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Perchè, Inter?

Perchè una squadra passa nel giro di due anni dall’essere la più forte del mondo a dimenarsi nelle posizioni di metà classifica? Perchè cambia tre (almeno per il momento) allenatori in una stagione? Perchè si riduce ad avere in rosa gli scarti di altre squadre? Analizziamo insieme questa profonda crisi in cui è caduta la squadra milanese.

In primo luogo va considerata la scelta dell’allenatore per l’inizio della stagione, il tanto discusso Mister Gasperini; per chi come me ha la testa più piena di memorie calcistiche che di formule matematiche sarà facile ricordare che l’allenatore piemontese risultava la quarta scelta del presidente Moratti, dopo i nomi di Guardiola, Bielsa, Mihajlovic e Delio Rossi. Se si conta anche la sussurrata possibilità dell’arrivo di Villas Boas sulla panchina nerazzurra, Gasperini diventerebbe addirittura la quinta scelta. Solamente questo fatto dovrebbe fare riflettere. Inoltre il tecnico ex genoano apparve sin dalle prime battute poco adatto per iniziare un nuovo ciclo: dopo quattro sconfitte ed un pareggio, il fallimento del progetto risultò evidente a tutti, e un cambiamento fu necessario.

 A questo punto è necessario fare una pausa di riflessione, che probabilmente avrebbe dovuto fare anche Massimo Moratti ad ottobre (o forse anche prima): la rosa dell’Inter è per lo più composta da giocatori ultratrentenni, dotati ormai di una certa esperienza calcistica, che giocano insieme da anni, e benissmo in grado di schierarsi da soli in campo: la vera necessità della squadra quindi non stava (e non sta tutt’ora) in un bravo allenatore, con grandi capacità tattiche, bensì in un motivatore, come lo era stato l’anno precedente Leonardo, uno più vicino alla sfera emotiva di quella tattica. Detto ciò, la scelta per il post-Gasperini sarebbe potuta cadere su vari di questi personaggi, ad esempio Luis Figo o Walter Zenga. Invece la società decise di mantenere la stessa linea di pensiero, decidendo per un altro allenatore “statico”: Claudio Ranieri, l’arcinemico, l’uomo che per anni le aveva mandate a dire alla beneamata, l’ex allenatore di Juve e Roma, colui che “osava” contraddire Josè Mourinho. Apparentemente il cambio di panchina giovò alla squadra, che con una serie positiva di 8 vittorie, tra cui l’1-0 nella stracittadina con i cugini del Milan, si riportò in piena lotta per le prime posizioni. Dopodiché accadde l’inimmaginabile (o forse non così tanto?): una crisi peggiore di quella dell’era Gasperini, un’infinita serie di sconfitte costata alla squadra nel giro di un mese l’eliminazione da Champions League, Coppa Italia, e la perdita di contatto con la vetta della classifica; a culminare ciò troviamo l’impietosa sconfitta della settimana scorsa per 2-0 contro l’ancora imbattuta Juventus, a seguito della quale la società di Corso Vittorio Emanuele ha deciso per la seconda volta nel giro di pochi mesi di optare per una cambio di allenatore. Questa volta la scelta è caduta su Andrea Stramaccioni, giovane allenatore della primavera, sicuramente più vicino dei suoi due predecessori alla figura del “motivatore” che prima vi definivo, il quale probabilmente senza infamia e senza lode condurrà la squadra verso un mediocre e piuttosto deludente finale di stagione (non mi illudo di poter raggiungere il terzo posto). Quest’ultima scelta appare decisamente come un ripiego alla bell’e meglio, nel tentativo di limitare i danni prodotti da un sei mesi abbondanti di gestione sociale e tecnica piuttosto scadenti, le quali erano invece state negli ultimi anni due dei tasselli chiave per la costruzione di una squadra formidabile e ormai passata alla storia.

Come appena detto, un altro motivo di questa crisi va ricercato nella pessima gestione della squadra da parte della società, specialmente in quello che è stato il calciomercato. Sia che si tratti di acquisti che di cessioni gli aggettivi per descrivere le mosse di mercato sono i medesimi: inadeguate e scriteriate.

Partiamo dai giocatori che sono partiti, prima nel mercato estivo e poi in quello di gennaio: la mossa di cedere Eto’o, sebbene dietro ad una cospicua controparte economica, è stata certamente azzardata. A quel punto l’acquisto di un degno sostituto pareva obbligatorio, ma la società decise di andare al risparmio (ma neanche troppo) integrando nella rosa un ex giocatore come Diego Forlan e un giocatore da campetto dell’oratorio, di quelli che con il pallone hanno un rapporto incestuoso e infruttuoso, come Mauro Zarate. Decisioni discutibili, visti poi i risultati, amplificate dall’acquisto di un nugolo di giovani di belle speranze, pagati la modica cifra di qualche milione, che dopo tre quarti abbondanti di stagione non hanno ancora ripagato le attese. Aggiungiamo pure la cessione a gennaio di uno dei pilastri del centrocampo come era Thiago Motta, sostituito da un ormai arzillo Angelo Palombo, e la situazione che ci appare è questa: si è speso tanto, si e acquistato male, si è venduto peggio.

Non fateci troppo caso, noi dell’Inter ci siamo abituati: siamo quelli che hanno pagato 15 miliardi di lire per comprare Sorondo, siamo quelli che hanno venduto Roberto Carlos perchè “era vecchio”, siamo quelli che hanno preso Kanu, gli hanno pagato le cure mediche, e lo hanno fatto andare via lamentandosi dello stipendio; siamo quelli che hanno rifiutato lo scambio Ronaldinho-Recoba, definendoli due giocatori simili, ma almeno il Chino tirava le punizioni.

Siamo pazzi, e ci amiamo per questo; presto o tardi torneremo a poter vincere ma, inesorabilmente, troveremo una scusa per non farlo. E ci ameremo ancora di più.

Riccardo Bassi

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