Netflix e il culto delle serie tv

Netflix, colosso americano della distribuzione via internet di film, serie tv e documentari, con la sua ascesa, ha cambiato il panorama dell’intrattenimento.
La piattaforma nasce nel 1997 da un’idea di Reed Hastings e Mark Randolph. Pensata per il noleggio di dvd e videogiochi via internet spediti direttamente a casa, nel 2008 l’azienda fa partire un servizio streaming online on demand a pagamento, che diventerà poi l’attività principale della società. Nel 2010 si espande in altri Paesi e finanzia produzioni originali: la sua popolarità inizia a crescere senza arrestarsi. Infatti, Netflix continua ad imporsi come principale piattaforma per la visione di contenuti streaming, contando 125 milioni di utenti globali nel primo trimestre del 2018.
Il cambiamento più significativo verificatosi con l’ascesa della società è legato alla fruizione, alla produzione e al pubblico delle serie tv. “Serie tv” – abbreviazione di “serie televisiva” – è il termine che indica una narrazione caratterizzata dalla serialità, cioè dalla suddivisione in più parti, generalmente trasmesse in giorni diversi. Prima dell’avvento di Netflix, i programmi seriali erano seguiti principalmente in televisione e non era sempre possibile seguire ogni puntata. Inoltre, le produzioni straniere erano trasmesse con ampio ritardo in Italia rispetto alla messa in onda nel Paese di origine. Con la diffusione dello streaming online è diventato più semplice e immediato seguire una serie tv. Infatti, è possibile guardare un episodio in qualsiasi momento della giornata, in quanto sulla piattaforma è presente l’intera o parziale programmazione del ciclo seriale; talvolta, si ha l’opportunità di seguire un programma in concomitanza con il Paese di produzione. L’immediatezza della fruizione di serie tv ne ha incentivato la produzione. Oggi si tende a investire sempre di più nella creazione di contenuti originali; ad esempio, nel 2017 Netflix ha prodotto dieci serie originali, contro le cinque create nel 2015. Anche il pubblico è cambiato: se prima era costituito da un numero non molto ampio di persone, oggi comprende 125 milioni di persone di tutte le età. Lo spettatore si rapporta in modo di verso con la fruizione. La disponibilità tempestiva dei contenuti lo induce al binge watching, ovvero alla visione consecutiva di molti episodi.
Netflix ha riscontrato un successo così ampio che anche altre compagnie cercano di emulare questo fenomeno, proponendo al pubblico contenuti simili a quelli del colosso americano, come Amazon Prime e Infinity.
Dunque, dal lancio di Netflix, l’industria dell’intrattenimento continua a rinnovarsi e la produzione delle serie tv e la domanda degli utenti aumenta imperterrita, tanto che sembra opportuno parlare della diffuzione di un “culto” delle serie tv.

Anita Groppi, 4clB

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Recensione: “La verità sul caso Harry Quebert”

