DIALOGHI SULLA GIUSTIZIA intervista a Fiammetta Borsellino e Manlio Milani

In data 7 novembre circa 200 studenti del nostro liceo si sono recati al Campus Agricòle per assistere alla conferenza chiamata “Dialoghi sulla Giustizia”, organizzata dall’associazione Verso Itaca, rappresentata dalla giornalista Carla Chiappini.
Manlio Milani, presidente dell’associazione Vittime della strage di Piazza della Loggia, e Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, sono stati i due relatori principali. A seguire Ornella Favero, direttrice della testata Ristretti Orizzonti del carcere di Padova e Antonella Liotti, referente di Libera Piacenza.
Dialogo: questo è stato il principale tema affrontato dai relatori, e lo scoppio di una bomba ciò che li accomuna.
Per Manlio, la bomba scoppiata a Brescia il 28 maggio 1974, ha portato alla morte della moglie: trauma che lo ha segnato per tutto il resto della sua vita, ma che lo ha anche fatto riflettere su quanto successo.
La strage di Piazza della Loggia, ha affermato egli stesso, ha coinvolto vittime che consapevolmente decisero di aderire ad uno sciopero: per questo sono definiti “caduti consapevoli”, proprio perché consciamente decisero di recarsi in piazza. Secondo Milani, questo fatto esprime una straordinaria solidarietà umana proprio perché l’intento della bomba era di colpire l’unità e la convivenza civile, che però non sono venute a mancare.
Milani si è dunque ricollegato al tema della cittadinanza, sottolineando quanto sia importante che il cittadino assuma le proprie responsabilità nel rispetto della società e delle sue regole: in questa affermazione si ritrova perfettamente la Borsellino, che elogia il padre in quanto morto per la sua perseveranza nel difendere lo Stato.
Fiammetta sottolinea inizialmente che il rischio che si corre quando ci si trova a dover affrontare fatti così pesanti, è di rimanere bloccati nella tragedia privandosi dell’amore per la vita necessario per andare avanti… l’importanza dell’andare avanti: sostiene che staccarsi (non disinteressarsi) dalla vicenda più di 25 anni fa, le ha permesso di crescere e continuare a costruirsi una vita, in modo da poter intervenire oggi con lucidità ed equilibrio.
Intervenire attraverso il dialogo, ripete più volte Fiammetta, è importante per non trovarsi un muro davanti. Incontrando i presunti autori dell’omicidio del padre e della sua scorta, i fratelli Graviano, lei stessa ha tentato e tenta tutt’ora di instaurare un rapporto di dialogo, perché solo così si può arrivare alla verità.
Inoltre si sofferma sull’importanza di non rendere l’accaduto un semplice ricordo ma una vera e propria testimonianza di vita, al fine di trasformarlo in memoria pubblica di un popolo che veda da un lato l’assunzione di responsabilità e dall’altro la visione e l’analisi razionale di ciò che succede.
Dopo 25 anni si è scoperto che era stato imbastito un processo in cui un falso pentito parlava secondo il volere di terze persone. Per questo ammette anche che è fondamentale parlare non mossi dal dolore ma sulla base di prove certe, per non fermarsi ad una “visione superficiale” in questa continua ricerca della verità.
Si muore quando si è soli; questa, un’altra frase emblematica che Fiammetta ha tenuto a precisare nel corso della conferenza: “mio padre -afferma la figlia- è morto perché le istituzioni lo hanno abbandonato, hanno lasciato che affrontasse questa battaglia in gran parte da solo, senza aiuti; ciò nonostante, Paolo non ha mai smesso di credere nelle istituzioni perché se si smette di avere fiducia nel lavoro che esse possono compiere, si può essere certi che non ci sarà mai nessun cambiamento, nessun miglioramento della società in cui tutti noi viviamo.
Milani continua dicendo che l’esigenza di una vittima è la domanda di giustizia che risponde ad alcuni bisogni: prima di tutto quello personale, cioè sapere che la violenza subita non è rimasta impunita, e da qui quello della necessità di non essere abbandonati. La vittima deve poter capire i processi che hanno portato il colpevole ad agire. La violenza ci interroga continuamente e la vittima deve avere la forza di guardare in faccia il colpevole e di continuare nella ricerca della verità. In questo caso il segreto, la mancanza di conoscenza, è il più grave torto che una vittima possa ricevere.
Anche Manlio, come Fiammetta, ribadisce l’efficacia del dialogo: spiega che occorre essere predisposti ad ascoltare e partire dal presupposto che la persona con cui si sta dialogando sia sincera in quanto si assume la responsabilità delle proprie scelte. Anche il dolore diventa così un elemento di confronto che permette di cogliere l’umanità di colui con cui si sta dialogando.
Entrambi comunque, concordano nell’affermare che un colpevole non può morire con dignità senza prima aver chiesto perdono per tutte le sofferenze causate.
Secondo Ornella, ricerca della verità significa accettare che anche i colpevoli sono umani, e come tutti gli umani sbagliano e hanno sbagliato; questo non significa giustificare, ma cercare di capire cosa può aver spinto una persona a fare del male. È necessario lavorare per permettere alla persona di diventare consapevole del male fatto. Bisogna quindi occuparsi del cambiamento di queste persone cercando l’umanità nascosta dentro di loro e soprattutto non lasciandole sole in questa ricerca.
Domande:

