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Scrivere lo sport: un lavoro di “pancia”

Lunedì 16 gennaio nell’aula consiglio del liceo Gioia si è svolto, sotto la dirigenza della Professoressa Ciocchi, un incontro rappresentativo della convenzione Coni:  possibilità che viene offerta agli studenti dell’istituto che praticano uno sport a livello agonistico (per più di otto ore settimanali) di essere giudicati in base al raggiungimento di determinati traguardi sportivi.

All’incontro hanno partecipato i ragazzi del triennio che godono della convenzione, tutti i professori di educazione fisica, la preside Gianna Arvedi ed il vicepreside Fabrizio Pezza ma la sorpresa più grande sono stati gli ospiti: Filippo Ballerini, fondatore del sito web “sportpiacenza.it” e Marco Pastonesi, giornalista de “La Gazzetta dello Sport” nonché padrino del sito “paneegazzetta.it”.

Sottolineando il rilievo che “La Gazzetta dello Sport” assume all’interno della tipografia italiana, (è questo infatti  il quotidiano più letto dagli italiani), Pastonesi non nega che “scrivere lo sport” (citazione dalla quale prende il titolo l’incontro) non sia per niente scontato specialmente ai giorni d’oggi. Al suo tempo, dopo essersi laureato in legge, Pastonesi aveva scritto e lavorato per molti giornali prima di giungere alle porte del celebre quotidiano sportivo. “Il giornalista è come il maiale” afferma “non si butta via niente”.

Avendo intuito dopo pochi anni dalle laurea la sua vera “vocazione” accettò di lavorare per quattro anni nella redazione di “Vougue Uomo”  e si trasferì  nella grande capitale per fare praticantato e per iscriversi all’Ordine dei Giornalisti.

Ciò che mi ha particolarmente colpito di questo incontro, che più che un incontro è apparso come una chiacchierata tra colleghi appassionati di sport, è stata la ricerca di un’educazione che ha come fondamento l’attività fisica; come, cioè, è possibile esprimere la propria emozione sportiva e soprattutto in che termini l’attività sportiva  può essere educativa?

Gli esempi più significativi non possono che essere le esperienze personali che talvolta vengono anche trasformati in libri. “Diario d’acqua” è un meraviglioso racconto di un nuotatore determinato e curioso che attraversando a nuoto i laghi ed i fiumi anglosassoni affronta tematiche assolutamente a passo con la società odierna quali l’inquinamento ed i nuovi metodi di comunicazione.

Ma la testimonianza che agli occhi di uno spettatore appare più autentica è sicuramente quella fornita dallo stesso Pastonesi.

Luglio 2006. Giro del Burkina Faso. Tradizione ciclistica adottata dai francesi che alcuni decenni prima avevano colonizzato questa zone del cono d’Africa. Si parte alle 8:00 di mattina perché in queste zone di Savana intorno all’ora di pranzo si rischia un’insolazione. È una corsa allo sbaraglio, i ciclisti danno tutto subito non conoscendo i ritmi dei tour europei, sono la bellezza di 85 kilometri di asfalto, tutti dritti, poi si curva e ci si butta nella selvaggia savana. Si vede di tutto: gomme bucate per la ghiaia, freni che saltano per i dossi che si trovano nella terra rossa. Tutta la popolazione è stretta intorno a questa frenetica competizione, l’unico spettacolo nazionale che offre lo stato. Dopo diversi minuti dal taglio del traguardo giunge alla soglia dell’arrivo l’unico corridore burkinabè acclamato tra la folla, l’emozione però, come in tante situazioni, ha la meglio. I freni non funzionano più  ed il povero ciclista finisce contro la macchina dell’ambulanza (almeno quello) cadendo sul lato destro e fratturandosi la testa, il braccio e la gamba, “perché il ciclismo è democratico” afferma Pastonesi “ se cadi dal lato destro ti fratturi tutto ciò che l’asfalto incontra”.

I giornalisti che abbiamo incontrato sono la prova che l’occuparsi di sport non significa “drogarsi” di sport, lo sport cioè non è solo l’attività agonistica in sé ma è l’emozione, l’adrenalina, la bellezza di raccontare storie di uomini e donne, la gola che ti si chiude quando vedi il vincitore tagliare il traguardo e dedicare la vittoria alla sua bimba.

Vivere e scrivere lo sport è anche difficile, perché non sempre si ha la capacità di dare la giusta interpretazione alle parole, alle mosse o ai comportamenti di ogni singolo sportivo; che il giornalista sia come il maiale o che il ciclismo sia democratico purtroppo io non posso ancora saperlo, quello che oggi mi sento di affermare è che per scrivere e per parlare di sport ci vogliono i nervi saldi, la determinazione, l’obbiettività e come ha detto Pastonesi la” pancia”.

Michela Negri

 

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