Una piccola cittadina nel New Hampshire, un omicidio commesso più di trent’anni fa, uno scrittore e il suo insegnate, sembrano gli ingredienti perfetti per la serie TV del momento. E invece sono gli elementi caratterizzanti del libro “La verità sul caso Harry Quebert”, una storia che potrebbe essere stata accantonata da molti per il grande ammontare di pagine, ma che mi sento di consigliare a tutti coloro che sono alla ricerca di un thriller avvincente che vi terrà incollati fino all’ultimo capitolo.
Harry Quebert scrittore sessantacinquenne, vive ad Aurora, nel New Hampshire, dove si è trasferito in seguito alla pubblicazione di un romanzo di grande successo. Marcus Goldman è stato il suo allievo prediletto, ma dopo aver scalato le vette di tutte le classifiche con il suo primo romanzo, è vittima del blocco dello scrittore, la sindrome del foglio bianco. E la situazione non sembra migliorare sotto le continue pressioni del suo editore, sempre pronto a ricordargli la prossima scadenza entro la quale il secondo romanzo deve essere pronto. Marcus decide quindi di chiedere aiuto a quello che era stato, ed era tutt’ora il suo mentore: il grande Harry Quebert. Quest’ultimo gli consiglia di allontanarsi dagli sfarzi e dalla vita mondana newyorkese, a cui Marcus era diventato avvezzo nell’ultimo periodo, e di trasferirsi ad Aurora così che la cittadina, decisamente più tranquilla della grande mela, potesse aiutare lo scrittore a ritrovare l’ispirazione. Goldman segue il consiglio, ma subito capisce che Aurora è tutto tranne che una cittadina tranquilla. Riaffiora infatti un omicidio vecchio di trent’anni al quale non si era mai riusciti a dare un colpevole; nel giardino della grande “casa da scrittore” di Quebert viene infatti ritrovato il corpo di Nola Kellergan scomparsa una sera del 1975, trentatré anni prima rispetto all’epoca nella quale vengono narrati i fatti (ovvero nel 2008). Una serie di indizi rimanda senza ombra di dubbio a Quebert, ma Marcus Goldman non riesce ad accettare che il suo maestro abbia potuto fare del male ad una ragazzina di quindici anni. Inizierà quindi ad investigare portando alla luce tutti i segreti della piccola cittadina che erano stati abilmente sotterrati per tutti quegli anni.
La verità sul caso Harry Quebert non è solo un libro che vi farà entrare nel vivo della storia, che vi farà immergere così tanto nel profondo alle vicende da credere di aver conosciuto da sempre Nola, non solo vi farà affezionare ai personaggi, ma se come me siete anche solo un po’ affascinati della letteratura, grazie a questo libro potrete imparare molto di questo mondo.
La voce narrante è affidata a Marcus Goldman che ci descrive tutti i misteri di Aurora e ci fa entrare nel ruolo degli investigatori. Ho anche trovato particolarmente efficaci le varie lezioni donate da Quebert al suo allievo in un passaggio continuo fra presente e passato. Joël Dicker, l’autore, è estremamente abile nel rendere le numerose pagine scorrevoli e oltremodo avvincenti. Lo stesso autore aveva esposto durante un’intervista la sua volontà di rendere il libro “una serie TV da leggere”, e io posso affermare che abbia centrato in pieno il suo obiettivo. Inoltre, la sua bravura risiede nello scegliere di parlare di pochi personaggi, che però ci vengono abilmente descritti sotto il punto di vista psicologico.
Detto questo, riuscirà Marcus Goldman a scagionare il maestro dalle numerose accuse a suo carico? Come può collegarsi uno scrittore di fama con l’omicidio di una ragazzina di quindici anni? Quante bugie sono state dette ad Aurora? Lascio a voi il compito di scoprire la riposta a tutte queste domande attraverso la lettura de “La verità sul caso Harry Quebert”.

Marika Pettineo, 3linA

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C’è chi l’amore lo da senza chiedere nulla in cambio