-Per entrambi è importante il saper chiedere perdono, cosa ne pensate del perdonare?

MANLIO e FIAMMETTA: “Non credo nel perdono perché penso che non permetta né di vivere meglio né di arrivare alla verità; non si può perdonare in nome di chi non c’è più perché non potendo sapere cosa quella persona avrebbe voluto, sarebbe come commettere l’ennesima ingiustizia nei suoi confronti. Il perdono non serve, si può solo capire e accettare…”

-Dopo così tanti anni non vi chiedete mai se valga la pena questa continua ricerca della verità? Non pensate mai di smettere? Perché? Cosa vi spinge a proseguire in questa ricerca?

FIAMMETTA: “Quando qualcosa ti tocca così nelle viscere, quando perdi un genitore, un figlio, un fratello, è innaturale parlare di stanchezza, smettere di cercare la verità, gettare la spugna; è ovvio che è faticoso, che quando fai delle domande e non ricevi risposta, e quindi combatti senza ottenere risultati è molto frustrante: ci sono momenti di grande sconforto; ma questo non è un motivo che fino ad oggi mi ha mai impedito di proseguire. Questa lotta per la verità non si fa per sé stessi, si fa per gli altri, per i miei figli e per i vostri figli; quindi anche se io non vedrò i frutti del mio lavoro, o come diceva sempre mio padre, anche se io non respirerò il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo dell’omertà e del compromesso mafioso, probabilmente lo vedranno le generazioni future; per questo anche se spesso non si vedono i risultati nell’immediato credo che non si debba mai smettere di lottare; la stessa cosa vale per la verità: la ricerca, il lavoro, si fa perché ne godranno i nostri figli, perché io credo che un paese che vive costantemente nella menzogna è un paese che non può avere un futuro.”

MANLIO: “Non si finisce mai di ricercare la verità, né sul piano giudiziario né sul piano storico, ma io credo che sia fondamentale avere l’idea del poter partecipare, perché le istituzioni sono gli strumenti che devono essere messi a disposizione per questo scopo; ecco perché a distanza di anni continuo in questa ricerca, credo nelle istituzioni e nella partecipazione di ognuno.
-Dopo tutto quello che è successo cosa vi spinge a fidarvi ancora delle istituzioni?

FIAMMETTA: “Mio padre era un uomo di Stato, un uomo che ha lottato perché credeva nello Stato, e io credo che l’unica vera eredità morale che ci ha lasciato è questa fiducia nello Stato. La mafia ha prosperato perché si contrapponeva allo Stato, perché ci ha sempre illuso di poterci dare delle cose che è lo Stato a doverci dare: il lavoro, la bellezza, la casa, non è il mafioso che te le dà, anche se te lo fa credere. Io credo che se ci sono delle mele marce all’interno dello Stato, quelle si possono individuare e si possono eliminare; e infatti se oggi siamo arrivati a dei risultati è perché all’interno dello Stato ci sono delle parti sane che svolgono il loro lavoro e lo svolgono con onestà.”

MANLIO: “Io mi sono formato attorno all’idea del valore delle istituzioni, guardandole anche come un luogo in cui finalmente un determinato pensiero poteva entrare; ma il loro valore è inteso come strumento che regola la vita sociale di una comunità, entro la quale ci dobbiamo identificare (secondo me è un traguardo della democrazia). Le istituzioni devono facilitare la trasparenza ma soprattutto la partecipazione, perché è questo l’elemento fondamentale; partecipare non è scontato: anche il voto, che è importante, deve essere il momento in cui scelgo attraverso un percorso che ho fatto prima e non ci può essere la dittatura della maggioranza. Le istituzioni devono favorire la formazione e la formazione dei processi di responsabilizzazione. Per questo io credo di avere ancora fiducia nelle istituzioni, anche se è evidente che di questi tempi la loro autonomia è messa molto in discussione e dall’altro lato c’è sempre di più una domanda di delega che può portare a mettere in discussione la convivenza civile. Dobbiamo imparare ad assumerci la responsabilità di partecipare per riscoprire pienamente il valore delle istituzioni, che sono fondamentali in un processo democratico.”

