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Cosa guardo stasera? #6 – Consigli per la settimana

Puntata atipica della rubrica cinema firmata Acuto: sette film molto diversi per sette giorni della settimana (e sette tra gli ultimi film godibili visti dal recensore).

Lunedì

Paradiso Amaro (2011)

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Intervista a un chitarrista “di nicchia”

Intervista a Fabrizio Lusitani in veste di componente di due gruppi piacentini come i “Flora” e “Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere”, tra le altre cose mio fratello.

Ciao! Dì qualcosa di te. 

Sono Fabrizio e suono la chitarra e da tanti anni, bazzico la scena musicale piacentina di nicchia. Molto di nicchia. Non è la mia prima intervista, ma le altre si contano sulle dita di una mano, e comunque questa è la prima “personale”.

Fai parte dei Flora da tanti anni, gruppo piuttosto affermato a livello locale… cosa ti ha spinto a creare parallelamente le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere? 

Nei Flora sono un chitarrista puro e mi sento parte di una macchina compositiva ben rodata ma anche complessa, perché composta da sei elementi, tutti musicalmente maturi e dai gusti vari e raffinati.

Il gruppo delLe Sacerdotesse dell’Isola del Piacere, invece, è molto più recente e nasce da un’iniziativa mia personale. Da un po’ di tempo covavo l’idea di provare in duo (voce, chitarra elettrica e batteria) alcuni pezzi che avevo nel cassetto, e alla fine l’ho realizzata. Abbiamo registrato di getto due canzoni, attualmente suoniamo in trio (con il basso) e abbiamo già un buon repertorio e alcuni live alle spalle. Con Le Sacerdotesse scrivo e suono in modo scarno e semplice, l’attitudine è diversa, più grezza. Faccio anche il cantante, quindi mi sento molto in gioco, è un progetto pieno di vitalità.

Guardandoti indietro: che maturazione musicale hai avuto  (e hanno avuto i Flora) da quando hai iniziato?

Suono nei Flora fin dagli inizi, era il lontano 1998! Posso dire di essere cresciuto musicalmente con e grazie ai Flora. La nostra musica è cambiata da allora, abbiamo spaziato tra vari generi musicali, post-rock, jazz-rock, rock italiano, sempre mescolandoli fra loro… definire il nostro genere ci ha sempre messo in crisi: penso che questo sia un buon segno, un segno distintivo di originalità. Abbiamo registrato due album e diversi demo, abbiamo suonato a destra e a manca, con il tempo perdi l’ingenuità ma cresce l’esperienza e la confidenza nei propri mezzi.

Suonare in un gruppo serve tantissimo a un musicista: io non sono un chitarrista “tecnico”, ma con il tempo ne ho imparate di cose. E poi suonare pezzi originali, cercare di inventarsi sempre qualcosa di nuovo, permette di migliorare e di trovare giorno dopo giorno la propria strada musicale.

Perché bisognerebbe interessarsi alla musica locale?

Scegliere di suonare in un circuito musicale indipendente di provincia vuol dire rinunciare ad un pubblico “di maggioranza”, in favore di una totale libertà creativa. Questa libertà creativa è la cosa più preziosa e interessante che la musica locale possa offrire, è la marcia in più, perché nella maggior parte dei casi la libertà creativa è inversamente proporzionale alla notorietà.

La scelta dei nomi: perché  “Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere” e perché “Flora”?

Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere con il loro canto attraggono i comuni mortali nel paradiso dei sensi. E’ il nome più assurdo che mi sia venuto in mente, è utile per non prenderci troppo sul serio, è un richiamo alla mia fantasia di bambino, perché Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere erano personaggi di un cartone animato.

Le ragioni del nome Flora invece si perdono nella notte dei tempi… penso che cercassimo un nome semplice e romantico. Sono contento della scelta, comunque, è un nome indipendente dalle mode e per questo ancora attuale, spero si possa dire altrettanto della nostra musica!

A che età hai preso in mano la chitarra (a chi ti ispiravi)? Suoni altri strumenti?

Ho iniziato a 13 anni e mi ispiravo ai Nirvana… suonicchio pianoforte, batteria, tromba (devo iniziare) ma sono ancora a livelli veramente pietosi.

Ultima canzone ascoltata?

Walkman: Black Keys, Rubber Soul; allo stereo: La collina dei cigliegi, Lucio Battisti.

Ciao, grazie dell’intervista!

