L’anima ha gli occhi trasparenti

La libertà ostentata dal fisico è quella professata dall’anima. Vero, per una società, come la nostra, che si fonda sui valori della fisicità, in grado di diventare la ragione e il senso dei rapporti umani, per ognuno, singolo, che sente la propria vita come vincolata alla materia animata, quasi che dentro, nell’essenza, non ci fosse nulla, e se vi fosse, non fosse funzionale ad altro se non al soddisfare la richiesta della carne in superficie. Guardando al mondo che nasce davanti alle personalità acerbe, sembra oggi che l’unico modo, per essere notati e prevalere al di sopra dei miliardi, sia quello dell’ostentazione del fisico e dello spettacolo del mostrarsi gridando alle facce abituate allo strano la voglia incessante di far impressione, per lasciare la traccia. La traccia che lasciano le Femen, associazione femminista fondata nel 2008 a Kiev e ormai diffusa in tutta Europa, dopo essersi imposta all’opinione pubblica per la forza delle partecipanti, “nude e libere” in mezzo alla gente, è simile a quelle che si raccolgono dopo la furia del tornado che, coinvolgendo il mondo in una danza senza regola, è capace di toccare e scombussolare con la stessa forza e brevità che lasciano sgomenti, o incerti.

Le ragazze che, prese dall’obiettivo delle macchine fotografiche nei momenti di massima tragicità, urlanti nel ruolo di guerriere che si dipinge loro sul viso, sanno suscitare il sentimento di curiosità e di stupore che la loro nudità espone, con forza: attirano l’attenzione del mondo, trasformandosi in tramite verso quelli che sono i problemi più profondi e le questioni più laceranti, così da rendere l’esibizione un tentativo di richiamo e di dissenso a quell’idea di ingiustizia che, dall’inizio dei tempi, continua a dare eredi imbevuti del suo stesso progetto.

Ma lontano dall’immagine, pungente e sensazionale, è difficile ricordare lo scopo del gruppo di femministe, e il loro senso di esistere. Pensano la donna, e in particolare il corpo che abita, come lo strumento per intimorire e farsi valere, per catalizzare lo sguardo collettivo, per essere libere. La libertà è sentire il tutto come tuo, anche solo per lo spazio labile dei commenti sprezzanti o delle critiche bigotte, ed apparire nello “splendore” di un essere forte a cui piacerebbe non aver bisogno degli occhi degli altri. Ma il corpo, che le femministe di oggi buttano con sfrontatezza in pasto alla vita degli uomini, nelle manifestazioni pubbliche, e delle macchine, sui social network e negli schermi delle televisioni, ha bisogno di essere guardato, non importa se con stupore o malizia, se con ammirazione o sdegno, se con compassione o approvazione: davanti al corpo l’anima, che pur lo può portare ad un processo di bene, oggi quasi si arrende e si assoggetta, quasi si piega, come se l’indignazione di ragazze dai sani principi non fosse contro le dittature o contro la triste storia del torto alle donne, ma l’occasione per far vedere come si è belle, nel costume di oggi.

Il pensiero della protesta viene dalle voci, impresse nei cartelloni e lanciate nell’aria che nel giorno le accoglie tutte: le facce, benché diverse, non sono volte ad esibire la piacevolezza di un dono estetico, né si sentono decise per il timore degli altri. Di fronte al paese che non sa ascoltare, e agli individui che usano solo gli occhi, la vera libertà, pura e senza sfumature, è quella delle idee, per le quali nessun corpo è bello o brutto, giovane o vecchio, nessun essere ha bisogno di salire su un palcoscenico fittizio, nemmeno per una buona causa. La paura, che muove dalle fondamenta e rivoluziona davvero ogni aspetto del vivere, non ha più bisogno di uno schiaffo al senso comune, ma può germogliare anche tra quattro mura, e non guardarti mai in faccia. La sensibilità non è legata allo schermo della realtà rappresentata, e l’impulso alla trasformazione si pone lontano dall’immagine che la nostra luce riflette. L’anima ha gli occhi trasparenti: le servono solo per indagare, e non accontentarsi del riflesso.

Arianna Gazzola

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