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Disegnare Topolino – Intervista a Primaggio Mantovi

Primaggio Mantovi nasce a Genova il 18 gennaio del 1945 e, all’età di nove anni, si trasferisce assieme alla famiglia a San Paolo (Brasile), dove tuttora risiede e lavora. Negli anni ’70, Primaggio inizia a disegnare fumetti Disney per la casa editrice brasiliana Abril; quasi contemporaneamente, egli crea il personaggio Sacarrolha, un simpatico clown.

Cosa ti ha fatto avvicinare al mondo dei fumetti?

Credo che sia stata l’ influenza di mio fratello (oppure un difetto di nascita), lettore apassionato di Topolino, Tex, Pecos Bill, Il Monello, Albi D’oro, e altri giornalini italiani degli anni 1950.

Come hai “incontrato” il mondo Disney?

Sicuramente, per mezzo di Topolino, Paperino e i cartoni animati, come Pinocchio, Dumbo, Bambi e, principalmente, Peter Pan, l’ ultimo che ho visto in Itália (nel giorno di Natale), prima di venire in Brasile (1954).

Che tipo di storie preferisci disegnare?

Oggi il mio stile preferito è l’umoristico, però all’inizio facevo fumetti di cowboy (sceneggiatura, disegni e inchiostrazione). Nel 1968 sono passato al campo umoristico appunto, per mezzo di Beetle Bailey (in Brasile, Recruta Zero), Topo Gigio, Sacarrolha (che significa Cavatappi – la mia prima creazione) e Disney (Topolino e Paperino), realizzando quasi sempre tutti i passaggi.

Qual è il personaggio che ti ha preso di più?

Realistico: il cowboy Rocky Lane (sconosciuto in Italia).
Umoristico: Beetle Bailey, Topolino e, ovviamente, Sacarrolha!

Negli anni 2000 è avvenuto un cambiamento di rotta, sbaglio?

No, Simone, non sbagli. Nel 2000 ho deciso di cambiare strada e cominciai a scrivere un libro sul genere Western, intitolato “100 Anni di Western” e pubblicato nel 2003. Nello stesso anno, ho scritto e lanciato “Curiosità del Western”. Nel 2004, ho iniziato “Walt Disney, L`Arte di Realizzare un Sogno”, interrotto nel 2007 per scrivere e lanciare “Il Centenario di John Wayne”. In seguito ho ripreso “Disney”, finalizzato nel 2010, con uscita prevista in aprile/maggio di quest’anno. Simultaneamente, ho lavorato con i fumetti, come traduttore (italiano-portoghese), sceneggiatore, maestro di disegno e sceneggiatura, interprete (di Ivo Milazzo e Eleuteri Serpieri), etc…

Cosa ne pensi delle storie italiane che hai disegnato nel ’98 e ’99 su testi di Nino Russo “Paperino e il gusto del lavoro” e “Paperino Cupido”?

In veritá, queste storie sono state disegnate da Luiz Podavin, un artista che lavorava nel mio “estúdio”, Primaggio Grupo de Arte. Nino Russo è uno fra i miei sceneggiatori preferiti.

Come trovi il team di autori Disney brasiliani?

“In gamba”, ma non tutti. Il mio preferito si chiama Paulo Borges.

Hai qualcosa da dire a proposito della parentesi “Zorro”?

Amante e esperto della serie Disney, è stata un’esperienza fantastica realizzare sceneggiature di Zorro! Penso di averne prodotte una trentina!

Preferisci Paperino o Topolino? Perché?

Topolino! Perché preferisco scrivere storie con molte pagine e, secondo me, Topolino è più adatto… Poi c’è Pippo, un personaggio fantastico che arricchisce qualsiasi sceneggiatura!

Sei autodidatta? Hai frequentato scuole di disegno? A quali grandi disegnatori del passato ti ispiri?

