Nuovi ‘conCittadini’ contro le mafie: un incontro sulla cultura della legalità

Questo slideshow richiede JavaScript.

“La mafia teme più la scuola che la giustizia”, ha dichiarato Nino Caponnetto, il magistrato che negli anni ’80, a Palermo, diresse il Pool Antimafia.
Ed è proprio questa l’idea che sta alla base di “conCittadini”, un progetto di educazione alla cittadinanza attiva promosso dall’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna: contrastare la criminalità organizzata attraverso la sensibilizzazione dei più giovani.
Nell’ambito di tale progetto, il 4 marzo scorso, presso l’Università degli Studi di Bologna, si è tenuto un incontro dal titolo L’impegno civile nel contrasto alle mafie, rivolto agli studenti della nostra regione.
Al convegno hanno partecipato Simonetta Saliera (presidente dell’Assemblea Legislativa), Francesco Ubertini (rettore dell’Ateneo bolognese), Franco Roberti (procuratore nazionale antimafia), Gaetano Paci (procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria), Maria Falcone (presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone) e Stefania Pellegrini (docente all’Alma Mater di Bologna). Elia Minari, presidente dell’associazione culturale antimafia “Cortocircuito”, ha introdotto i vari relatori, proponendo loro alcuni dei quesiti posti dagli studenti.

Il complesso universo delle mafie

Quando si parla di mafia si pensa spesso ad un fenomeno unitario. In realtà si tratta di diverse forme di organizzazione criminale, distinte, soprattutto in origine, in base al territorio in cui sono nate: “Cosa Nostra” in Sicilia, la camorra in Campania, la ‘Ndrangheta in Calabria, la Sacra Corona Unita in Puglia.
Nel tempo, le mafie si sono diffuse a livello internazionale e si sono infiltrate anche nel nord Italia. Lo dimostra il processo “Aemilia”, in corso in questi giorni a Bologna, che ha portato all’arresto di 117 persone imputate di concorso in associazione mafiosa di stampo ‘ndranghetista.
La ‘Ndrangheta in Emilia-Romagna è contemporaneamente indipendente e dipendente dai luoghi d’origine: “è arrivata con la droga e l’imprenditorialità, con la forza dei soldi, usando la violenza solo come forza di riserva dove non funziona la corruzione, che però purtroppo ha funzionato quasi sempre”, ha osservato il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti. La vulnerabilità amministrativa, la ricchezza del territorio, la sottovalutazione del fenomeno hanno fatto sì che si radicasse e che diventasse sempre più forte.

