27° meeting delle redazioni di istituto: “Scrivere…di che?”

Gli scatti dei momenti salienti dell’incontro

Fotografie di Anna Marini

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Un tuffo negli anni 80…

Articolo di Agata Losi.

Decido di intervistare mia mamma, comodamente seduta sul divano di casa, riguardo la sua adolescenza.

Comincio l’intervista chiedendole come si svolgevano le sue giornate e quante ore dedicava allo studio. Lei, mi guarda e mi sorride e accavallando le gambe comincia a raccontare. Mi dice che le sue giornate non erano poi tanto diverse da quelle dei ragazzi moderni: anche lei si alzava molto presto alla mattina, prendeva il pullman e andava a scuola per cinque ore, anche al sabato. Al ritorno da scuola, dopo pranzo, iniziava a studiare e per la maggior parte delle volte lo studio si prolungava anche dopo cena. Quando non doveva studiare però di sera amava guardare i film in televisione.

Continuo chiedendole come si divertivano i ragazzi della loro età. Lei subito mi guarda e accompagna la sua risposta con una serie di risate… Mi racconta che in inverno molto spesso i ragazzi, nel suo piccolo paese, si ritrovavano nel campo da basket, situato vicino all’attuale piscina del paese, per giocare a pallavolo. In estate, invece, i ragazzi andavano tutti al fiume,  per prendere il sole e fare lunghe nuotate, ascoltando la musica dal Walkman.

Proseguo domandandole se a questo punto della sua vita, i suoi obbiettivi si sono realizzati. Lei subito mi guarda quasi imbarazzata e mi risponde con un enorme sorriso sulle labbra e gli occhi lucidi, forse a causa della domanda inaspettata… Mi dice che tutti i suoi obbiettivi e i suoi sogni si sono realizzati. Frequentare il liceo, laurearsi e avere una famiglia sono sempre stati i suoi più grandi sogni e fortunatamente tutti e tre si sono avverati. Mi spiega anche che tutti i lavori che da piccola sognava di praticare sono sempre stati secondari rispetto a quelli citati precedentemente.

 Come quarta domanda le chiedo qual è stato il primo mezzo tecnologico che ha utilizzato da adolescente. Lei sorridendomi e schiarendosi la voce mi racconta che il suo primo mezzo tecnologico è stato il Walkman, un antenato dell’attuale ipod e gesticolando con le mani mi spiega un po’ com’era fatto e come funzionava.

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Concludo l’intervista domandandole se si ricorda quali mode erano diffuse negli anni 80. Lei con una smorfia sul volto mi risponde che ai suoi tempi il termine “vegano” non esisteva, se mai era in uso il termine “vegetariano”, per le persone che volevano dimagrire. Poi, ridendo, aggiunge, che parlando di moda la prima cosa che le viene in mente sono i cosiddetti “paninari”, ovvero i ragazzi che indossavano jeans attillati, bomber e che si cotonavano i capelli.

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Essere 15enne negli anni 80

Articolo di Mattia Gandolfi, 1° Lg D

Ieri ho posto una serie di domande a mia madre riguardanti la sua adolescenza ed alcune mi hanno davvero stupito….

Com’ era la tua giornata tipo?

Mentre mi guarda, sorridendo, ripensa all’ adolescenza, facendo un tuffo all’ indietro con la mente e mi racconta la sua routine: sveglia alle 6 e poi a scuola in treno; tronata a casa mangiava  e, terminati i compiti, usciva con le amiche per andare al cinema o a fare shopping. Rientrava attorno alle 6, si lavava, cenava e dopo aver guardato la tv andava a letto.

Come vi divertivate?

Prima di rispondere mi fa nottare che i passatempi del tempo erano diversi da quelli odierni e che se volevi divertirti veramente bisognava uscire di casa. Ad esempio , lei , andava in discoteca alla domenica pomeriggio o al cinema, andavano a fare shopping o ascoltavano la musica

Come ti vedevi nel futuro?

Sorride e, rivivendo forse quel sogno in questo momento mi racconta della sua ambizione di diventare barman in un famoso locale newyorkese o su una nave da crociera. Barman la è diventata, il trasferimento rimane però (per ora?) un sogno

Qual è stato il primo mezzo tecnologico con cui sei entrata in contatto?

