Inquinamento ambientale e crisi economica. La “decrescita felice” può aiutare l’Italia a risolvere i due problemi in un’unica mossa?

“Decrescita felice” vs crescita infelice.
Chi sa realmente cosa significa ‘‘decrescita felice’’? Vogliamo diventare protagonisti del nostro tempo ed aiutare l’Italia ad uscire dalla crisi riducendo l’inquinamento? Scopriamolo insieme, riprendendo quanto emerso dalla conferenza di Maurizio Pallante, al Caffè letterario del liceo Gioia, alla quale abbiamo partecipato venerdì 22 marzo.
E’ necessario precisare che le parole crescita e decrescita cambiano significato in base al contesto in cui vengono inserite: in ambito economico-sociale, secondo l’immaginario comune, la prima significa miglioramento, la seconda peggioramento, perché la parola crescita è stata associata all’aumento del prodotto interno lordo, il PIL, ovvero al valore monetario delle merci destinate ai consumi che, tuttavia, può essere considerato un indicatore valido solo se la merce coincide con il bene e se il bene può essere comprato.
In realtà, infatti, non tutte le merci sono beni, come nel caso dell’energia termica e del cibo che si butta, che possono trasformarsi in danni per l’ambiente. D’altro canto, non tutti i beni sono merci: alcuni si possono auto produrre, come ad esempio le verdure dell’orto, altri si possono donare, in un sistema di relazioni fondato sulla solidarietà.

Il dono nei poemi omerici
Già nell’antichità greca l’economia del dono era una pratica molto diffusa contemplata dall’istituto sacro dell’ospitalità. Lo spostamento da una comunità all’altra era reso possibile dalla consuetudine di accogliere i viaggiatori e dall’offerta di doni durante il tragitto. Gli obblighi che i Greci sentivano nei confronti dello straniero e la rete di rapporti intessuta con i reciproci vincoli, che legavano perpetuamente gli ospiti, offrivano sufficienti garanzie di trovare un’accoglienza sicura in tutto il mondo “civile”, ovvero presso tutti gli uomini che onoravano gli dei e rispettavano Zeus, protettore degli stranieri e degli ospiti.
Sono diversi i passi dell’Odissea in cui si fa esplicito riferimento a questo rituale.
Nel canto V, Ermes si reca ad Ogigia, da Calipso, per chiederle di consentire ad Ulisse di riprendere il suo viaggio di ritorno verso Itaca, per volontà degli dei e, dopo il loro incontro, la ninfa gli offre il pranzo ospitale.
Convinta dalle parole del messaggero degli dei, Calipso permette ad Ulisse di prendere il mare e, prima della sua partenza
[…] la dea gli caricò sulla zattera un otre di vino nero
e un altro d’acqua, più grande, e dei viveri
in una bisaccia: molti graditi cibi vi pose per lui.
(vv. 265- 267).
Anche Nausicaa , nel VI canto, ordina alle sue ancelle di offrire a Ulisse naufrago, “cibo e bevanda” (v.246 ), abiti nuovi e un bagno caldo prima di condurlo alla reggia dei Feaci, dove suo padre, il re Alcinoo, allestirà per lo straniero un sontuoso banchetto.
E di altrettanti doni lo omaggerà quando Odisseo si imbarca per raggiungere Itaca.
Al contrario, Polifemo, ignaro delle regole della civiltà, si rivolge con tracotanza a Odisseo e ai suoi compagni di viaggio e la maga Circe, che non rispetta il rituale, trasforma gli ospiti in maiali dopo avere offerto loro cibo miscelato ad intrugli soporiferi.
Autoproduzione e condivisione
Se nell’antica Grecia rendere sacra l’ospitalità con l’obbligo di offrire donativi allo straniero significava garantire la possibilità di spostarsi ai viaggiatori che beneficiavano, in tal modo, della solidarietà di chiunque incontrassero sul loro cammino, oggi aumentare i beni autoprodotti e condividerli significa migliorare la qualità della vita, diminuendo la produzione di merci inutili e instaurando legami di mutuo aiuto all’insegna della libertà, come ha sostenuto l’antropologo francese Marcel Mauss nel suo celebre Saggio sul dono.
Questo spiega perché il PIL non sia un parametro sufficiente per misurare il benessere e non coincida con la crescita della produzione di merci: quando infatti queste sono superflue, peggiora la qualità della vita, se non si supplisce alla sovrapproduzione con altre forme di transazione. Il PIL non solo non può interamente misurare il benessere, ma nemmeno l’utilità dei beni materiali; misura, cioè, il “tanto avere” e un’economia finalizzata a questo può generare solo malessere, perché induce le persone a desiderare sempre di più, a non consumare tutte le merci prodotte e a sprecare energia.
Decrescita e recessione
Ma la decrescita è una forma di recessione? La risposta è no! Se la recessione è una diminuzione di tutta la produzione di merci, la decrescita è una riduzione, selettiva e controllata, di merci che non sono beni.
La decrescita induce i consumatori a ragionare in modo diverso. Come si realizza la decrescita selettiva di merci che non sono beni? Adottando tecnologie più evolute, finalizzate a ridurre il consumo di materie prime, di energia e di oggetti da smaltire. La produzione e l’installazione di queste tecnologie determina occupazioni utili, perché riduce gli sprechi che causano danni.
Ora, con tutte queste informazioni, abbiamo un panorama più vasto del rapporto tra crisi economica e inquinamento ambientale, di quanto possiamo avere appreso dalla tv, dai giornali o dai social…. quindi, anche noi possiamo fare qualcosa per migliorare a poco a poco il contesto socio- ambientale in cui viviamo.

La classe 1^Linguistico G quadriennale

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