Presidi di legalità

Tutti i relatori si sono trovati d’accordo nel sostenere che la sconfitta delle mafie è impossibile senza l’impegno civile di ciascuno: “Lo Stato può vincere la criminalità organizzata, ma il contrasto giudiziario non è più sufficiente. Servono presidi di legalità di fronte al cedimento culturale ed etico, all’incapacità di capire l’infiltrazione della criminalità organizzata. Serve una presa di coscienza corale dei cittadini responsabili”, ha ricordato il procuratore Roberti.
La mafia teme le persone libere. Ognuno di noi, dunque, può avere un ruolo importante nel contrasto alle mafie e nella lotta per la legalità. La legalità non è solo rispetto delle leggi, ma anche e soprattutto assunzione di responsabilità, fondamento dell’esercizio della libertà.
Il primo passo è sicuramente la conoscenza del fenomeno: la conoscenza di ciò che sono diventate le mafie, della loro struttura gerarchica, e la presa di coscienza del fatto che oggi esse rappresentano un sistema complesso, difficile da individuare a da sradicare. Occorrono coraggio civile e di voglia di denuncia: per questo è fondamentale tenere gli occhi aperti, collaborare attivamente con le forze dell’ordine, ma soprattutto puntare su scuola e informazione.
“Per fortuna siamo ben lontani dagli anni ’80. Oggi i ragazzi si impegnano e la società civile si è svegliata”, ha ricordato Maria Falcone. “Adesso non lasciamo più le persone sole, come è accaduto a mio fratello Giovanni. Abbiamo una società più attenta, grazie a una maggiore coscienza del problema. Per Giovanni ci sono state tante sconfitte, mentre le vittorie sono arrivate solo dopo la sua morte: per questo voglio che si parli di lui non come di un eroe, ma come di un uomo delle istituzioni che credeva profondamente nella sua patria, grazie alla cui fatica e al cui sangue è stato possibile piantare il seme di una guerra contro le mafie in cui è fondamentale la partecipazione della società civile”.
In questo senso, il compito della scuola è essenziale per la prevenzione: “in Emilia Romagna – ha sottolineato la presidente Saliera – abbiamo messo in campo competenze tecniche e di progettazione per tanti tipi di azioni, dalla mobilitazione della società civile a interventi culturali e formativi. Solo nel 2015, l’Assemblea legislativa è entrata in contatto con 30.000 soggetti, in gran parte giovani e studenti, per diffondere la cultura della legalità”.
E’ proprio a scuola che i ragazzi acquisiscono il sentimento e la voglia di legalità e il fiorire di tante associazioni giovanili antimafia ne è una conferma.
Un meraviglioso esempio di ciò che si può fare è offerto dall’attività di “Cortocircuito”, associazione culturale antimafia nata a Reggio Emilia nel 2009 come giornale studentesco e web-TV, che riunisce ragazze e ragazzi accomunati dall’impegno e dal coraggio nel documentare fatti scomodi collegati alla criminalità organizzata sul loro territorio, attraverso video-inchieste e reportage. L’alta qualità del loro lavoro è testimoniata dal fatto che i risultati di queste indagini sono stati acquisiti come prove nel processo “Aemilia”, processo per il quale la nostra regione ha investito 800.000 perché si celebrasse a Bologna, con l’obiettivo di farne parlare ogni giorno.
“Oggi ci troviamo di fronte a una sfida molto delicata: l’intimidazione dolce ha portato il tessuto sociale ad accettare la presenza della criminalità organizzata. La repressione ha dato finora ottimi risultati, ma non è più sufficiente. Occorre mettere in campo altre risorse di tipo culturale”, ha osservato il magistrato Gaetano Paci. Per sradicare la cultura mafiosa e combattere la corruzione, quindi, accanto a quello della scuola è importantissimo il ruolo di un’informazione libera, davvero indipendente.
Stefania Pellegrini ha infine parlato dell’utilizzo dei beni confiscati alle mafie come eccezionale strumento di contrasto e ha presentato la mappatura dei beni confiscati in Emilia Romagna messa a punto con i suoi studenti, utile a sviluppare un percorso di comunicazione e di informazione condivisa.

Ramandeep Kaur
Davide Ramelli
Marta Sofia Tiboni
Chiara Tonani
Francesca Zavattarelli

Commenti disabilitati su Nuovi ‘conCittadini’ contro le mafie: un incontro sulla cultura della legalità

Archiviato in Vita di scuola

Al di là della violenza

Al di là della violenza-Giorgia Lazzari

Commenti disabilitati su Al di là della violenza

Archiviato in Vita di scuola

2 agosto 1980: le parole di un’ultima.