Matilde Carassai e Alice Gogni, 3^ CLA; (Si ringrazia Marta Marazzi per il contributo)

Annunci

Commenti disabilitati su DIALOGHI SULLA GIUSTIZIA intervista a Fiammetta Borsellino e Manlio Milani

Archiviato in Vita di scuola

OMNIA VINCIT VERITAS Triste storia di una necessità

Grande (s)fortuna del nostro tempo, tocca dirlo, è la libertà di parola. Siamo costantemente in balia di chi le opinioni le fa scivolare fuori dalla bocca come l’aria i condizionatori; cicloni di baggianate, tormente di idiozie e nubi di ignoranza – del resto, la ragione la si ottiene più per furbizia che per intelletto -: questo è il clima in cui ogni giorno siamo chiamati a cercare la verità. I tempi non incoraggiano molto; da un lato non siamo più positivisti con tante sicurezze alle spalle ed un capolinea davanti, dall’altro siamo un po’ assuefatti a chi confeziona per noi certezze assolute che ci ipnotizzano in pubblicità, marchi e mode. Tempo difficile ma con un gran potenziale per i pensatori: l’incertezza, la polifonia e la vicinanza comunicativa di chi un cervello lo usa – pensiamo, quand’è stata l’ultima volta che abbiamo attivato il nostro? – danno spazio a maggiore confronto; e senza giocare a fare Aristotele, la rete è un’ottima base per la tolleranza ed il dialogo – non a caso l’hanno inventata al Cern, dove il QI medio è certamente superiore rispetto a quello della popolazione americana -. Possiamo anche chiederci: Quanto vale pensare? Quanta felicità sono disposto a mettere in pegno per ottenere la verità? Quale fine? Speriamo che le esili parole di questo articoletto possano aiutarci a rispondere.
I – Giornalismo ed iperrealtà
Ci sarà un perché dietro al fatto che i media siano anche mass, e ora andiamo a screditare quella consapevolezza rispetto alla realtà che crediamo di avere quando leggiamo un articolo o quando guardiamo il telegiornale. Tra le tante teorie in merito, proponiamo quella di Jean Baudrillard, filosofo francese della seconda metà del novecento che indaga il rapporto uomo-media-realtà nel suo saggio “Simulacres et Simulation”: egli afferma, riguardo alla televisione, che essa definisce il nostro mondo attraverso il potere delle immagini, che, tuttavia, non necessariamente riproducono la realtà. Ci troviamo quindi in condizione di iperrealtà, percepiamo ciò che ci circonda in modo corrotto, galleggiamo in un mare di simulacri. Oltre a ciò che dice Baudrillard aggiungiamo due esempi: duecento anni fa le possibilità di uscire di casa per un viaggio e scomparire oltre l’orizzonte – causa malviventi, rapine e chi più ne ha, più ne metta – erano nettamente più elevate ma, generalmente, si viveva “felicemente” e con più ignoranza resto – non che le due cose non vadano di pari passo, anche Goethe non era di ottimo umore prima di iniziare il suo “Viaggio in Italia” -. Oggi invece siamo, da un canto assuefatti alle continue notizie straordinarie che affollano le prime pagine dei quotidiani, cosicché sicuramente uscito di casa cadrò nelle grinfie di qualche malintenzionato che mi sventrerà per poi rivendere gli organi o di qualche straniero – e chi è il vero straniero? – che mi borseggerà non appena girato l’angolo; analogamente si parla delle quarantatré vittime del crollo del ponte Morandi ma non si parla della riduzione di incidenti stradali al venti per cento negli anni di concessione ad Autostrade per l’Italia. Dall’altro canto siamo come Bip-bip che continua imperterrito la sua vita senza che Willy il Coiote riesca mai a scalfirlo, così pericoli da cui dovremmo essere terrorizzati – il nucleare, la sovrappopolazione ecc., per restare in tema cospirazione – ci passano accanto senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Spesso vittime più di noi stessi che della realtà.

