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L’altra faccia dei mezzi pubblici

Sono sul pullman e, come tutti i giorni, torno a casa con questo mezzo tanto criticato da quasi tutti gli studenti pendolari e che, invece, a me piace così tanto.
È vero, i prezzi sono alti e la qualità non troppo, ma quando penso che negli ultimi anni sono scivolate tantissime ore della mia vita su un pullman, non posso certo dire che queste siano semplicemente scorse senza avermi lasciato niente di positivo!

Al mattino il viaggio è piuttosto passivo: si arriva di corsa alla fermata, ancora mezzi addormentati, si sale sul pullman e si spera di trovare un posto a sedere (e a me, personalmente, capita abbastanza di rado); e poi si fila via verso la città tra musica e sonno. Ma al ritorno da scuola il clima è molto diverso: si chiacchiera, si ride e ci si racconta… con un compagno di viaggio il tempo vola sempre, anche se è quasi l’una e la pancia borbotta!

Se non trovo nessuno che conosco questo mi dà lo stimolo per incontrare gente nuova, sedermi vicino a qualcuno con la faccia simpatica e impicciarmi un po’ interessandomi alla musica che sta ascoltando o al libro che sta leggendo.
Ma i viaggi più interessanti e divertenti sono quelli sui pullman urbani o che escono dalla città nel tardo pomeriggio; qui si può dire che ci sia veramente di tutto: una fantastica macedonia di persone di ogni tipo, che vanno dalla mamma col bellissimo bambino-cioccolatino fasciato sulla schiena con uno di quei meravigliosi e coloratissimi foulard, alla ragazza strana, come me, che legge o scrive; ma poi si vedono anche signori all’antica che stanno rigorosamente in piedi per paura di rubare il posto a chiunque altro, gruppi di tredicenni chiassosi che prendono in giro tutti i presenti, vecchiette che chiacchierano amabilmente con altre vecchiette, studenti con gli auricolari nelle orecchie, qualche nerd col computer portatile, il tipo strano che parla da solo, signori anziani che fanno il giro, magari due o tre volte, per poi scendere da dove erano saliti, ma ovviamente avendo prima raccontato la storia della loro vita a tutti coloro che hanno messo piede sul bus… e così via, chi più ne ha più ne metta!

Insomma viaggiando sul pullman ho fatto un sacco di esperienze interessanti o per lo meno divertenti; penso a tutte le conversazioni captate per caso, alle riflessioni che faccio tra me e me quando l’mp3 è scarico, ai libri che leggo in pullman, agli scambi di battute sul tempo con le vecchine alla fermata, a tutte le persone che ho incrociato e con le quali, ogni tanto, mi sono fermata a scambiare due parole e tanto altro ancora!

In definitiva posso affermare che, nonostante tutto, prendere il pullman mi piaccia davvero tanto; e non lo faccio solo perché sono costretta, essendo “spatentata” (ancora per poco, spero), o perché sono convinta che sia una scelta assolutamente più ecologica che farsi scarrozzare ovunque da genitori e fratelli maggiori; ma anche e soprattutto perché essere pendolare mi aiuta a essere un po’ più organizzata, a seguire degli orari e a guardare oltre le difficoltà per scoprire tutti questi lati spiritosi e affascinanti.

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La forza delle parole: “Qualcuno con cui correre”

“Probabilmente mi innamorerò sempre di qualcuno che ama qualcun altro.

Perché?

Così…

Ho un talento particolare per le situazioni impossibili.

Tutti hanno talento per qualcosa.”

Parole ingenue ma profonde, scritte da Tamar sul suo diario, che potrebbe benissimo essere il mio; è proprio questo ciò che colpisce del libro di David Grossman “Qualcuno con cui correre”: la veridicità con cui vengono presentati gli animi di Tamar e  di Assaf, due ragazzini abbastanza comuni che si trovano a contatto con una realtà tremendamente drammatica, eppure, purtroppo, non così lontana anche da noi.

Il libro narra in modo coinvolgente e travolgente le vicende di due giovani ragazzi, ciascuno con le sue difficoltà e le sue gioie, vicende che si intrecciano fino ad unirsi.

D’estate, Assaf lavora per un canile e ha il compito di ritrovare la padrona di una cagna abbandonata, che scoprirà poi chiamarsi Dinka, e per fare questo, ripercorre a ritroso, guidato da Dinka stessa, la storia di Tamar, padrona della cagna, e che sconvolgerà la sua vita. Tamar è una ragazza ribelle e dinamica, fuggita di casa per cercare e salvare il fratello, un artista di strada dipendente dalla cocaina, cosa che riuscirà a fare anche e soprattutto grazie all’aiuto di Assaf, nonostante lei non avesse mai pensato di incontrarlo, conoscerlo e condividere con lui questa esperienza, che purtroppo solamente in un libro può avere un così lieto fine.

Questo tema drammatico viene affrontato però in maniera inconsueta: attraverso la storia di questi due giovani, che assumono fisicità nella mente del lettore, perché descritti accuratamente in ogni loro aspetto; il loro animo viene infatti scandagliato fino a farne uscire in modo del tutto naturale quelle paure e incertezze tipiche dei ragazzi alle prese coi problemi di ogni giorno, ma mettendo in risalto anche tutte le forze, fatte emergere dalla tragica situazione.

Nel legame tra Tamar e il fratello, l’autore mette in luce tutta la generosità e la tenerezza di cui è ricco il cuore della ragazza, ma anche il dolore tremendo causatole dalla rottura di quel rapporto, spezzato appunto dalla dipendenza.

Tamar e Assaf, vivono la vicenda parallelamente, capitolo per capitolo, attraversando situazioni impensabili e alternando momento di terrore, che fanno rimanere col fiato sospeso, a momenti di serenità… e persino di gioia. Questo dona al racconto dinamicità e lo rende coinvolgente a tal punto da non riuscire, leggendo alcune pagine, a trattenere le lacrime.

Nel finale viene fuori tutta la bellezza della storia, la dolcezza e la grandezza dei giovani, capaci (come dice la stessa Tamar) “di guardare il mondo con meraviglia”, e di trovare la forza di cambiare le cose.

Lucia Rossetti

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