   La stazione conserva le sue cicatrici. Piccole aree dell’edificio rimangono com’erano allora:  il vetro pesante della tettoia sul binario 1, il muro spesso della sala d’aspetto spaccato a metà da una crepa che fa tremare. L’orologio fermo sulle 10.25, il tempo congelato dalla forza dell’esplosione. La stazione custodisce i suoi ricordi. I segni della memoria diventano lapidi e fotografie,  monumenti del ricordo che riportano ottantacinque nomi, una preghiera e un’eredità. La preghiera è di Papa Giovanni Paolo II e si rivolge a Dio. L’eredità è donata dall’UNESCO e si rivolge ai giovani. Sono, in modi diversi, la medesima dichiarazione di una sconfitta e il lascito di un’uguale speranza: chi non è riuscito a costruire la pace consegna alle generazione future il compito di difendere la vita. I nomi sono terribili, indelebili sulla lapide che sorveglia il punto esatto dell’esplosione. Troppo uguali e troppo numerosi, erano di madri, padri, fratelli e amici. Accanto ad ognuno un numero, gli anni che quelle persone avevano quando sono morte per la bomba. Sono i nomi e i numeri a raccontare che la strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna è stata la strage delle famiglie e dei giovani. 85 i nomi dei morti, incisi sul marmo, 200 quelli dei feriti. Un nome una vita, ed ogni vita una storia. Patrizia, donna piccola dai capelli biondi e gli occhi vivaci, è una di queste.

   Siamo in una sala dal soffitto alto e dall’aspetto imponente, allestita soltanto da un grande tavolo di legno e tante sedie. È la sede dell’“Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna”, passaggio obbligato per comprendere il 2 agosto 1980. Un posto attorno al tavolo è riservato a Cinzia, la guida che ha spiegato l’attacco terroristico mentre eravamo alla stazione, un altro a Patrizia, testimone della strage. Cinzia ha una voce potente e il coraggio di parlare chiaro. Patrizia è una figura minuta, intorno ai cinquant’anni, che indossa jeans da ragazza e porta un taglio sbarazzino. È portatrice del valore irrinunciabile della testimonianza. Sono pronta a raccogliere ogni sua parola, assetata di una verità che posso ascoltare. E infatti, come un ambasciatore fedele al proprio messaggio, Patrizia inizia a raccontare la storia del suo 2 agosto di trentasei anni fa.

 “Mi ricordo benissimo il giorno prima della strage. Avevo litigato con mio marito riguardo all’orario del nostro treno. Partivamo per la Sardegna con un gruppo di amici, il sogno di una vita per noi che in vacanza eravamo sempre andati sulla riviera romagnola. Lui voleva partire più tardi, ma alla fine riuscii a convincerlo. Sono stata io a scegliere il treno delle 10.25, l’ora della bomba. 

   Il treno doveva arrivare sul binario 1, così la mattina della partenza eravamo lì ad aspettarlo. Era il 2 agosto, e la stazione era piena di gente. Partivamo in molti quel giorno, perché agosto era il mese di vacanza per gli operai e gli impiegati. I treni arrivavano e lasciavano la stazione, c’era una grande confusione e un insieme di voci, suoni, odori e movimenti. Forse è stata colpa di quella frenesia infinita e caotica, o forse per un banale errore di lettura, ma ad un certo punto la voce di una delle centraliniste ha annunciato ai passeggeri del nostro treno di spostarsi sul binario 3. Sul pannello delle partenze non era cambiato nulla. Dopo qualche attimo di dubbio, andammo sul binario 3, dove  ancora adesso c’è una piccola sala d’attesa.  Mi ricordo bene che, poiché avevo un gran caldo e avevamo saltato la colazione, volevo andare a prendermi un caffè. Ma il nostro treno stava per arrivare, così sempre mio marito mi trattenne. Eravamo ancora lì a discutere, quando la bomba è scoppiata.

  Eravamo in tanti ad aspettare sul binario 3. D’istinto abbiamo cercato di stare tutti vicini. Un mucchio di persone che insieme si muovevano a caso, senza sapere cosa fare, dove andare o da cosa scappare. L’esplosione aveva fatto alzare molta polvere, tutto era coperto da una nebbia di detriti. Era difficile vedere, respirare, capire. Seguendo l’istinto siamo andati vicino alla sala d’aspetto. Non sapevamo cosa fosse successo, né capivamo quel boato assordante e quella polvere che ora copriva tutto. Eravamo terrorizzati, ma prima ancora confusi. Ho chiesto a mio marito se avevo tutto a posto perché in quei momenti l’adrenalina e la paura sono così forti che non riesci da sola a capire cosa ti sta succedendo. Se hai ancora le orecchie, gli occhi, le dita tutte al loro posto. Lui mi ha guardato e mi ha risposto di sì, e poi mi ha chiesto di controllarlo. Si teneva una mano appoggiata alla testa, e sanguinava.

