpresa. Queste sono tutte misure che ogni Italiano approverebbe, ma che forse fanno perdere la voglia di lottare per un futuro migliore. Infatti se ognuno è sicuro che comunque vada andrà tutto bene, perde la voglia di crearsi la vita che vuole.
Una casa è un diritto, ma uno stipendio va guadagnato, bisogna almeno provare e queste norme tolgono il bisogno di tentare. Inoltre non esiste criminalità organizzata e anche la delinquenza è poco diffusa (scartando ovviamente gli ubriachi un po’ molesti del sabato sera).

Forse tutta questa critica verso un paese che in apparenza potrebbe sembrare così perfetto è solo per rivalutare almeno un po’ l’Italia, che in fondo in fondo non è così male. Un Paese che, anche quando va male, sorride perché almeno c’è il Sole.

L’idea che mi sono fatta andando in Danimarca è che i Danesi sappiano guardare la felicità solo attraverso una fotografia sbiadita. Una felicità  che non è altro che la noia di uno Stato sempre giusto.

Serena Bergamaschi

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