II – Dove la ragione può ancora fare luce
Tralasciando le nostre strade accecanti per le insegne luminose, abbiamo parlato con chi il peso della verità lo avverte, chi ne sente la necessità. Valère ha studiato presso la facoltà di agraria di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ora vive e lavora in Congo, suo fratello Anselme invece si trova in Italia e si impegna per la divulgazione della situazione socio-politica in Congo. In merito a ciò di cui stiamo per parlare si trova qualche articoletto ne “La Repubblica”, “L’Avvenire” e perlopiù giornali specializzati sul Continente Nero; indubbiamente però permane un alone di disinformazione che nel nostro piccolo, tentiamo – almeno in parte -, di colmare. La Repubblica Democratica del Congo si trova in centro-Afrrica, ha un’estensione pari a sette volte quella Italiana ed è caratterizzata dall’alta quantità di etnie (453) e religioni presenti, la cui maggioranza è costituita da quella cristiana. Sul fronte politico, la Repubblica sta vivendo periodi travagliati. Il presidente Joseph Kabila, pur avendo terminato il suo mandato nel 2016, dopo dieci anni al potere, non è ancora sceso dal trono imperiale. Gli viene anche concessa una proroga di un anno per organizzare le nuove elezioni ma, alla fine dei conti, nulla di fatto. Per combattere questa situazione è stato costituito il Comitato Laico di Coordinamento, che nel dicembre 2017 organizza una manifestazione pacifista, chiedendo di armarsi di “rosario, bibbia e un ramo di palma”, si sfocia ciònonostante nella repressione armata, con la polizia che uccide dieci manifestanti ed arresta suore e preti. Il cardinale Mosengwo Passinya, allora vescovo di Kinshasa, dice in merito: “il congolese vive nel proporio paese come se fosse in carcere a cielo aperto”; “Lo scopo è quello di creare disordini, sia per occupare spazi degli autoctoni, sia per sfruttare ricchezze. […] E questo è alimentato dai paesi limitrofi purtroppo con la complicità dei congolesi stessi con la passività del le autorità congolesi, che invece dovrebbero proteggere la popolazione”, “Di fronte alle intenzioni macabre del mondo delle multinazionali che lavora senza tenere conto delle aspirazioni della gente, ci sono degli appelli che si fanno alla comunità Internazionale per fermare questo spiraglio di violenza in modo che il Congo possa funzionare come tutti i paesi democratici. Perché la gente possa eleggere i dirigenti che vuole.” Dice invece Valère. La Repubblica congolese è uno stato con ricchi giacimenti minerari – in particolare coltan e rame – e “tutti abbiamo un pezzo di Congo nel nostro quotidiano, che sia con cellulari, PC, tablet, auto”. Il popolo vive sottoposto ad un continuo sfruttamento dovuto al reperimento di queste risorse , che è costato la vita a dodici milioni di persone dal 1998, tanto che anche l’Onu ha mandato un contingente in “missione di pace”: “Tutta la comunità internazionale è presente dentro a questa nazione sotto due forme: militare “regolare” (ossia i 22 mila caschi blu dell’ONU che facilitano l’accaparramento delle risorse tramite le multinazionali occidentali) e mercenari (prevalentemente africani- ruandesi, burundesi, ecc. i quali fanno il lavoro sporco, ossia uccisioni, stupri, caccia agli autoctoni).”, “. A cosa serve tutta una popolazione o esercito di più di 5 mila uomini Caschi Blu in Congo? Forse per tutelare gli interessi delle multinazionali delle rispettive nazioni di appartenenza? In ogni caso, sia il risultato sia lo stato in cui versa il paese è sicuro che l’ONU non è in Congo per i congolesi” dicono i due fratelli. “Il silenzio (oltre alla paura) è la benzina per la macchina messa in moto dalle potenze unite per impossessarsi del Congo decimando i congolesi. La lotta instaurata dalla società civile del Congo continuerà fino alla fine, qualsiasi essa sia”, tocca dire che noi ne siamo complici e testimoni. In una simile miseria si riconosce però un barlume di speranza: “La Chiesa cattolica, che rappresenta 40 % della popolazione, è per questo una speranza e una grande forza per il ristabilimento della pace, della giustizia e del benessere della gente”; “Papà Francesco richiama molte volte quello che succede in Congo”.
III – Cosa ci resta da fare?
Possiamo procedere imperterriti sulla nostra strada, retta, lasciandoci scivolare accanto gli emisferi i poli negativi della realtà, condannandoci così ad una inebetente felicità; possiamo evitare di guardare, voltare la testa e scappare dai si e dai no. Possiamo anche, però, porgere le terga all’ignava omertà – perché siamo più colpevoli quando non facciamo nulla che quando facciamo un che di sbagliato – e porci a resistenza, come voce fuori dal coro, cantando la verità. Ne abbiamo il diritto, ma anche il dovere.