  L’unica cosa a cui abbiamo pensato era che dovevamo andare all’ospedale. Non eravamo consapevoli della gravità di quello che era successo, non sapevamo quanti feriti aveva fatto l’esplosione. I morti, nemmeno li immaginavamo. Non avevamo la macchina, alla stazione ci avevano accompagnato i genitori. Incontrammo un altro ragazzo, ferito anche lui, che aveva la macchina ma non poteva utilizzarla nelle sue condizioni. Ho guidato io fino al pronto soccorso, tenendo un fazzoletto bianco fuori dal finestrino perché allora si usava così se trasportavi feriti, e gli altri capivano subito che avevi fretta. Siamo stati alcuni dei primi ad arrivare all’ospedale. Hanno curato mio marito e il ragazzo. Al momento di visitare me, il dottore mi chiese se sentivo qualcosa e io gli risposi di no. Avevo un vestito estivo, leggero e con una scollatura morbida. Quando me lo sono tolta per il controllo del medico, sono cadute alcune grosse schegge di vetro. Erano entrate dalla scollatura ed erano lì dal momento dell’esplosione. Sotto il vestito ero piena di tagli, ma non sentivo nulla.”

 Patrizia prende un attimo di respiro, parla veloce, e poi ritorna a raccontare.

 “Appena tutto era successo, sentivo solo che dovevo fare. Fare qualsiasi cosa, aiutare, tenermi in movimento. Non riuscivo più a fermarmi, era tutto veloce e io dovevo correre dietro al succedersi degli eventi. Poi ne divenni ossessionata. Per un mese intero parlai solo di quello. Della stazione, della bomba, del 2 agosto. E, sapete, la prima volta che lo raccontavo le persone rimanevo ad ascoltarmi, e anche la seconda se erano gentili. Ma dopo l’ennesima volta che ripetevo le medesime parole nessuno stava più a sentirmi. Dopo quei trenta giorni di racconto impazzito, non dissi più una parola sulla strage per trent’anni. Solo adesso torno a parlarne, grazie a questa Associazione. Mio marito non ha mai detto nulla, è come se lui quel giorno fosse stato da un’altra parte. Vorrei che si avvicinasse a questo gruppo di persone che cercano di mantenere vivo il ricordo, ma nessuno, nemmeno io, lo può obbligare. Perché essere testimone è un compito, ma soprattutto una scelta. Vi posso raccontare i fatti, e vi posso spiegare le sensazioni che abbiamo provato. Ma non racconto quello che ho visto. Non mi sembra giusto. Le cose che ho visto le può capire soltanto chi era lì. È qualcosa di indicibile, che non si può ridurre alle parole. Lo può capire solo chi era lì, e lo ha vissuto sulla pelle.

   Di fronte a un’esperienza così autentica e forte non rimane spazio per la commozione. La realtà è troppo assoluta per poterla filtrare attraverso le mie emozioni. Mi ritrovo senza parole, l’unica voce è quella di Patrizia, che persevera nella sua missione di testimone e prosegue a parlare, anche quando non me lo aspetto. La sua è una storia a lieto fine, perché la può raccontare. Ha due figlie, una malattia da sconfiggere e una vita che nonostante tutto non l’abbandona. Non riesce più a sopportare l’odore della stazione, che prima amava tanto perché sapeva di festa e di ritrovo. Fuma molte sigarette (troppe, secondo i suoi cari), non crede nelle istituzioni e affronta ogni difficoltà con una forza d’animo ammirabile. Patrizia è una delle tante vittime della strage a Bologna. È stata colpita dall’orrore, ma è viva. Molti altri che il 2 agosto si trovavano alla stazione ora non possono raccontarlo. Alcuni sono diventati nomi incisi su una lastra di marmo. Altri si sono visti costretti ad abbandonare sogni e certezze. Ogni vita che passava per quel luogo di passaggio all’improvviso è cambiata per sempre.