Ho frequentato un anno di scuola pubblicitaria, ma, nei fumetti, sono autodidatta. I disegnatori che mi ispirano? Sono tanti! Fra i realistici: John Culley Murphy, Alex Toth, Josè Luis Salinas. Umoristici: Carl Barks, Paul Murry (Fratel Coniglietto), Floyd Gottfredson (Topolino), Dik Browne, Mort Walker, Bill Watterson. E gli italiani: Giorgio Cavazzano, Gian Battista Carpi, Eleuteri Serpieri, Ivo Milazzo, Milo Manara, (Albert) Uderzo… e altri 500!

Se vuoi aggiungere qualcosa riguardante la tua biografia o la tua carriera, hai carta bianca.

Carissimo Simone, durante la mia carriera, iniziata nel 1964, ho avuto l’opportunità di lavorare con due grandi passioni: Fumetti e Cinema! Vita migliore? Impossibile!

Ti ringrazio per la collaborazione!

Non ringraziarmi, è stato piacevole!

Simone Cavazzuti

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Sveglia Piacenza! – Giovanni Castagnetti

Terza splendida e speciale puntata della nostra rubrica tutta piacentina!
La formula è sempre la stessa: 5 domande, 5 risposte. Niente censura, niente limiti: interviste nude e crude, belle e buone.

L’ ospite di oggi è Giovanni Castagnetti, Assessore al Futuro presso il Comune di Piacenza, uomo di mondo e motore della cultura piacentina.

1. Innanzitutto, qual è il tuo mestiere?

Da 4 anni ad oggi sono Assessore al Futuro presso il Comune di Piacenza con deleghe all’infanzia, alla scuola, alla formazione e alle politiche giovanili. Per poter svolgere al meglio questo incarico ho chiesto l’aspettativa dal mio abituale lavoro.

Sono, infatti, educatore professionale presso il Ser.T. (servizio tossicodipendenze) dell’AUSL di Piacenza, distretto della Val D’ Arda. La mia sede di lavoro è presso l’ospedale di Cortemaggiore.
Il servizio si occupa di diverse forme di dipendenze: tossicodipendenza da sostanze psicotrope, alcolismo, gioco d’azzardo patologico, ma anche di disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia).

Io nello specifico mi occupo soprattutto di tossicodipendenza.
Dalla presa in carico dei pazienti (primo colloquio) al loro accompagnamento durante le fasi del programma terapeutico (eventuale disintossicazione, colloqui durante le fasi successive, colloqui con familiari, eventuale inserimento lavorativo o inserimento in comunità terapeutica, ecc…) sono anche il riferimento per le persone in carcere che dichiarano di essere tossicodipendenti e che richiedono un percorso alternativo alla pena.

2. Cosa pensi di Piacenza? Quali sono i suoi pregi e i suoi difetti?

Piacenza, come tutte le città, ha delle caratteristiche proprie.
È di sicuro molto legata alla tradizione e quindi conservatrice, che a volte è un grande pregio (fa i passi necessari senza andare oltre le proprie possibilità), ma a volte non riesce a cogliere i pregi dell’innovazione. Di sicuro è una città dove la solidarietà è di casa ma viene svolta con il garbo e la misura di chi l’ha nel sangue quindi non è appariscente, ma molto concreta e incisiva.

Di questo dobbiamo esserne fieri. Se vogliamo vedere il rovescio di questa medaglia è che è molto frazionata in tante associazioni che a volte si sovrappongono nei propri scopi magari disperdendo energie preziose (ma questo appunto solo se vogliamo essere pignoli). Quello che osservo con stupore e orgoglio è che si stanno muovendo anche tanti giovani in diverse direzioni e obiettivi: dai diritti umanitari, alla solidarietà, al volontariato internazionale, ad interessi artistici in senso lato, nel mondo della scuola, ecc… .