img-20181104-wa0026Era un pomeriggio cupo di aprile quando, camminando sulla ghiaia di una strada di campagna, sentii dei guaiti acuti provenienti da un luogo poco lontano.
Una vecchia cascina abbandonata faceva da sfondo alla mia vista, così decisi di entrarvici assieme a mia mamma per vedere cosa stesse succedendo.
Su di un pagliaio secco ed umido c’era una grossa cagnolona che tentava di riparare cinque cuccioli da poco nati dal vento leggero che si riusciva a percepire. Sembrava quasi chiedesse aiuto, così decidemmo di prendere i sei cuccioli e portarli al riparo, almeno fin quando non avrebbero trovato qualche sistemazione stabile ed un posticino caldo in cui restare.
Per qualche settimana casa mia sembrava molto più piccola del solito, mi ero ritrovata a condividere la camera con sei palle di pelo che crescevano giorno dopo giorno, vogliosi di giocare ed esser coccolati.
Inizialmente la situazione era difficile, in casa si respirava pura e costante tensione, ci siamo ritrovati catapultati, io e la mia famiglia, in una ‘nuova vita’ che mai ci saremmo aspettati di dover gestire.
Con il passare dei giorni le richieste di adozione iniziavano a venire a galla: tutti i cuccioli erano ormai stati adottati… tutti, tranne una.
È proprio su questa che vorrei soffermarmi.
Lei, che nell’istante in cui stava per andare via con una nuova famiglia l’ho istintivamente chiamata e l’ho vista correre verso di me e saltarmi addosso, lei che si è palesemente opposta all’adozione e che ad oggi è diventata la mia bionda, con un manto color miele e due nocciole al posto degli occhi.
Non è il mio cane.
Lei è il mio punto fermo in un mondo che si muove troppo veloce.
Quando tutti se ne vanno, lei è lì ferma ad aspettarmi, come ha fatto sin dall’inizio dei suoi giorni.
Mi aspetta quando, scendendo le scale, corre troppo avanti lasciandomi indietro; mi aspetta quando le dico di fermarsi sul ciglio della strada, mi aspetta quando vado in doccia, quando esco di casa, quando ho da fare.
Torno e la vedo lì, immobile, che mi sta aspettando, con quegli occhioni pieni d’anima con cui lei, e solo lei, sa confortarmi e farmi sentire amata nel modo migliore che esista.
Lei che mai una volta sì è scomposta davanti ad un altro cane ma che ogni volta che l’ho chiamata per le coccole non ha quasi avuto dignità.
Lei è colei che ringhia e si ingelosisce se qualcuno mi si avvicina più del dovuto, è la stessa che mi sveglia puntualmente alle sette del mattino saltando da un lato all’altro del letto o sdraiandosi sul mio petto, poggiando la testa sulla mia.
Lei è la certezza di non trovare mai casa vuota, è il profumo di una vita intera sentito tra le lenzuola, è il primo sorriso della giornata.
Ha uno sguardo che mi ha sempre detto le parole giuste dandomi la forza di andare avanti.
Lei s’accorge prima di me stessa quando sto male.
È colei che, quando gli altri mi hanno abbandonata nel vento, mi ha seguita nella tempesta.
Lei mi ha vista piangere e non dimenticherò mai quelle volte in cui le lacrime me le ha asciugate con il suo muso.
È l’antidoto migliore alla pochezza degli umani.
A volte mi fermo a pensare a come sarebbe stato se avessi ignorato il suo pianto in quel pomeriggio cupo di aprile e, puntualmente, arrivo alla conclusione che la mia vita non sarebbe stata la stessa.
Lei non è un semplice cane, è tutta la mia famiglia.

Sarah Petrolesi, 4scC

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L’Odissea della seconda vita