“Finché esisterà, per opera di leggi e di costumi, una dannazione sociale che in piena civiltà crea artificialmente degli inferni e inquina di fatalità umana il destino, ch’è cosa divina; finché non saranno risolti i tre problemi del secolo, la degradazione dell’uomo nel proletariato, la decadenza della donna nella fame, l’atrofia dell’infanzia nelle tenebre; finché in talune regioni, sarà possibile l’asfissia sociale; in altri termini, e da un punto di vista ancora più vasto, finché ci saranno sulla terra ignoranza e miseria, libri della natura di questo potranno non essere inutili.”
V. Hugo, Premessa a “I Miserabili”, 1862

Daniele Ferrari, 3scA

Commenti disabilitati su OMNIA VINCIT VERITAS Triste storia di una necessità

Archiviato in Vita di scuola

Netflix e il culto delle serie tv

Netflix, colosso americano della distribuzione via internet di film, serie tv e documentari, con la sua ascesa, ha cambiato il panorama dell’intrattenimento.
La piattaforma nasce nel 1997 da un’idea di Reed Hastings e Mark Randolph. Pensata per il noleggio di dvd e videogiochi via internet spediti direttamente a casa, nel 2008 l’azienda fa partire un servizio streaming online on demand a pagamento, che diventerà poi l’attività principale della società. Nel 2010 si espande in altri Paesi e finanzia produzioni originali: la sua popolarità inizia a crescere senza arrestarsi. Infatti, Netflix continua ad imporsi come principale piattaforma per la visione di contenuti streaming, contando 125 milioni di utenti globali nel primo trimestre del 2018.
Il cambiamento più significativo verificatosi con l’ascesa della società è legato alla fruizione, alla produzione e al pubblico delle serie tv. “Serie tv” – abbreviazione di “serie televisiva” – è il termine che indica una narrazione caratterizzata dalla serialità, cioè dalla suddivisione in più parti, generalmente trasmesse in giorni diversi. Prima dell’avvento di Netflix, i programmi seriali erano seguiti principalmente in televisione e non era sempre possibile seguire ogni puntata. Inoltre, le produzioni straniere erano trasmesse con ampio ritardo in Italia rispetto alla messa in onda nel Paese di origine. Con la diffusione dello streaming online è diventato più semplice e immediato seguire una serie tv. Infatti, è possibile guardare un episodio in qualsiasi momento della giornata, in quanto sulla piattaforma è presente l’intera o parziale programmazione del ciclo seriale; talvolta, si ha l’opportunità di seguire un programma in concomitanza con il Paese di produzione. L’immediatezza della fruizione di serie tv ne ha incentivato la produzione. Oggi si tende a investire sempre di più nella creazione di contenuti originali; ad esempio, nel 2017 Netflix ha prodotto dieci serie originali, contro le cinque create nel 2015. Anche il pubblico è cambiato: se prima era costituito da un numero non molto ampio di persone, oggi comprende 125 milioni di persone di tutte le età. Lo spettatore si rapporta in modo di verso con la fruizione. La disponibilità tempestiva dei contenuti lo induce al binge watching, ovvero alla visione consecutiva di molti episodi.
Netflix ha riscontrato un successo così ampio che anche altre compagnie cercano di emulare questo fenomeno, proponendo al pubblico contenuti simili a quelli del colosso americano, come Amazon Prime e Infinity.
Dunque, dal lancio di Netflix, l’industria dell’intrattenimento continua a rinnovarsi e la produzione delle serie tv e la domanda degli utenti aumenta imperterrita, tanto che sembra opportuno parlare della diffuzione di un “culto” delle serie tv.