3. Qual è il motivo per cui fai ciò che fai? Cosa ti spinge a faticare per migliorare la tua città?

Nel mio percorso di vita, per rimanere in tema con quanto detto sopra, ho condiviso con altre persone dei percorsi di impegno sociale: negli scout, in parrocchia, come obiettore di coscienza (svolgendo il servizio civile presso un doposcuola sostenuto dalla Caritas di Piacenza), anche con il mio lavoro (che ha delle implicazioni di grande contatto umano), all’interno dei soci di Banca Etica, ecc… .
In questo percorso ho cercato di mettere al centro delle mie attenzioni le relazioni umane e i bisogni delle persone nella convinzione che si possa davvero stare meglio se le persone stanno meglio con se stesse e con gli altri. Questa esperienza amministrativa, nata dalla mia adesione alla lista civica che ha sostenuto l’attuale sindaco (Roberto Reggi, ndr), l’ho intrapresa cercando di mettere al centro lo spirito di servizio che ho imparato nel percorso scout allargandolo a tutta la comunità piacentina rispetto a quella che poteva essere un gruppo più ristretto come ad esempio il gruppo scout o la mia parrocchia o il mio lavoro.

Devo ammettere che quello che sto facendo è faticoso. Ma ne vale davvero la pena.
Osservare che gruppi di giovani aderiscono ad iniziative oppure, se motivati, le propongono a loro volta è un grosso incentivo. Forse per mia natura personale, ho cercato di non essere troppo “istituzionale”, mettendomi molto in gioco durante le iniziative. È molto dispendioso ma, ho osservato, che questo ha accorciato molto la distanza tra una “amministrazione” e le persone, facendo sì che molte di queste ultime si attivino a loro volta.

4. Cosa diresti ai piacentini che criticano piacenza, accusandola di essere una città morta, ecc.. ?

Io penso che ormai sia un ritornello usuale dal quale si uscirà a fatica. Dico questo con dispiacere perché più vado avanti e più mi accorgo di quante e, molto spesso, belle cose, quante persone, enti, associazioni, esercizi commerciali si mettono in gioco nei campi più disparati. Chi è su facebook penso possa avere il polso della situazione.
Nella settimana in cui sto scrivendo (oggi è il 7 novembre) ci sono tanti e tali eventi (pubblici o privati) tra i quali bisogna fare una cernita e a malincuore dover rinunciare a qualcuno.

Solo per citare qualche numero legato ad attività del mio assessorato: dall’inizio dell’anno c’è stato “Tendenze d’inverno”, due serate che hanno fatto il pienone al Fillmore (almeno 2000 persone); a Spazio 4 l’evento Waiting Tor The Jingle (musica ed altro con almeno 3000 persone); 15 serate di concerti sempre a Spazio 4 (con un totale di 4000-5000 presenze); Tendenze Festival (6000 presenze); adesso ci apprestiamo a Tendenze Acustiche e vediamo come va. (curiosità: qui potrete trovare l’intervista a Nicola Curtarelli & 29100 Factory, organizzatori di questa marea di eventi)
Ma si può ricordare l’esperienza del Loft 51, gli aperitivi musicali, il Baciccia che propone eventi tutto l’anno, il Bullone, ecc… .
E questo solo in ambito musicale: dici poco? Lo sforzo che come cittadini e giovani dobbiamo fare è prestare attenzione, ed informarci meglio altrimenti le opportunità, tante, ci passano sotto il naso e non riusciamo a coglierle.

5. Concludendo, quali prospettive per il futuro vedi per Piacenza e, in generale, per il nostro Paese?

Questo è un tasto dolente. Le prospettive negative del Paese si riversano a livello locale e tutti i cittadini ne fanno le spese.
Non proprio tutti a dire il vero. Quello che si osserva è che si sta allargando sempre di più la forbice tra chi è possessore di ricchezze (che spesso diventa ancora più ricco) e chi o non ne ha oppure fino a ieri era nella condizione di “normalità” (viveva cioè  senza troppi fronzoli ma dignitosamente) e che ora sta arretrando nel suo abituale tenore di vita.

Di sicuro, pur dovendo far fronte a questa situazione economica con misure economiche adeguate, bisogna trovare le risorse per far intravedere uno sviluppo futuro. Far sì, in parole povere, che il progetto politico del Paese non sia sul consenso immediato, ma abbia un respiro più ampio, altrimenti si vivrà sempre nell’emergenza e nel qui ed ora.

Penso che Piacenza, nel suo piccolo abbia dimostrato che questo respiro ampio paghi e che si riescono a trovare le risorse per sostenere la parte sociale e i bisogni delle persone, ma anche si possono mettere le basi per un futuro dignitoso e con meno incognite.