 “Di storie ce ne sono tante. O ce n’erano forse, perché adesso molte di quelle persone non esistono più. Un ragazzo che conoscevo perché era in classe con me al liceo si era sposato da poco, e doveva partire con la moglie incinta per il primo viaggio insieme. Dovevano partire qualche giorno dopo, ma la mattina del 2 agosto passeggiando per il centro decisero di entrare in stazione per controllare gli orari del treno. Morirono entrambi. Li riconobbero dalle fedi, uguali, che portavano alle dita. E allora esiste anche il senso di colpa, un senso di ingiustizia che mi attraversa quando mi chiedo perché loro, che dovevano stare in stazione per pochi minuti, sono morti ed io, che partivo proprio quel giorno, sono sopravvissuta. Sopravvivere porta con sé domande difficili. Ci sono storie come quella di Tonino, che voleva fare il soldato. Nell’esplosione finisce sotto un treno, perde una gamba e un braccio e rinuncia a tutti i suoi sogni. Esiste la storia di Paolo, che quel giorno doveva partire con la nonna per le vacanze al mare. La mamma lo aveva accompagnato alla stazione, perché Paolo era sempre stato un po’ un mammone e faceva fatica a separarsi da lei. Il 2 agosto perde la mamma e la nonna, e sopravvive protetto da una lastra di metallo crollatagli addosso nel momento dell’esplosione. Paolo si sentiva male al pensiero di restare due settimane senza la mamma, e ci chiede di immaginare come si è sentito quando gli hanno detto che non sarebbe stato con lei mai più.”

   “Vi racconto l’ultima cosa. Passati alcuni giorni dopo l’attentato, quando tutti ormai avevamo capito cosa era successo e la situazione era più chiara, ho ripensato a quella mattina. A quante scelte apparentemente insignificanti avessero fatto in modo che io fossi ancora viva. Ho riempito la mia testa di ‘se’. Più di ogni cosa volevo ringraziare l’impiegata che aveva annunciato lo spostamento del treno  al binario 3. Sul binario 1, quello più vicino a dove era posizionata la bomba, sono morti quasi tutti. Con il suo piccolo errore quella donna mi aveva salvato la vita. Volevo trovarla e dirle grazie per aver sbagliato. Ma non la trovai mai. L’ufficio delle impiegate si trovava al primo piano, sopra la sala d’aspetto di seconda classe. Con l’esplosione era crollato completamente e lei, chiunque fosse, era morta. Mi ha salvato la vita, ed è morta.”

  Patrizia smette di parlare. Il suo racconto è finito, ma la sua testimonianza è un dono che rimarrà a lungo. È un racconto che deve restare acceso nella memoria di tutti, una storia che deve continuare a vivere, soprattutto in un presente di tensioni e paure. Il 2 agosto 1980, nella strage di Bologna 85 persone sono morte, 200 sono state ferite. I colpevoli di questa strage non sono in prigione. La stazione conserva ancora le sue cicatrici, e custodisce i suoi ricordi. È un ambiente dinamico, di passaggio e di scambio. Chi attacca questi luoghi sa di colpire il cuore pulsante del popolo, il porto di una città aperto verso il resto del mondo. Chi viaggia è sempre qualcuno di vivo, mentre i terroristi desiderano una realtà paralizzata. Ieri a Bologna, oggi a Parigi, Bruxelles, Raqqa, Il Cairo.