Mi sono divertito, belle domande… ciao a tutti!

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Alessandro Lusitani

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di | 8 marzo 2012 · 20:23

Cosa guardo stasera? # 5 – Apocalypse Now

 

 Apocalypse Now è molto più di un film di guerra. C’è qualcosa di più rispetto al Full Metal Jacket kubrikiano e a Salvate il soldato Ryan di Spielberg: è brillante e altamente estetico, allucinato, esplosivo ma anche divertente per la presenza di alcuni personaggi grotteschi e nessun film antimilitarista condanna così efficacemente la guerra e le sue atrocità, che porta morte e follia. La guerra è incoerenza (<<Prima facevamo a brandelli i vietcong con una mitragliatrice, poi gli davamo un cerotto>>) ma anche istinto primordiale, e i soldati sono portati ogni giorno a fare i conti con loro stessi e la loro umanità (oltre che con la loro sanità mentale).

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Vietnam, 1969: il comandante Willard viene assoldato per portare a termine una missione altamente delicata, trovare ed eliminare il colonnello Kurtz,  a capo di un’unità militare americana che comanda con metodi insani e dalla quale è venerato come un dio pagano, non rispondendo più alla volontà di alcun superiore. Willard dovrà, per portare a termine la sua ricerca, risalire il fiume addentrandosi nella giungla quanto nel proprio animo… tra bombe al napalm, tenenti che praticano il surf nei momenti meno opportuni, conigliette di Playboy e attacchi aerei sulle note di Wagner.

Uscito una prima volta nel 1979, consiglio vivamente di guardare il film nella versione del 2001, Apocalypse Now Redux, universalmente riconosciuto come migliore della prima distribuzione in quanto, arricchendo il minutaggio di ulteriori 53′ (non lasciatevi spaventare dalla lunghezza, ne vale davvero la pena!), è più facile apprezzare il senso generale della pellicola che risulta anche meglio comprensibile.

Il film vanta un cast d’eccezione, tra gli altri Martin Sheen, un giovanissimo Laurence Fishburne alias Morfeus (<<Pillola rossa o pillola blu?>>), Robert Duvall, un calvo e grasso Marlon Brando (Il padrino) e Harrison Ford (Indiana Jones), tutti diretti da Francis Ford Coppola che prosciugò tutte le sue finanze per la realizzazione di Apocalypse Now (tanto che tentò il suicidio prima della fine delle riprese).

Appassionati al genere e non, vi invito a guardare questo film, viaggio tra <<verità illusorie e totale follia, dentro ai meandri più reconditi del cuore umano>>

Alessandro Lusitani

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Omissione di soccorso all’italiana

Tutti dovrebbero leggere l’articolo “Omissione di soccorso all’italiana” di Jan Fleischhauer, pubblicato sul settimanale tedesco Der Spiegel che ha fatto tanto discutere: l’editorialista afferma che il comportamento del comandante della nave Costa Concordia riflette esattamente quello che è l’animo dell’italiano medio. Ed è incredibile come un popolo che proclama spesso il proprio disprezzo per la terra che abita, masochista nel suo autolesionismo politico che lo dilania e lo divide in parti mai d’accordo, mai disposte al dialogo, mai volenterose di costruire qualcosa ritrovi di colpo un – fino a poco tempo prima – non pervenuto patriottismo. Pare che agli italiani serva proprio un Jan Fleischhauer perché ritrovino una parvenza d’orgoglio: va bene disconoscere l’Italia, ma guai allo straniero (peggio ancora se tedesco e due volte peggio se dal cognome impronunciabile) che si azzarda ad insultarne il buon nome e che addirittura asserisce che gli italiani non esistono come popolo.

Infatti alla botta non si fa attendere la risposta, firmata tutta tricolore, che suona come “Non giudicate perché voi l’avete fatta più grossa”.

Quale argomento è più inattaccabile del tirare in ballo il marchio a fuoco con cui è stato contrassegnato il popolo tedesco? Se l’immaginario comune, negli ultimi tempi, associa maggiormente a Germania il termine spread, tuttavia il nome del signore coi baffi e la svastica sulla divisa resta la seconda parola del brain storming. Non che la prima riabiliti l’immagine dei tedeschi, che oggi vediamo come fratelli maggiori perfetti: per andare bene bisogna imitarli, ma evidentemente non siamo in grado. E così spread è ciò che ogni giorno ci ricorda questa nostra inadeguatezza.