E’ difficile raccontare un’esperienza ai confini della realtà, che molti non possono nemmeno immaginare poiché mai vissuta e di cui altri ancora, pur avendola sperimentata, non hanno la possibilità di fornire testimonianza. Sono passati quasi due anni dal 27 febbraio del 2016 eppure non riesco a dimenticare il percorso compiuto prima del risveglio, viaggio al centro del subconscio, odissea della seconda vita. Nessuno conosce esattamente cosa senta il cervello di un paziente in coma, secondo alcuni la totale assenza, secondo altri solo impulsi, io credo che viva in una dimensione al confine tra cielo e terra, una sorta di limbo, un limite tra vita e morte o meglio tra vita e nuova vita. Negli anni le testimonianze dei pazienti hanno portato a comprendere meglio le caratteristiche del presunto luogo in cui essi vengono rilegati per tempi più o meno lunghi. Non si riesce a vedere il proprio corpo, forse perché è assente, materia incorporea, o forse perché non viene concepito il concetto fisico di essere umano. Ricordo un paesaggio desolato, tetro e buio in cui perdersi, ricoperto da fango, melma e salici piangenti. Ero da sola senza una metà, senza un motivo, senza una guida e non avevo memoria degli eventi recenti solo dei grandi episodi che avevano caratterizzato la mia vita. Non percepivo lo scorrere del tempo, nemico degli uomini, e non pensavo a passato, presente o futuro. Per una volta, disconnessa dal mondo che conoscevo, ero inconsciamente spensierata, come un giocoliere che si trova a sfidare il pericolo, pur rischiando di non fare più ritorno. Il mio viaggio fu relativamente breve, o almeno a me sembrò così. Dopo cinque giorni trascorsi a vagare per la terra afflitta e incolta, in cui ogni elemento sembrava ripetersi all’infinito secondo una sorta di trama, all’improvviso vidi di fronte a me una macchia che cresceva sempre più nell’oscurità e una luce abbagliante irruppe violentemente. Gli occhi a fatica si abituarono all’insistenza del bagliore e, aprendosi lentamente, ritrovarono il corpo abbandonato, pareti verdi pastello, un orologio fermo e riflessi di luce provenienti dal vetro della finestra, tutti elementi sconosciuti. Impiegai molto tempo a convincermi che non mi trovavo in un sogno e che in realtà avevo passato cinque giorni in coma. Spesso accadeva che mettessi alla prova le persone vicine, chiedendogli episodi personali fino a quando mi resi conto che probabilmente questa era la realtà e dovevo accettarla. Ogni giorno procedeva in modo insaziabile fino a consumarsi per lasciare spazio al seguente che scorreva uguale. Non mi capitava spesso di pensare al futuro forse perché non riuscivo ad avere ancora coscienza della realtà o forse perché ero ferma, proprio come l’orologio, alla sera del 27 febbraio. Dopo mesi di presa di coscienza, dolorosa ma decisiva, iniziai a maturare “la determinazione di non estinguersi”, di non arrendersi all’inevitabile ma di combattere non più per la sopravvivenza ma per la vita. Così, quando tutto sembrava irrecuperabile, fiorì una forza interiore capace di vincere le difficoltà e spingere ciascuno a realizzare l’impossibile: la speranza. Si fece strada tra i mali portati dalla cieca sorte, come uscita dal vaso di Pandora e in breve trasformò il deserto di sciagure e dolori in un giardino di rose.

Sofia Granelli, 5clC

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Leggere per vivere

“Nel momento in cui legge, il lettore, introduce con la sua sensibilità e il suo gusto anche il proprio mondo pratico, diciamo pure il suo quotidiano ”.
La letteratura è un’esperienza di vita che ci porta a conoscere di più noi stessi e ad esprimere emozioni che a volte ci sono totalmente sconosciute. Dante ce ne dà la prova nel V canto dell’Inferno: Paolo e Francesca sono due amanti che esitano a manifestare il loro sentimento d’amore reciproco, ma che, quando la lettura giunge al punto in cui Lancillotto e Ginevra si baciano, trovano il coraggio di lasciarsi andare all’impeto della passione amorosa. Paolo e Francesca hanno ritrovato sé stessi nei protagonisti di quel romanzo e hanno permesso che essi allargassero l’orizzonte e arricchissero il loro universo.
Alcuni artisti hanno reso per immagini la lettura come pratica quotidiana. Hopper, in “Clair car”, raffigura lo scompartimento di un treno dove i passeggeri, seduti, leggono. Potrebbero essere dei passeggeri contemporanei, ma oggi sfortunatamente i libri sembrano sempre di più essere stati sostituiti dalla tecnologia. La donna raffigurata da Van Gogh nel dipinto “La lettrice di romanzi”, intenta a leggere col capo chino sulle pagine entro un interno, sembra completamente immersa nella lettura; così come “La lettrice in abito viola” nel dipinto di Matisse. Tutti e tre i dipinti mostrano anche come la solitudine sia in grado di farci immergere nella totalità delle emozioni, così da poter cogliere a pieno il senso di quello che l’autore ci vuole raccontare. Oramai, pur di non restare soli con noi stessi ci riempiamo continuamente l’agenda e la testa di impegni o di cose da fare, quando invece potremmo tradurre la solitudine in termini di occasione personale.
Quando l’ambiente esterno lo opprime, il lettore si rifugia nel suo mondo fatto da tutti quei libri che lo motivano e lo ispirano. “Uno dei numerosi aspetti della vita è il linguaggio e le parole e la poesia ”. La letteratura, in quanto stimolo perenne a conoscere sensazioni ed emozioni a noi ancora estranee, non è da contrapporre alla vita. Fa parte della vita. Flaubert ci direbbe di non leggere per divertirci, come fanno i bambini, o per istruirci, come fanno gli ambiziosi, ma per vivere.