Gli ultimi sono gli uomini, le donne e i bambini calpestati dalla brutalità degli eventi. Le vittime innocenti di ogni atto di violenza. Ultimo è chi viene strappato alla vita senza colpe, perché si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato della Storia. Chi viene ammazzato a tradimento e non può trovare spiegazioni del proprio destino. I vinti senza aver mai combattuto, gli uccisi che non sanno il perché della propria morte. Gli ultimi sono i senza giustizia.

Elisa Silva

da un’esperienza con Cinzia V. del Cedost di Bologna (1 aprile 2016)

Commenti disabilitati su 2 agosto 1980: le parole di un’ultima.

Archiviato in Vita di scuola

Un po’ di tempo libero? Ecco come impegnarlo.

Vi sarà sicuramente capitato di trovarvi un pomeriggio sul divano senza nulla da fare in cerca di un modo per passare il tempo, se siete persone creative e pazienti, ho trovato l’ hobby che fa per voi: il modellismo. Si tratta di un’attività piacevole ed allo stesso tempo istruttiva che permette di dare libero sfogo alla vostra creatività mettendo alla prova le vostre abilità manuali e la vostra costanza. C’è è un’ampia scelta di costruzione poichè modellini in scala ridotta che potete costruire appartengono alle più differenti aree: esiste infatti il modellismo ferroviario, di aeroplani, di razzi, di auto, di navi, di miniature e molto altro. La buona realizzazione di questi oggetti è determinata da una notevole capacità di progettazione, dalla ricerca storica affinchè il modellino sia il più fedele possibile a ciò che volete riprodurre e ovviamente dai materiali impiegati. Tra questi non può mancare il legno che può essere di noce, di tiglio , di mogano, di faggio…a seguire materiali metallici come viti e bulloni, stoffe, vetro e vernice. Una volta pronta l’ attrezzatura si può finalmente procedere alla parte più divertente: l’assemblaggio. In questa fase si alternano la difficoltà della realizzazione e l’ entusiasmo di vedere la propria produzione prendere forma. Eh già, il modellismo è arte e proprio come un pittore il modellista ad ogni tocco aggiunge una nota di colore e di personalità alla propria opera rendendola in qualche modo l’immagine di sè stesso. Certo non tutto è semplice e veloce, alcuni passaggi richiedono grande attenzione ed esperienza e saranno proprio in questi momenti che vi chiederete chi ve l’ha fatto fare…d’altra parte l’abilità del modellista sta proprio nella capacità di superare queste piccole sfide e proseguire con determinazione. Sono certa che quando avrete terminato il vostro modellino, lo custodirete con gelosia e fierezza e troverete un bel posto sullo scaffale su cui esporlo. Con ogni probabilità non passerà una settimana prima che vi balzi in mente l’idea di farne un altro…questo perchè è stato soddisfacente costruirsi il proprio modellino, molto più che comprarlo, proprio questo lo rende speciale.

Daniela Masseroli

Commenti disabilitati su Un po’ di tempo libero? Ecco come impegnarlo.

Archiviato in Vita di scuola

Pellicce, l’arte di uccidere

Diamo il via alla serata delle sfilate, si mostrano le collezioni invernali degli stilisti più in vista: borse alla mano e stivali alti per modelle che sfilano trionfanti mentre esibiscono costosi abiti. Tra questi  non possono mancare le pellicce che rifulgono sotto la luce dei riflettori e gli scatti dei fotografi, catturando gli sguardi ammirati del pubblico… Non c’è che dire, la performance riscuote immenso successo, grande prova di talento e abilità da parte degli stilisti, geni della moda, veri e propri artisti…ma, un momento, non celate i segreti della vostra arte! Le pellicce non cadono dal cielo già belle e pronte, che io sappia erano attaccate alla pelle degli animali… Avete scordato di far sfilare ciò che resta dei loro corpi insieme alle modelle, trascinati con un guinzaglio magari. Non c’è nulla di più glamour del sangue innocente.