Tornando al povero Jan (meglio continuare a chiamarlo per nome), sembra che nelle sue righe si risponda da solo e anzi si contraddica, lanciando una provocazione bella e buona salvo poi tornare sui suoi passi e  smentire la validità degli stereotipi. “Tuttavia chi ha sospettato – anche solo per un secondo – che quel comandante non si trattasse di un italiano?”

Quella che è la frase che ha scatenato un vero e proprio finimondo editoriale può spingere ad una riflessione sul perché all’estero ci vedono in un determinato modo: il nostro Jan sostiene che hanno ormai imparato a conoscerci in vacanza al mare da noi, uomini che gesticolano quando parlano e amano collezionare figure di merda cercando di mettersi in mostra. Ma, mano sul cuore, chi non ha pensato leggendo queste cose <<Se non ti piacciamo, le vacanze al mare fattele a casa tua nel tuo Mare del Nord>>?

In definitiva, sembra ovvio che tutti cerchino di tirare acqua al proprio mulino, i tedeschi forti di un’economia che pare schiacciare tutti gli altri a livello europeo e gli italiani che, svestiti di quell’elmo di Scipio di cui si erano cinti la testa, hanno provato, frettolosamente, a battere un colpo. Certo è che risulta infantile tanto affibbiare una colpa all’Italia tutta per l’errore di uno quanto accusare la Germania  oggi per i crimini del Terzo Reich.

Alessandro Lusitani

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Cosa guardo stasera? # 4 – Trainspotting

Trainspotting: l’hobby di guardare i treni che passano. E’ metafora di un’esistenza trascorsa lasciando che gli eventi si susseguano senza che nulla sia vissuto in prima persona e niente sia frutto di una scelta consapevole; tutti noi, inutile tirarsi indietro, viviamo la vita da spettatori. Da trainspotter.

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi.

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 La vicenda è tessuta dalla voce narrante di Mark Renton, che disprezza questa visione borghese delle cose e sceglie invece di soffocare i propri problemi nell’eroina. Dopo una riuscita disintossicazione, alcuni insuccessi legati alle rispettive ragazze basteranno a riportare Mark e i suoi amici alla droga; per procurarsi i soldi necessari ad acquistare le dosi, essi inizieranno a praticare furti e taccheggi ma tutti, a questo punto, dovranno pagare le conseguenze di vivere una dipendenza che è di fatto un lavoro a tempo pieno e tutto volgerà al peggio. Il protagonista vincerà la sua assuefazione nell’allucinato delirio dell’astinenza e troverà poi un onesto impiego a Londra ma all’improvviso un amico si presenterà a lui con la proposta di smerciare una partita di eroina…

Un film che ritrae con agghiacciante realismo il mondo della droga, capace di annientare tanto il corpo quanto l’anima delle persone e le loro relazioni sociali, e che spinge ad una profonda riflessione su ciò a cui diamo importanza nella nostra vita.

Finale ad interpretazione.

Alessandro Lusitani

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Cosa guardo stasera? # 3 – Memento

Nonostante tutte le odierne tecnologie ci portino a riconsiderare continuamente i nostri orizzonti e a porli sempre più lontani, il mondo più affascinante e complesso che conosciamo – o meglio non conosciamo – resta quello della nostra mente; su questo sfondo si snodano le storie di numerosi film, uno su tutti Memento, in latino: ricordati. La trama di questa pellicola (Christopher Nolan, 2000) non è lineare, segue uno schema del tutto particolare che tuttavia non rende indecifrabile la vicenda: i blocchi narrativi sono due, uno passato (in bianco e nero) che si alterna all’altro, presente, che va però a ritroso, di modo che la fine di ogni sequenza è l’inizio della precedente. Questo espediente crea un’analogia tra la struttura del film e la psiche del protagonista;  sebbene enigmatico non è troppo contorto e, una volta capito il meccanismo, è molto semplice mettere insieme i pezzi del puzzle.