Filippo Zaninoni, 4clB

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Esser-ci nella società capitalistica: Heidegger risponde alle manipolazioni del consumismo

La società capitalistica è una società del consumo o il consumo della società?
La ricerca ontologica che si rinviene nel concetto di esser-ci, ovvero la capacità dell’ente di domandarsi cosa sia l’essere, propria del filosofo contemporaneo Martin Heidegger, risponde a questo quesito dimostrandosi molto più attuale di quanto sembri.
L’avanzamento tecnico è in continua evoluzione, e sta raggiungendo livelli che poco più di un decennio fa sembravano possibili solo nei film.
L’innovazione, secondo Heidegger, ha reso l’uomo “un fondo illimitatamente disponibile per l’agire tecnicamente determinato”.
L’uomo smette così di essere ‘ciò che è’, ma inizia ad essere ‘ciò che gli viene imposto di essere’, inizia ad adattarsi ad una vita basata sul consumo apparentemente necessario di prodotti pubblicizzati dalle multinazionali, che detengono il monopolio finanziario.

“Nel mondo del tecno capitalismo l’ente è disponibile per il consumo della pianificazione globale”

Le nostre decisioni, quindi, non sono più ‘nostre’, ma sono indotte da una serie di processi psicologici mirati a farci credere che tutto ciò che ci è proposto dal capitalismo come necessario lo sia davvero.
Questa è la risposta del filosofo, e non si distacca molto dalla realtà in cui viviamo oggi: una quotidianità pervasa da strategie di neuromarketing e stereotipi che accomunano gli interessi ‘apparenti’ di tutti.

Chiara Brogi, III cl A

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Sports in the USA: interview with John Green

  1. What does your job involve exactly?

My name is John Green, I am a National Cross Checker for the Los Angeles Dodgers, which is basically a high level amateur scout for the Dodgers, we have local scouts (16) throughout the USA and their job is to report on all draftable players in their territory and recommend them for the MLB draft every June. My job is to travel the country and see the best players, both high school and college –  when our scout in Texas recommends we select a player in the 1st round, I will see that player and compare him to the player that our scout in Florida also suggests we take in the 1st round. I help put them in order, prioritize these players and help my boss, the Scouting Director, make good decisions in each round of the draft. We pick 40 rounds, draft selection happens in reverse order of last years record so that the worst teams get the first selections, this year we pick last, # 30, as we won the most games in the regular season last year.

2. What importance does the school system give to sport? Does the school favour the grading of the students who practise sports?

The school system is very important to the development of youth sports in the USA. Many inner city schools don’t have the money/resources/fields to field competitive sports programs, the vast majority of families with kids look to move to the suburbs outside the cities where sports are encouraged and they have money for all the various sports for both boys and girls. Volleyball, soccer, softball are popular girls sports – the boys are likely to play baseball, football, and soccer. Schools promote sports play and some type of sport/gym class is required in both middle school and high school. Schools do not give any leeway on grades to athletes who play sports, they will make some accomodation to those in sports who are traveling or have heavy schedules before tests, they may extend due dates on homework assignments or makeup quizzes/tests if handled ahead of time. Things are changing now in the USA, schools are very important in the sports development of kids up  through middle school, high school sports are getting very competitive, costly summer travel teams are now taking on the development of kids in sports in HS, we still have very good HS programs in certain sports, in certain areas but the competition for college scholarships is such that parents are paying high fee’s to help their kids play at the highest level possible during the summer, get seen by professional and college scouts, to help with either college costs or go the professional route. My experience is that many parents think their kids are good enough to become professionals but very few kids are both mature/talented enough to play professional sports out of HS, most have to go to college to realize those dreams, the one exception is baseball. We select HS players and expect that the good ones will take 3-5 years in the minor leagues before they are ready to play in the ML’s. If we take them high enough in the draft, they will have money to secure themselves if they do not succeed and we pay for their college education should they not make it. It is still up to the individual to make the best out of there circumstances. The last two Rookies of the Year in MLB were Dodgers that we took out of HS, google them, Corey Seager and Cody Bellinger.