Spesso gli uomini dicono di amare gli animali, specialmente quelli domestici, talvolta li scelgono come compagni di vita, li coccolano, li fanno giocare ma se subentrassero questioni di denaro non esiterebbero ad ucciderli barbaramente per venderne la carne o la pelliccia. Così li ringraziano per tutto l’amore e la fedeltà ricevuta, un magro compenso per una vita dedicata ad amare sinceramente il padrone… a cosa è giovato? Forse a morire più facilmente perché uccisi da chi si fidavano. Una simile azione è spregevole e vergognosa, tuttavia dovremmo stupirci? L’uomo sfrutta e maltratta i propri simili, figuriamoci se può provare pietà o senso di giustizia per degli animali sui quali impone il proprio volere all’insegna di caratteristiche uniche della propria specie: crudeltà ed egoismo smisurati. Proprio a causa di queste qualità l’uomo si sente un arbitro in grado di decidere dei destini altrui e ha scelto il pelo degli animali per soddisfare la propria “Vanitas vanitatis”. Non alcun ritegno né attenzione è dedicata agli animali allevati artificialmente oppure catturati nei loro habitat per essere mostruosamente uccisi. La vasta categoria degli animali impiegati per la fabbricazione di pellicce comprende visoni, procioni, linci, leopardi, lupi, volpi, ermellini e perfino cani e gatti. Gran parte di questi è difficile da trovare in natura, pertanto i cacciatori studiano il territorio e con l’aiuto di cani da caccia individuano l’entrata delle tane oppure sentieri spesso percorsi dall’animale che vogliono catturare dove andranno a posizionare tagliole e lacci strangolanti. Il seguito lo potete immaginare, una volta intrappolato il destino più felice è di morire il prima possibile strangolato dai lacci. Tra tutte, questa è la morte migliore. Ai meno fortunati toccano la rottura delle ossa cervicali, le iniezioni, l’elettrocuzione e l’asfissia fino anche ad essere scuoiati vivi e vivere altri lunghi minuti di sofferenza senza più la pelle addosso. In quegli ultimi momenti vorrei sapere a cosa pensano, se ci odiano o semplicemente si chiedono perché proprio a loro che, forse, prima di trovarsi di punto in bianco sull’asfalto ad esalare l’ultimo respiro, si erano addentrati nella foresta per cercare qualcosa da mangiare per i loro cuccioli. Immaginatevi di trovarvi in quella stessa foresta e vedere il suo lupacchiotto sperduto che si avvicina per cercare protezione, con un’innocenza che può trasparire solo dagli occhi  di un cucciolo e sussurrargli “Hey piccolo, non cercare più la tua mamma, è morta, l’abbiamo uccisa per prenderle la pelliccia ma non preoccuparti, tu farai la stessa fine”. Un comportamento davvero virtuoso e degno di lode, non so voi ma a al pensiero mi vergogno di appartenere alla ‘razza’ umana… Ma poi tutto passa nel dimenticatoio, argomento trattato, quella mezz’ora di indignazione ci pare sufficiente e poi tutto come prima… come se tutto fosse risolto, e si passa ad altro. Tanto non ci riguarda giusto? Le atrocità che commettono sugli animali noi non le vediamo quindi ‘lontano dagli occhi lontano dal cuore’, ce ne laviamo tranquillamente le mani. Magari passeggiando per i negozi  vediamo ‘quella bella pelliccia che ci piaceva tanto’ e la compriamo senza pensarci un secondo, tanto il lavoro sporco lo hanno fatto altri, noi infondo ‘Non li abbiamo mica uccisi no?’. No certo, la pelliccia ce l’hanno prestata loro perchè tanto non gli serviva…sapete fa un tale caldo al polo Nord, ma non preoccupatevi poi quando gli servirà ancora gliela ridaremo… Chi si gira dall’altra parte di fronte al male è equamente colpevole a chi ne compie e intanto che lo ignoriamo o decidiamo il da farsi migliaia di animali vengono uccisi e maltrattati ogni giorno perché vi si possano illuminare gli occhi davanti a quella ‘bella pelliccia’…ma ne varrà la pena? Giudicate voi.