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L’ultimo ricordo di Leonard Shelby è la moglie stuprata e morente nel bagno di casa, che ha trovato dopo essersi svegliato nel cuore della notte alle sue urla. Prima che possa fare qualsiasi cosa, viene colpito da un uomo, l’assassino, e perde i sensi: il trauma cranico che riporterà in seguito avrà effetti irreparabili sulla sua memoria a breve termine e gli sarà così preclusa l’assimilazione di nuovi ricordi. A partire da quest’ultima, drammatica immagine la vita di Leonard è un continuo, infinito ripartire da zero, dal momento che tutto ciò che possa fare, dire o scoprire svanirebbe dalla sua mente nel giro di pochi minuti. Per questo si tatua sul corpo le informazioni fondamentali per il suo scopo, la ricerca e l’uccisione dell’assassino della moglie (un certo J. G.) e scatta istantanee alle persone di cui fa conoscenza, annotandone con brevi descrizioni l’affidabilità… Per sopravvivere a tutto questo, Shelby organizzerà la sua vita con ordine e metodo e soprattutto troverà nel suo cieco desiderio di vendetta il motivo per stare al mondo, costruendosi da solo una sciarada irrisolvibile. (Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente, devo credere che le mie azioni abbiano ancora un senso; anche se non riesco a ricordare devo convincermi che quando chiudo gli occhi il mondo continua ad esistere.) Un thriller psicologico tutto sommato non troppo – o comunque non abbastanza –  conosciuto, che rappresenta un vero capolavoro nel suo genere, diretto dal regista di Inception, Il cavaliere Oscuro, The Prestige e Batman Begins (tanto per citare qualche titolo commercialmente più noto). Se quindi siete in vena di un film impegnativo a finale spiazzante – e vi state chiedendo disperatamente Cosa guardo stasera? –  scegliete Memento.

Alessandro Lusitani

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Cosa guardo stasera? #1 – Arancia Meccanica

Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven“: nel 1971 usciva “Arancia Meccanica”, il più controverso film del più controverso dei registi, Stanley Kubrick. L’opinione di critica e pubblico si spacca in due: questo caratterizzerà tutta la filmografia kubrickiana, dalle prime pellicole in bianco e nero a Eyes Wide Shut del ’99, passando per 2001: Odissea nello Spazio, Shining e Full Metal Jacket.

Insomma, pare ci sia poco da fare: o lo si ama, o lo si odia, tanto più che – anche se è noto come uno dei migliori cineasti della storia – i suoi lungometraggi gli fruttarono un solo Premio Oscar.

Considerato da molti una becera ode alla violenza gratuita e fine a se stessa, in realtà con Arancia Meccanica siamo a tutti gli effetti di fronte a una condanna piuttosto che a un’esaltazione.

Abiti completamente bianchi, cappello nero, un lungo ciglio finto, e un bastone: Alexander De Large è l’estroso giovane leader della banda criminosa dei Drughi, che esercita la violenza con una leggerezza sorprendente come forma di bieco divertimento; colonna sonora delle sue follie la musica classica, di cui è innamorato in maniera quasi erotica.

Emblema di una generazione giovanile che semplicemente prende con la forza ciò che desidera, Alex manterrà con il terrore la sua autorità nei confronti dei compagni finché l’equilibrio della vicenda non si romperà irrimediabilmente: una notte commetterà – volontariamente o meno – un omicidio (utilizzando come arma del delitto un grande fallo di ceramica, ndr) e, preso dalla polizia, entrerà a far parte di un grottesco programma di recupero per casi come il suo che mira a trasmettere la repulsione per la violenza agendo a livello psicologico.

La violenza stessa mostrata da Arancia Meccanica è cruda ma vera e reale, dall’abuso sessuale sulle parole di Singing in the rain alle scene dei pestaggi: per Kubrick non si può rappresentare un tema come questo censurandone le dinamiche. In realtà, per noi che siamo bombardati ogni giorno da tivù-spazzatura e abbiamo accesso a contenuti forti anche in fasce orarie non protette, la violenza di Alex De Large e dei suoi Drughi ha perso gran parte della sua spettacolarità e oggi non scatenerebbe certo quello scalpore che ha effettivamente provocato quarant’anni fa.

Nonostante questo la pellicola è rimasta vietata, in Italia, ai minori di 18 anni fino al 2007 e non venne mai trasmessa in televisione prima di quell’anno, 36 anni dopo la sua uscita nelle sale.

In ogni caso, visto Arancia Meccanica, non si potrà fare a meno di apprezzarne i personaggi, le situazioni e tutte le scelte del regista che vi stanno dietro, rendendo questo film una vera prova d’ingegno. Così, se anche voi state chiedendovi Cosa guardo stasera?, perché non questo grande classico?

Buona visione, dunque! E, come direbbe Alex: “Ciao ciao ciao, fratellini! “.

Alessandro Lusitani

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