Ci pensa un po’su, guardando il mio smartphone nero appoggiato sul tavolo. Mi racconta del walkman, un lettore musicale e dei primi videogame che regalò a suo fratello. Mi racconta inoltre che, un’invenzione innovativa fu il telefono fisso con il tastierino invece che con la rotella. Per scrivere non c’erano i pc ma la macchina da scrivere o il fax.

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Un’adolescenza negli anni ottanta.

Articolo di Linda Anelli, 2° Lg A

Il sole splende – stranamente – sui tetti di Piacenza e, appena tornata a casa da scuola, decido di fare il compito che mi hanno assegnato per il giorno seguente: fare un’intervista. Non un compito facile, certo, soprattutto per chi la deve “subire”. Decido di intervistare mio padre, nonostante non sembri particolarmente in forma, ma so che non si tirerà indietro.

Prima domanda ed è subito euforia: “come era la tua giornata tipo, papà?” dico con fare quasi intimidatorio, classico degli giornalisti di testate giornalistiche di gossip. Il mio vecchio, seduto a gambe incrociate sul divano di casa, risponde di getto, senza riflettere un attimo. La sua giornata era divisa in due parti: la mattina, che si passava sempre a scuola, e il pomeriggio che, quando la campanella non lo richiamava sui banchi per il rientro pomeridiano, passava a studiare (poco) ma soprattutto si recava presso il mitico oratorio del Corpus Domini per una partitella a calcio insieme ai suoi amici.

Un silenzio sembra pervadere la stanza, ma fortunatamente la tv in sottofondo funge da radio e le canzoni hanno la meglio sul quasi imbarazzo creato. Finito di appuntare le ultime cose, parto con la seconda domanda, che riguarda l’impiego del tempo libero. Mentre cerca di sistemarsi meglio sul divano, pensa alla risposta, e dopo qualche istante dichiara che si recava alla società sportiva Libertas per giocare a calcio ma, come anche già citato in precedenza, i suoi svaghi erano concentrati soprattutto presso l’oratorio dove si giocava e si passava semplicemente del tempo insieme.

La terza domanda invece è questa: “quando eri adolescente, come ti vedevi nel futuro? Avevi qualche sogno nel cassetto? Si è realizzato?” dico. “A dir la verità non avevo molto tempo per pensare al futuro, sono andato a lavorare quando ho compiuto i 16 anni e da lì in poi non mi sono più fermato.” Cerco di andargli un po’ sotto, escogitando metodi per farmi dire qualcosa di più, perché non è possibile che un ragazzo di 16 anni non abbia sogni nel cassetto. Ancora una volta il silenzio si mette tra di noi, ma poi la sua voce decisa mi dice: “A dir la verità sì, avevo un sogno, diventare un calciatore, ma sapevo benissimo che era un’utopia: ero convinto che non sarei mai diventato uno dei signori del calcio che si vedono al giorno d’oggi in tv”. So benissimo che non mi dirà mai tutta la verità, perché forse di qualche sogno aveva vergogna; proprio per questo motivo gli ricordo del suo sogno nel cassetto che amo, fare il giornalista sportivo. “Ah, beh, sì, un altro sogno era diventare un giornalista sportivo, così avrei unito due mie passioni: lo sport e la scrittura”.

A riportarci alla realtà è mia madre questa volta, che entra di volata dalla porta di casa per portare la spesa in frigo. Passo così alla quarta ed ultima domanda: “Qual è stato il primo oggetto elettronico che hai usato?”. “Indubbiamente la televisione, e poi logicamente la radio”, mi dice mio padre. “E poi mi ero affezionato moltissimo a un videogioco sul calcio, di cui non ricordo il nome però; era molto innovativo per l’epoca: luci e suonerie molto all’avanguardia” prosegue sorridendomi. Continua spiegandomi che non era più grande del suo portafoglio, che nel frattempo mi mostra orgoglioso come se fosse veramente quel game boy, ma che adorava comunque.

Una voce dalla cucina chiama il nome di mio padre: è ora di andare ad aiutare la donna di casa a mettere a posto la spesa.

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Gli anni 80 di mio padre

Articolo di Giacomo Debè, 1°Sc A.