Anita Groppi, 4clB

Commenti disabilitati su Netflix e il culto delle serie tv

Archiviato in Attualità

Recensione: “La verità sul caso Harry Quebert”

Una piccola cittadina nel New Hampshire, un omicidio commesso più di trent’anni fa, uno scrittore e il suo insegnate, sembrano gli ingredienti perfetti per la serie TV del momento. E invece sono gli elementi caratterizzanti del libro “La verità sul caso Harry Quebert”, una storia che potrebbe essere stata accantonata da molti per il grande ammontare di pagine, ma che mi sento di consigliare a tutti coloro che sono alla ricerca di un thriller avvincente che vi terrà incollati fino all’ultimo capitolo.
Harry Quebert scrittore sessantacinquenne, vive ad Aurora, nel New Hampshire, dove si è trasferito in seguito alla pubblicazione di un romanzo di grande successo. Marcus Goldman è stato il suo allievo prediletto, ma dopo aver scalato le vette di tutte le classifiche con il suo primo romanzo, è vittima del blocco dello scrittore, la sindrome del foglio bianco. E la situazione non sembra migliorare sotto le continue pressioni del suo editore, sempre pronto a ricordargli la prossima scadenza entro la quale il secondo romanzo deve essere pronto. Marcus decide quindi di chiedere aiuto a quello che era stato, ed era tutt’ora il suo mentore: il grande Harry Quebert. Quest’ultimo gli consiglia di allontanarsi dagli sfarzi e dalla vita mondana newyorkese, a cui Marcus era diventato avvezzo nell’ultimo periodo, e di trasferirsi ad Aurora così che la cittadina, decisamente più tranquilla della grande mela, potesse aiutare lo scrittore a ritrovare l’ispirazione. Goldman segue il consiglio, ma subito capisce che Aurora è tutto tranne che una cittadina tranquilla. Riaffiora infatti un omicidio vecchio di trent’anni al quale non si era mai riusciti a dare un colpevole; nel giardino della grande “casa da scrittore” di Quebert viene infatti ritrovato il corpo di Nola Kellergan scomparsa una sera del 1975, trentatré anni prima rispetto all’epoca nella quale vengono narrati i fatti (ovvero nel 2008). Una serie di indizi rimanda senza ombra di dubbio a Quebert, ma Marcus Goldman non riesce ad accettare che il suo maestro abbia potuto fare del male ad una ragazzina di quindici anni. Inizierà quindi ad investigare portando alla luce tutti i segreti della piccola cittadina che erano stati abilmente sotterrati per tutti quegli anni.
La verità sul caso Harry Quebert non è solo un libro che vi farà entrare nel vivo della storia, che vi farà immergere così tanto nel profondo alle vicende da credere di aver conosciuto da sempre Nola, non solo vi farà affezionare ai personaggi, ma se come me siete anche solo un po’ affascinati della letteratura, grazie a questo libro potrete imparare molto di questo mondo.
La voce narrante è affidata a Marcus Goldman che ci descrive tutti i misteri di Aurora e ci fa entrare nel ruolo degli investigatori. Ho anche trovato particolarmente efficaci le varie lezioni donate da Quebert al suo allievo in un passaggio continuo fra presente e passato. Joël Dicker, l’autore, è estremamente abile nel rendere le numerose pagine scorrevoli e oltremodo avvincenti. Lo stesso autore aveva esposto durante un’intervista la sua volontà di rendere il libro “una serie TV da leggere”, e io posso affermare che abbia centrato in pieno il suo obiettivo. Inoltre, la sua bravura risiede nello scegliere di parlare di pochi personaggi, che però ci vengono abilmente descritti sotto il punto di vista psicologico.
Detto questo, riuscirà Marcus Goldman a scagionare il maestro dalle numerose accuse a suo carico? Come può collegarsi uno scrittore di fama con l’omicidio di una ragazzina di quindici anni? Quante bugie sono state dette ad Aurora? Lascio a voi il compito di scoprire la riposta a tutte queste domande attraverso la lettura de “La verità sul caso Harry Quebert”.

Marika Pettineo, 3linA

Commenti disabilitati su Recensione: “La verità sul caso Harry Quebert”