Daniela Masseroli

Commenti disabilitati su Pellicce, l’arte di uccidere

Archiviato in Vita di scuola

Macbeth, come una volta!

20 marzo 2016, pomeriggio a Teatro Municipale di Piacenza.

Il pubblico, tra appassionati di vecchia data e giovani che (come noi) si interessavano di lirica per la prima volta, non riesce e trattenere il suo entusiasmo per uno spettacolo che travolge e rapisce. E’ il Macbeth di Verdi, reinterpretazione italiana di una delle più grandi tragedie di Shakespeare: storia di desideri violenti e passioni incontenibili. L’ascesa al potere si copre del sangue dei nemici, il destino prosegue inesorabile il suo corso e, tra essere fantastici e paesaggi spettrali, Macbeth porterà a termine la profezia delle tre streghe.

La scenografia dall’atmosfera a metà strada tra la magia e la psicoanalisi incornicia perfettamente la straordinaria performance del celebre baritono Leo Nucci e di Anna Pirozzi, soprano e acclamata prima attrice. Sold out anche a questa seconda rappresentazione, il Macbeth conferma la propria grandezza e regala ancora, come acclama qualcuno tra il pubblico, le emozioni dell’opera “come una volta”.

Giulia Frigerio e Elisa Silva

Commenti disabilitati su Macbeth, come una volta!

Archiviato in Vita di scuola

La follia in teatro: Lucia di Lammermoor

Il 26 febbraio 2016 è andata in scena al Teatro Municipale di Piacenza “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti. Tratto dal romanzo di Walter Scott “The Bride of Lammermoor”, il melodramma riduce all’osso gli elementi di ambientazione storica e politica per concentrarsi sulla vicenda amorosa. Riscontriamo quindi nelle figure di Lucia, soprano, innamorata di Edgardo, tenore, ma ostacolata dal fratello Enrico, baritono, il classico terzetto vocale di epoca romantica. Al di là tuttavia di facili schematismi, il capolavoro di Donizetti si distingue per l’acuta analisi psicologica dei personaggi, in particolare della protagonista, che, incapace di coltivare il proprio amore in un mondo retto da disumane convenzioni sociali, decide di costruirsi una realtà alternativa e perfetta, approdando alla follia. Le connotazioni musicali costruiscono il ritratto di un’anima bella (si pensi ad esempio all’utilizzo dell’arpa, strumento dal suono morbido e cristallino), che finisce per deformare le circostanze presenti, in un tentativo di estraniazione culminante nella celeberrima scena della follia (2°atto). La complessità di questo ruolo è superiore a quella di un semplice soprano di coloratura, perché oltre all’abilità tecnica richiede una forte presenza drammatica. Il rischio più grande è che Lucia divenga una sorta di usignolo, una bambina cresciuta e inadatta ad affrontare la vita, mentre le sue volatine e i suoi virtuosismi esprimono sì un patologico distacco dall’esistenza concreta, ma sono pure il risultato di una sofferenza profonda e insanabile. Gilda Fiume (Lucia) riesce ad evitare una lettura superficiale del personaggio, così come la freddezza spietata di Enrico e la statura eroica di Edgardo sono tangibili nelle interpretazioni di Mario Cassi e Giuseppe Gipali, anche se nel quadro complessivo non mancano cadute di tono ed il risultato è buono ma non esaltante. La regia è caratterizzata da toni cupi a livello scenografico e da un certo sincretismo nei costumi, sebbene la scelta più efficace sia quella di far portare in scena da Lucia il cadavere insanguinato del marito, che ha ucciso dopo essere stata costretta ad un matrimonio di convenienza ed in cui identifica in preda al delirio la figura dell’amato.

Marcello Gastaldi

Commenti disabilitati su La follia in teatro: Lucia di Lammermoor

Archiviato in Vita di scuola