Finita la cena, chiedo a mio padre se è disponibile a rispondere ad alcune domande sulla sua adolescenza. Fin da subito, mi dimostra tutta il suo interesse e la sua curiosità sulle domande, nonostante avesse appena terminato una dura e faticosa giornata di lavoro. Dopo aver ricevuto la sua attenzione, decidiamo di sederci comodi sul divano così da essere sia concentrati che rilassati. Inizialmente gli chiedo come fosse organizzata la sua giornata tipica. Dopo qualche secondo, mi risponde dicendomi che le sue giornate generalmente non erano molto diverse da quelle dei giovani d’oggi: iniziavano con la solita mattinata scolastica dalle 8.30 alle 13.30, per poi proseguire con l’arrivo a casa e il pranzo. Nel pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, usciva con gli amici oppure si risposava a casa.

 Un paio di minuti di pausa per riordinare i concetti nel cervello, e per tentare di ottenere nuovamente la sua attenzione, e si continua. Chiedo come fossero i loro divertimenti e i loro svaghi. Mi risponde con parte della prima risposta, cioè le uscite con gli amici, aggiungendo anche i calcetti della domenica e le escursioni in bicicletta nelle campagne vicine. Proseguì, con fare molto concentrato ed eccitato, raccontando di un altro suo passatempo: andare con gli amici al bar a giocare ai videogames, specialmente di inverno o quando il tempo non era dei migliori. I più amati e famosi videogiochi di quel periodo erano PacMan e Space Invaders.

Sicuramente la domanda che lo incuriosisce maggiormente è quella sui sogni/obiettivi da 15enne, legata alla tipica domanda: “COME TI VEDI DA GRANDE?”. La sua risposta è immediata e molto chiara; infatti in adolescenza ormai non immaginava neanche lontanamente di poter realizzare i sogni maturati anni prima, diventare astronauta, pilota di formula 1 o cose del genere, bensì la sua aspirazione era molta più concreta, cioè diventare geometra. Inoltre mi dice, con aria malinconica e nostalgica, che in realtà il suo obiettivo da bambino era anche intraprendere una importante carriera politica.

Successivamente, decido di “cogliere l’attimo” e approfittare del momento felice e pieno di ricordi, per porgergli la domanda successiva, cioè quale fu il primo mezzo tecnologico utilizzato in adolescenza. Mi risponde che fu il computer portatile la prima vera forma di tecnologia che usò.

Conclusa l’intervista, mi sorprende ringraziandomi del bel momento passato insieme, in cui è riuscito a “tuffarsi” nel passato e nei ricordi, per poi stendersi stremato sulla sua poltrona per riposare.

 

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#tbt negli anni 80 grazie alla mamma

Articolo di Eleonora Colombi, 4°Lg E.

È seduta sul divano ed appare incuriosita ed impaziente alle domande.

“La tua giornata tipo?”, chiedo.

“Andavo a scuola, tornavo e pranzavo. Dopo avevo un paio d’ore che dedicavo allo studio. Tutti i giorni andavo in palestra per un’oretta. Al ritorno cenavo, ripassavo e andavo a letto presto poiché alla mattina la sveglia suonava all’alba.”

Alla prima domanda risponde con molta sicurezza dimostrandosi anche una persona solare. Per la seconda domanda necessita, invece, qualche secondo per riordinare le idee.

Il sabato e la domenica erano i giorni dove riusciva a dedicare maggior tempo alle amiche. Racconta che il sabato sera organizzavo sempre qualcosa: pizza, cinema, serata al bar… La domenica, invece, lei e le amiche s’incontravano magari verso il tardo pomeriggio per bere una cioccolata calda o un the. L’estate, al contrario, era sinonimo di libertà: non avendo impegni scolastici, era più facile incontrarsi più spesso con le amiche e di frequente andavano anche in piscina.

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Il focus adesso cambia un po’: adolescenza e futuro con collegamenti al presente. Anche a questo cambiamento appare incuriosita, ma alla domanda inizia a giochicchiare con un becco per capelli… Sarà un modo per concentrarsi meglio ed allontanare l’ansia?

“Hai raggiunto i tuoi obbiettivi?”, chiedo.

“In parte… In seconda superiore mi sono accorta di aver intrapreso uno studio -tecnico commerciale- non adatto a me. Volevo cambiare ed iniziare le scienze infermieristiche, ma un esame di riparazione a settembre non me l’ha consentito. In terza sono stata promossa e vedendomi davanti un percorso di studio ormai completato, ho preferito non abbandonare. Completati gli studi superiori, mi sono avvicinata all’ambiente del sociale: ho frequentato il corso per diventare O.S.S. ed ora lavoro come tale.”