3. Are students, who have a scholarship thanks to their athletic performances, really prepared? Do these students get a job if they don’t become a professional athlete or do they have difficulty?

It is quite dependant upon the individual but most are very prepared because they must have the focus to compete at a high level and do well in the classroom. I think there is a stereotype that dumb jocks get pushed through school because of their ability on the field. While I’m sure this happens on occasion it is the exception not the rule. For example, I attended U of Arizona to play baseball, worked extremely hard to take advantage of my athletic ability to be able to pay for my education and get a Geological Engineering degree. After playing 6 years in the minor leagues with the Cubs and the Yankees I used my degree and worked for an Environmental Engineering company in Tucson. This put me in a good situation two years later when professional baseball came calling and offered me a job, I had the option to continue my work but was ready to get back into professional baseball as a scout. I planned and did not put all my eggs in one basket, so to speak, my life did not depend on me playing in the Major Leagues, it was definitely a dream but always made sure I had a backup. This is the way %70 of the population feels, as always there are some that can’t be convinced.

4. I said that there are local teams in Italy where people can practise sports. Is it the same in the USA or are there only school teams?

All kids start in school sports but by the time they reach high school they start to branch out to the best travel teams in the area that they can 1) afford 2) be good enough to play on, in some cases the high schools are the best option, in others it’s the travel teams, especially in the summer.

5. Can you practise every sport in each school or is every school specialized in a few sports? If a student wants to play baseball, can he decide to attend any universities or don’t some universities practise sports?

Life here in the USA is very mobile with kids and their parents traveling all over the country for work and for sporting events. Twenty years ago, it was common for kids to become 3 sport athletes, boys playing football, basketball and baseball in the HS year. Now it is more common for kids to play just two sports if they are athletic, some just specialize in just one sport and play it all year long. Kids usually attend universities based upon 1) area of study 2) sports teams 3) geographical location

6. Athletes, in Italy, who practise sports such as skiing, archery or fencing are paid by government teams. Each military corps has its own teams. For example, there are: Army teams, the Fiamme Oro Teams, which are police teams, or the Fiamme Gialle teams, which are financial guard teams. Is the system the same in the USA or can athletes support themselves financially?

We have Academies for Army, Navy and Air force and they have sports teams but the vast majority of athletes need to support themselves through help from their families, student loans, scholarships, the government also does low cost loans.

7. Are there minor leagues? Can a team relegate in a lower division or can it get a promotion to a higher division?

In football and basketball the best players go right to the top level of professional play, the NFL and the NBA. In baseball there are minor league teams because it takes so long to acquire the skill to play at the ML level, the other sports are more of a physical/athletic nature where their natural ability makes them great. Pro teams make a lot of money here and it is very competitive, on occasion the owners don’t run the teams well, they play poorly, attendance goes down but in a capitalistic world there are always suitors available to buy these teams to try to make them better, so they can make some money.

8. Can a player be sent on loan to another team?

Yes, but it does not happen often, more likely is a player will get traded to another team so that both get the same benefits. We now have laws here that teams can’t keep a player from playing on one of their competitors teams if that player is not playing, after a certain amount of time that player is free to play with whomever he wants.

 

Tommaso Cagnoni, 2clB

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