Archiviato in Recensioni

C’è chi l’amore lo da senza chiedere nulla in cambio

img-20181104-wa0026Era un pomeriggio cupo di aprile quando, camminando sulla ghiaia di una strada di campagna, sentii dei guaiti acuti provenienti da un luogo poco lontano.
Una vecchia cascina abbandonata faceva da sfondo alla mia vista, così decisi di entrarvici assieme a mia mamma per vedere cosa stesse succedendo.
Su di un pagliaio secco ed umido c’era una grossa cagnolona che tentava di riparare cinque cuccioli da poco nati dal vento leggero che si riusciva a percepire. Sembrava quasi chiedesse aiuto, così decidemmo di prendere i sei cuccioli e portarli al riparo, almeno fin quando non avrebbero trovato qualche sistemazione stabile ed un posticino caldo in cui restare.
Per qualche settimana casa mia sembrava molto più piccola del solito, mi ero ritrovata a condividere la camera con sei palle di pelo che crescevano giorno dopo giorno, vogliosi di giocare ed esser coccolati.
Inizialmente la situazione era difficile, in casa si respirava pura e costante tensione, ci siamo ritrovati catapultati, io e la mia famiglia, in una ‘nuova vita’ che mai ci saremmo aspettati di dover gestire.
Con il passare dei giorni le richieste di adozione iniziavano a venire a galla: tutti i cuccioli erano ormai stati adottati… tutti, tranne una.
È proprio su questa che vorrei soffermarmi.
Lei, che nell’istante in cui stava per andare via con una nuova famiglia l’ho istintivamente chiamata e l’ho vista correre verso di me e saltarmi addosso, lei che si è palesemente opposta all’adozione e che ad oggi è diventata la mia bionda, con un manto color miele e due nocciole al posto degli occhi.
Non è il mio cane.
Lei è il mio punto fermo in un mondo che si muove troppo veloce.
Quando tutti se ne vanno, lei è lì ferma ad aspettarmi, come ha fatto sin dall’inizio dei suoi giorni.
Mi aspetta quando, scendendo le scale, corre troppo avanti lasciandomi indietro; mi aspetta quando le dico di fermarsi sul ciglio della strada, mi aspetta quando vado in doccia, quando esco di casa, quando ho da fare.
Torno e la vedo lì, immobile, che mi sta aspettando, con quegli occhioni pieni d’anima con cui lei, e solo lei, sa confortarmi e farmi sentire amata nel modo migliore che esista.
Lei che mai una volta sì è scomposta davanti ad un altro cane ma che ogni volta che l’ho chiamata per le coccole non ha quasi avuto dignità.
Lei è colei che ringhia e si ingelosisce se qualcuno mi si avvicina più del dovuto, è la stessa che mi sveglia puntualmente alle sette del mattino saltando da un lato all’altro del letto o sdraiandosi sul mio petto, poggiando la testa sulla mia.
Lei è la certezza di non trovare mai casa vuota, è il profumo di una vita intera sentito tra le lenzuola, è il primo sorriso della giornata.
Ha uno sguardo che mi ha sempre detto le parole giuste dandomi la forza di andare avanti.
Lei s’accorge prima di me stessa quando sto male.
È colei che, quando gli altri mi hanno abbandonata nel vento, mi ha seguita nella tempesta.
Lei mi ha vista piangere e non dimenticherò mai quelle volte in cui le lacrime me le ha asciugate con il suo muso.
È l’antidoto migliore alla pochezza degli umani.
A volte mi fermo a pensare a come sarebbe stato se avessi ignorato il suo pianto in quel pomeriggio cupo di aprile e, puntualmente, arrivo alla conclusione che la mia vita non sarebbe stata la stessa.
Lei non è un semplice cane, è tutta la mia famiglia.