La quarta domanda è qualcosa di un po’ ostico: inizialmente non riesce a trovare una risposta… a contatto con la TV e telefono è entrata fin da piccola, mentre il cellulare lo ha ricevuto come regalo nei primi anni duemila. Tuttavia, riflettendo bene risponde che i primi oggetti tecnologici della sua adolescenza furono lo stereo e il walkman.

Dopo la reazione alla domanda precedente, decido di buttarla sul ridere con un’ultima domanda e le chiedo: “Le mode alimentare… Veganismo e olio di palma?”. Questa domanda ha l’effetto desiderato: riesce a spezzare il clima “teso” precedente.
Ridendo risponde:

“Queste mode non esistevano, tuttavia si diceva che un’alimentazione ricca di frutta e verdura era importante, ma la carne almeno una volta a settima si mangiava. L’olio di palma, invece, forse non compariva nemmeno sulle etichette…”.

P.S.: Avete capito il titolo?

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Un tuffo nel passato

Articolo di Emilia Guardascione, 1°Sc Bacuto-emilia

Mia madre è seduta al tavolo, mentre sorseggia il suo caffè pomeridiano. Approfitto di questo momento per porle alcune domande. Le chiedo come fosse la sua tipica giornata ai quindici anni e lei risponde dopo vari secondi, forse perché assolta dai suoi pensieri. “Ho frequentato un istituto commerciale che raggiungevo in compagnia della mia amica d’infanzia Tonia. Abitando in città erano necessari pochi minuti di pullman per andare a scuola. Tornata a casa dalle lezioni aiutavo mia madre in alcune faccende domestiche e successivamente tornavo a studiare, ma quando non avevo impegni uscivo con le mie amiche a fare una passeggiata”.

Mia madre è seduta al tavolo, mentre sorseggia il suo caffè pomeridiano. Approfitto di questo    momento per porle alcune domande. Le chiedo come fosse la sua tipica giornata ai quindici anni e lei risponde dopo vari secondi, forse perché assolta dai suoi pensieri. “Ho frequentato un istituto commerciale che raggiungevo in compagnia della mia amica d’infanzia Tonia. Abitando in città erano necessari pochi minuti di pullman per andare a scuola. Tornata a casa dalle lezioni aiutavo mia madre in alcune faccende domestiche e successivamente tornavo a studiare, ma quando non avevo impegni uscivo con le mie amiche a fare una passeggiata”. “Come ti divertivi a quel tempo? Uscivi il sabato sera?”. La donna mi guarda e fa una piccola risata e scuote la testa, assumendo subito dopo un’aria seria, come se fosse pronta a raccontare di quanto era una ragazza modello. “Di solito uscivo la domenica sera assieme alla comunità della mia parrocchia, ma qualche sabato ho trasgredito le regole e sono andata in discoteca. Modi più semplici in cui mi divertivo erano semplicemente fare shopping e andare al cinema con le mie amiche”. Mi guarda come per farmi proseguire con le domande, come al solito va molto di fretta. Mi sorride con fare strano quando le chiedo se a quel tempo si sarebbe immaginata così come ora e se ha raggiunto i suoi obbiettivi. “Il mio lavoro è perfettamente affine agli studi che ho svolto, ma ho un unico rimpianto: quello di non essermi laureata in medicina. Se potessi tornar indietro realizzerei il mio sogno e indosserei il camice bianco che ho sempre desiderato”. “Quale fu il primo mezzo tecnologico che hai usato?”. Al pronunciare quella frase mia madre alza gli occhi al cielo e scrolla le spalle, come se si aspettasse questa domanda. “La tv a colori fu la prima vera e propria innovazione che avvenne in casa, nonché il primo oggetto tecnologico che imparai ad usare”. Risponde quasi annoiata dalla domanda, così passo alla successiva. “Cosa mi puoi dire sul veganismo e l’olio di palma? Ne sentivi parlare?”. Mi guarda come se la risposta fosse ovvia. Si sistema meglio sulla sedia e posa la tazzina di caffè ormai vuota sul tavolo. “Certo che no, molto raramente sentivo parlare dell’essere vegani e quant’altro. Ricordo di una mia amica che studiava macrobiologia ed era vegetariana. Era vista come pazza da tutta la mia compagnia e spesso si diceva che queste scelte alimentari non erano per nulla sane e che non c’era gusto a privarsi della carne o di altri cibi”. Poso il foglio e la penna sul tavolo, mentre lei si alza e sospirando torna a fare ciò che aveva interrotto poco prima.