Le parole chiave sono: scuola, ricerca, ma anche cultura e risparmio. E per quest’ultima intendo uno sforzo per investire su uno sviluppo urbanistico più a misura d’uomo e che tuteli l’ambiente ad esempio nell’ambito delle risorse rinnovabili. Da ultimo investire su processi culturali che si basino sulla eticità e sull’uguaglianza. E in questo campo, qui a Piacenza, possiamo davvero insegnare molte cose.

Riccardo Covelli

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La musica secondo Paolo Tofani: tra tecnologia, conoscenza, evoluzione e antropologia

Spesso in queste pagine si parla di musica, di concerti, di gruppi musicali, di eventi musicali in Italia.. Vi è mai capitato di parlare con una persona esperta in musica e di chiedergli magari qual è il suo punto di vista, e che questo vi faccia capire differenze tra passato e presente in un’ottica futura?

Vi propongo un’ intervista con Paolo Tofani, chitarrista del leggendario gruppo italiano AREA, che negli anni ’70 segnò la storia musicale “alternativa” del nostro Paese. Musica impegnata politicamente, molto legata alle contestazioni giovanili dell’epoca, ma anche connotata da una ricerca d’avanguardia colta e importante. Forse molti di voi potrebbero non aver mai sentito nominare gli Area e il loro geniale chitarrista Paolo Tofani, ma dopo aver letto questa profonda intervista ne sapranno certamente di più. 

So da quello che ho sentito che al tempo degli Area la musica ( e in particolare quella vostra musica) aveva un significato di rottura, anche di rivolta sociale … Oggi, alla luce della tua esperienza, come giudichi tutto questo?

Ogni momento storico ha i suoi segni che lo identificano e lo rendono unico nella storia dell’umanità. Gli anni 70 rappresentano l’ennesimo tentativo di soddisfare il desiderio di cambiare il sociale, di trovare stimoli nuovi per poter percorrere la strada della vita con basi diverse cercando di dare un senso all’idea di uguaglianza e giustizia sociale. I giovani come noi hanno percepito l’opportunità di essere parte in prima persona di questa rivoluzione di intenti e, attraverso la musica, ci siamo resi disponibili con la passione e l’irruenza che caratterizza da sempre l’uomo nella sua realtà giovanile. La musica degli AREA era dura, come la vita di tanti, le parole dei pezzi AREA erano dure , erano lo specchio delle contraddizioni sociali alimentate da un potere bigotto che, come oggi, relegava i giovani ad un ruolo marginale, togliendo  loro la capacita di esprimere i dubbi e le incertezze e le ingiustizie che caratterizzavano quel momento storico e che sono ancora presenti nella realtà odierna.

Tu mi chiedi come giudico tutto questo considerando il presente. A livello generale penso che tutto abbia lasciato un senso di sconfitta e profonda delusione. Molti dei giovani sono stati risucchiati dal sistema e grazie alla mediocrità intellettuale e alla mancanza di una leadership concreta, il tutto è imploso senza lasciare tracce ripercorribili nel futuro. Al contrario a livello personale è stato l’inizio di una serie di intuizioni che hanno maturato la consapevolezza di operare una svolta di coscienza individuale e quindi ritrovare l’uomo e la sua essenza. La scelta che ho fatto ha determinato un radicale cambiamento in relazione all’esterno e mi ha permesso di entrare in contatto con una realtà molto più intima, essenziale, che dopo il frastuono degli anni 70 ha radicalmente modificato il mio punto di vista, regalandomi una capacità di controllo e una tranquillità interiore di cui tutti hanno bisogno per affrontare le tante debolezze presenti nel sociale e nel singolo individuo. Quindi, tutto sommato, un’esperienza essenziale, dinamica, fondamentale, senza rimpianti ma ricca di stupendi incontri e forti emozioni.

Paolo, so che la musica è la tua grande passione, ci dedichi ore e ore, sperimenti suoni nuovi, incidi tuoi pezzi sempre più con suoni ricercati. Com’è iniziata la tua passione?