Sarah Petrolesi, 4scC

Commenti disabilitati su C’è chi l’amore lo da senza chiedere nulla in cambio

Archiviato in Riflessioni

L’Odissea della seconda vita

E’ difficile raccontare un’esperienza ai confini della realtà, che molti non possono nemmeno immaginare poiché mai vissuta e di cui altri ancora, pur avendola sperimentata, non hanno la possibilità di fornire testimonianza. Sono passati quasi due anni dal 27 febbraio del 2016 eppure non riesco a dimenticare il percorso compiuto prima del risveglio, viaggio al centro del subconscio, odissea della seconda vita. Nessuno conosce esattamente cosa senta il cervello di un paziente in coma, secondo alcuni la totale assenza, secondo altri solo impulsi, io credo che viva in una dimensione al confine tra cielo e terra, una sorta di limbo, un limite tra vita e morte o meglio tra vita e nuova vita. Negli anni le testimonianze dei pazienti hanno portato a comprendere meglio le caratteristiche del presunto luogo in cui essi vengono rilegati per tempi più o meno lunghi. Non si riesce a vedere il proprio corpo, forse perché è assente, materia incorporea, o forse perché non viene concepito il concetto fisico di essere umano. Ricordo un paesaggio desolato, tetro e buio in cui perdersi, ricoperto da fango, melma e salici piangenti. Ero da sola senza una metà, senza un motivo, senza una guida e non avevo memoria degli eventi recenti solo dei grandi episodi che avevano caratterizzato la mia vita. Non percepivo lo scorrere del tempo, nemico degli uomini, e non pensavo a passato, presente o futuro. Per una volta, disconnessa dal mondo che conoscevo, ero inconsciamente spensierata, come un giocoliere che si trova a sfidare il pericolo, pur rischiando di non fare più ritorno. Il mio viaggio fu relativamente breve, o almeno a me sembrò così. Dopo cinque giorni trascorsi a vagare per la terra afflitta e incolta, in cui ogni elemento sembrava ripetersi all’infinito secondo una sorta di trama, all’improvviso vidi di fronte a me una macchia che cresceva sempre più nell’oscurità e una luce abbagliante irruppe violentemente. Gli occhi a fatica si abituarono all’insistenza del bagliore e, aprendosi lentamente, ritrovarono il corpo abbandonato, pareti verdi pastello, un orologio fermo e riflessi di luce provenienti dal vetro della finestra, tutti elementi sconosciuti. Impiegai molto tempo a convincermi che non mi trovavo in un sogno e che in realtà avevo passato cinque giorni in coma. Spesso accadeva che mettessi alla prova le persone vicine, chiedendogli episodi personali fino a quando mi resi conto che probabilmente questa era la realtà e dovevo accettarla. Ogni giorno procedeva in modo insaziabile fino a consumarsi per lasciare spazio al seguente che scorreva uguale. Non mi capitava spesso di pensare al futuro forse perché non riuscivo ad avere ancora coscienza della realtà o forse perché ero ferma, proprio come l’orologio, alla sera del 27 febbraio. Dopo mesi di presa di coscienza, dolorosa ma decisiva, iniziai a maturare “la determinazione di non estinguersi”, di non arrendersi all’inevitabile ma di combattere non più per la sopravvivenza ma per la vita. Così, quando tutto sembrava irrecuperabile, fiorì una forza interiore capace di vincere le difficoltà e spingere ciascuno a realizzare l’impossibile: la speranza. Si fece strada tra i mali portati dalla cieca sorte, come uscita dal vaso di Pandora e in breve trasformò il deserto di sciagure e dolori in un giardino di rose.

Sofia Granelli, 5clC

Commenti disabilitati su L’Odissea della seconda vita

Archiviato in Riflessioni

Leggere per vivere

“Nel momento in cui legge, il lettore, introduce con la sua sensibilità e il suo gusto anche il proprio mondo pratico, diciamo pure il suo quotidiano ”.
La letteratura è un’esperienza di vita che ci porta a conoscere di più noi stessi e ad esprimere emozioni che a volte ci sono totalmente sconosciute. Dante ce ne dà la prova nel V canto dell’Inferno: Paolo e Francesca sono due amanti che esitano a manifestare il loro sentimento d’amore reciproco, ma che, quando la lettura giunge al punto in cui Lancillotto e Ginevra si baciano, trovano il coraggio di lasciarsi andare all’impeto della passione amorosa. Paolo e Francesca hanno ritrovato sé stessi nei protagonisti di quel romanzo e hanno permesso che essi allargassero l’orizzonte e arricchissero il loro universo.
Alcuni artisti hanno reso per immagini la lettura come pratica quotidiana. Hopper, in “Clair car”, raffigura lo scompartimento di un treno dove i passeggeri, seduti, leggono. Potrebbero essere dei passeggeri contemporanei, ma oggi sfortunatamente i libri sembrano sempre di più essere stati sostituiti dalla tecnologia. La donna raffigurata da Van Gogh nel dipinto “La lettrice di romanzi”, intenta a leggere col capo chino sulle pagine entro un interno, sembra completamente immersa nella lettura; così come “La lettrice in abito viola” nel dipinto di Matisse. Tutti e tre i dipinti mostrano anche come la solitudine sia in grado di farci immergere nella totalità delle emozioni, così da poter cogliere a pieno il senso di quello che l’autore ci vuole raccontare. Oramai, pur di non restare soli con noi stessi ci riempiamo continuamente l’agenda e la testa di impegni o di cose da fare, quando invece potremmo tradurre la solitudine in termini di occasione personale.
Quando l’ambiente esterno lo opprime, il lettore si rifugia nel suo mondo fatto da tutti quei libri che lo motivano e lo ispirano. “Uno dei numerosi aspetti della vita è il linguaggio e le parole e la poesia ”. La letteratura, in quanto stimolo perenne a conoscere sensazioni ed emozioni a noi ancora estranee, non è da contrapporre alla vita. Fa parte della vita. Flaubert ci direbbe di non leggere per divertirci, come fanno i bambini, o per istruirci, come fanno gli ambiziosi, ma per vivere.

Filippo Zaninoni, 4clB

Commenti disabilitati su Leggere per vivere

Archiviato in Riflessioni