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Confronto tra due generazioni

Articolo di Lucrezia Galli, 2 Lg.A

Sasà, com’era la tua tipica giornata quando avevi 15 anni?

È così che inizia l’intervista rivolta al mio allenatore di atletica di soli 21 anni, Salvatore (detto più semplicemente Sasà) , che si è dimostrato via via sempre più interessato e disposto a rispondere alle mie domande.

-La mia giornata era organizzata non diversamente dai 15enni di oggi- , inizia a spiegarmi Sasà sbuffando e, inizialmente, con disinteresse per la domanda appena posta. -Era la solita routine quotidiana: mi svegliavo, andavo a scuola, tornavo e subito volavo al campo per allenarmi; poi, una volta tornato a casa, cenavo e mi buttavo sui libri fino a tardi.- E così era tutti i giorni, senza mai fermarsi un attimo, continua Sasà, seduto su una panchina e con sguardo assente, scrutando tra i suoi ricordi che, seppur vicini nel tempo, sono pur sempre passati. Poi mi guarda, curioso di sentire le altre domande; si alza e, mentre inizia a sistemare gli ostacoli, io gli chiedo se alla mia età aveva già un’idea, un’immagine di come sarebbe stato lui nel futuro. Sasà, sentendo la domanda si ferma, appoggia l’ostacolo che aveva in mano, si gira verso di me e, accennando il primo sorriso della conversazione, mi parla della sua ambizione. Mi dice -Avevo già le idee molto chiare. Mi vedevo come proprietario di una palestra di riabilitazione o di un centro polisportivo. Ambivo a concentrare il mio futuro nello sport.-

-Quindi era questo il tuo sogno?- gli chiedo io –E hai ancora intenzione di realizzarlo?-

Subito vedo accendersi un bagliore nei suoi occhi, il sorriso si allarga. -Sì, è questo il mio sogno, quello che potremmo considerare l’obbiettivo della mia vita- , riprende lui, spiegandomi che ora sta seguendo studi universitari che spera lo porteranno a realizzare il sogno nel cassetto che coltiva da anni. -Sono partito dal basso, allenando il mio piccolo gruppo di ragazzi e, piano piano, vorrei arrivare sempre più in alto fino a raggiungere la vetta del mio obiettivo.-

Finisce di sistemare gli ostacoli, mentre mi parla, poi si avvia verso la sua solita panchina e io lo seguo.

-E com’è allenare i ragazzi della mia età? Cosa pensi della mia generazione?-

Per quanto ti possa sembrare strano detto da un 21enne, Lu, c’è un profondo abisso tra la mia e la tua generazione- , spiega Sasà, assumendo un’aria molto interessata all’argomento. Mi dice che nota una particolare mancanza nella nostra generazione dal punto di vista emotivo-relazionale. -La tecnologia, i cellulari, i social- , continua lui, serio e convinto, – vi hanno reso incapaci di relazionarvi nel mondo reale, di provare vere emozioni, di avere il coraggio di conoscere dal vivo una persona a cui si è interessati, e non, per esempio, su Whatsapp con un messaggino “Hey! Mi hanno dato il tuo numero, mandami una foto e conosciamoci!” –

La sua generazione, va avanti Sasà guardandomi dritto negli occhi, non è propriamente nativa-digitale, ma è stata la generazione di passaggio e quindi, alla nostra età, loro non erano così attaccati alla tecnologia o ai cellulari, come se fosse una questione di vita o di morte.

-E allora, qual è stato il tuo primo approccio con la tecnologia? –

-Beh- mi dice,- il primo mezzo tecnologico che ho usato è stato un pc con su Windows 95 e lo usavo solo per giocare a un giochino di Robin Hood.- Poi ridendo, mi spiega com’era fatto il computer quand’era piccolo, perché era molto diverso da quello che abbiamo oggi, sia per le prestazioni che per il design. Me lo descrive come uno scatolone enorme, e anche un po’ bruttino rispetto a quelli super evoluti che abbiamo noi oggi, ma a lui sembrava magico e spettacolare, proprio perché non era un oggetto scontato e di uso quotidiano che avevano tutti i bambini, come invece lo è ora.

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