L’uomo, fra tutte le creature presenti in quest’universo, è l’unico che ha la facoltà di fare delle scelte, scelte che determineranno il suo percorso esplorando se stesso e ciò che lo circonda. Chi si limita a mangiare, dormire, difendersi e riprodursi ha la stessa coscienza di un animale e sta sprecando l’opportunità di cercare di conoscere le diverse verità capaci di arricchire la sua coscienza e dare qualità alla sua esistenza. Quindi la ricerca e la passione che la alimenta sono componenti naturali dell’uomo, e io, fino a prova contraria, sono un uomo.

Sento dire in giro che c’è una crisi del mondo discografico. La gente scarica tutto su internet invece che comprare i dischi. Secondo te, perché tutto questo avviene?

Questa tendenza rappresenta il declino della qualità nella nostra società attuale, un po’ come il ” tutto subito” dei movimenti autonomi nel 1970. La qualità necessita di tempo, intelligenza e sensibilità; oggi nessuno ha tempo, vogliono tutto subito e lo divorano con una fame insaziabile che non li soddisferà mai, ma, nonostante ciò, continuano a consumare inebriati dal profumo della mediocrità.

Ho assistito e ho ascoltato i tuoi pezzi (sia con gli AREA che da solista) e quello che “m’è arrivato dentro” è che c’è sempre una voglia di cambiare, di evolversi, ma restando sempre nell’ottica della musica sperimentale. Alla luce di queste cose che ho detto, qual è la tua “musa” ispiratrice? A cosa ti ispiri?

La musica è un mezzo formidabile di comunicazione. La musica supera le barriere del fondamentalismo religioso, sociale e politico. La musica riempie i vuoti creati dalle debolezze umane. La musica non ti tradisce mai e non ti lascia mai solo. Ma, al contrario, ha un potere aggregante potentissimo e infallibile.

La musica è la mia musa ispiratrice …

Ora tu, nei live da solista e con gli Area, utilizzi il programma Logic Pro ( programma di registrazione di brani musicali) di Macintosch con il MacBook, alta tecnologia veloce e moderna. Riesci a riprodurre suoni incredibili, particolari, miracolosi. Prima, quando non c’erano Logic Pro e i MacBook, come facevi a riprodurre tutti quei suoni?

La tecnologia ha due facce, la prima regala al ricercatore serio l’opportunità di trovare soluzioni incredibili che sono in linea con i suoi bisogni creativi e che sfrutta le sue molteplici complessità per raggiungere modelli di comunicazione di vario genere in accordo alla sua visione. La seconda invece è quella dove essa prende il controllo e dà al musicista neofita l’illusione di essere un grande artista capace di grandi alchimie, ma che in realtà, non conoscendo i principi di base della generazione e manipolazione del suono, è solo vittima dei pre-sets forniti dalla macchina e quindi si riempie di mediocrità e mancanza di personalità. Io credo di appartenere alla prima categoria e quindi ho sempre cercato di utilizzare la tecnologia in accordo alle mie esigenze creative usando ciò che era disponibile in quel momento. Analizzando i grandi contemporanei come John Cage, Luciano Berio, Karlheinz Stockausen ecc. possiamo constatare che, nonostante la mancanza di elementi tecnologici sofisticati come nel nostro presente, ci hanno regalato emozioni incredibili con la loro musica.

E` l’uomo che fa la musica, non la macchina.

Vorrei sapere, dato che tu hai esperienza in ambito musicale, cosa si impara suonando con musicisti provenienti da generi diversi ( jazz, rock, blues, pop, ecc …)? Ci sono dei vantaggi secondo te?

Condividere esperienze musicali diverse è una buona cosa, allarga la visione creativa e crea interessantissime relazioni sia dal punto di vista musicale che umano, stimolando così il desiderio di andare in profondità nell’ analisi delle differenze.

Cosa consigli ai gruppi emergenti moderni che sono alla ricerca di una verità musicale?

Prima bisogna trovare se stessi, perché l’uomo è più importante della musica. La qualità della musica è direttamente proporzionale alla coscienza di chi la fa. Le due strade possono essere vissute in un modo parallelo sotto la guida di un maestro di vita.

                                                               Leonardo Marchini

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