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Buona Pasqua!

Pochi sanno che, qualche decina di anni fa, una sezione del classico del nostro liceo decise di intitolare il giornale della scuola a John Hawkwood, paladino inglese vissuto nel XIV secolo, conosciuto appunto in Italia con il nome di “Giovanni Acuto”.

Oggi, a distanza di qualche decennio, l’Acuto rimane l’unico ed inimitabile giornale ufficiale del nostro istituto e vanta una redazione “da urlo”. È proprio a nome di questa fantastica redazione, ed a nome mio ovviamente, che faccio tanti auguri pasquali a tutti i nostri lettori (gioiosi e non).

In questo giorno speciale, tipico della tradizione cristiana, entrato ormai nel calendario universale delle festività (quasi alla stregua di Natale), vi invito a riflettere sulla nostra giovane età, sui nostri progetti futuri e sulle scelte che ogni giorno ci capita di fare.

Un forte abbraccio,
Simone Cavazzuti

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Tutto su mia madre

Tutto su mia madre è il film capolavoro scritto e diretto da Pedro Almodóvar nel 1999 al vertice della sua maturità artistica. È una dedica “a tutte le attrici che hanno interpretato delle attrici, a tutte le donne che recitano e a tutte le persone che vogliono essere madre”.

Il testo teatrale, basato sulla sceneggiatura originale del regista spagnolo, è stato adattato da Samuel Adamson.

Manuela (Elisabetta Pozzi), la protagonista della storia, ha un’esistenza poco ordinaria. Nel corso della sua vita ha fatto tante scelte, una più difficile dell’altra: quella di rimanere accanto all’uomo che amava anche dopo la trasformazione che l’ha portato ad avere un paio di tette più grosse delle sue; quella di fuggire lontano, sparire senza lasciare traccia si sé, nel momento in cui si rende conto di essere incinta. Quella di crescere suo figlio Esteban (Alberto Onofrietti) da sola, di non dirgli nulla di suo padre, chi fosse, cosa facesse né il perché della sua assenza…

Un giorno suo figlio la mette con le spalle al muro ed esige da lei le risposte a tutte le domande che da diciassette anni gli risuonano in testa. Manuela si rende conto di non poter più fuggire e gli fa una promessa, quando però è il momento di mantenerla è ormai troppo tardi, improvvisamente è un’altra vita. Manuela scappa di nuovo. Un profondo senso di colpa la porta a intraprendere un viaggio, a confrontarsi col passato e andare alla ricerca di quel padre, a cui poter finalmente raccontare tutto di suo figlio. In questo viaggio incontra altre donne in bilico sul ciglio della vita, ognuna col suo dolore che gli morde il petto, ma tutte con una visione ironica della propria esistenza, una sorta di basso continuo in questa sinfonia per anime sole.

Incontra la famosa attrice Huma Rojo (Alvia Reale), un’icona per suo figlio Esteban, e scopre che nella vita privata è un’anima in pena, alla continua rincorsa di un amore malato verso una ragazza molto più giovane di lei, Nina (Giovanna Mangiù), fragile, in fuga da ogni cosa, prima di tutto da se stessa. Incontra Suor Rosa (Silvia Giulia Mendola), un’anima complicata che non vuole rinunciare a credere all’esistenza di un amore incondizionato che non si aspetti nulla in cambio. In parallelo Rosa vive il conflitto con sua madre (Paola Di Meglio), una donna apparentemente anaffettiva, ma che in realtà è soltanto indurita dalla vita. Incontra Agrado (Eva Robin’s), travolgente amica trans, spirito franco, convinto che nella sua vita di autentico ci siano soltanto i sentimenti e il silicone.

Manuela diventa necessaria a ciascuna di loro e in qualche modo inizia a imparare di nuovo a fare cose che possano durare nel tempo.

Tutti gli attori hanno saputo rendere la storia del film di Almodóvar con i suoi temi (come: la maternità, la paternità, l’omosessualità, uomini che diventano donne, ecc.) divertente e interessante. Lo spettatore è, dunque, coinvolto e indotto a riflettere sulle tematiche proposte. Qui il teatro ha proprio la funzione di luogo dentro cui poter ricostruire le domande alle mille risposte che pensiamo di possedere; perché aiuti l’uomo a stare con l’uomo; lo incoraggi a prendere parte di una comunione, a un rito collettivo; perché attraverso lo spaesamento e lo spiazzamento dai luoghi comuni possa capire cosa diavolo sta succedendo in questo mondo.

Leonardo Marchini

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Guarda le stelle

Giovedì 23 Febbraio, ore 21.00 – Sono seduta al President di via Manfredi, in attesa che cominci lo spettacolo “ Guarda le stelle”, nato dalla collaborazione tra i bambini della 5° C  della scuola elementare Pietro Giordani e la compagnia dei “Sulutumana”. Il ricavato andrà in beneficenza a Casa Morgana, per il Servizio d’ Animazione presso il reparto di pediatria dell’ Ospedale di Piacenza.

Sul palco sono disposte tante tele realizzate dai ragazzi, raffiguranti personaggi de “ Il Piccolo Principe”, celebre romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, attorno a cui ruoterà l’intero spettacolo. I bambini, trepidanti e impazienti che la rappresentazione cominci, faticano a stare fermi, e alcuni scorazzano di qua e di là incapaci di tenere a freno l’emozione. Li osservo, invidiandoli un po’, ripensando a come, da piccoli, tutto sembri nuovo, unico, meraviglioso.

Finalmente le luci si abbassano, tutti si siedono e gli attori fanno il loro ingresso sul palco.

I “Sulutumana” ci mettono pochissimo  a scaldare la scena, alternando pezzi musicali a scenette comiche e letture di passi selezionati da “ Il Piccolo Principe”. La collaborazione con gli alunni della 5° C è subito evidente: i bambini intervengono, conversano con gli animatori e sono spesso chiamati a cantare. Rimango colpita dalla capacità degli attori di fondere così bene serietà ed entusiasmo, riflessione e carisma, silenzio e musica, in un modo naturale e spontaneo che solitamente riesce solo ai bambini.

Sorrido per tutto il corso della rappresentazione: le frasi del libro, tra l’altro il mio preferito, riescono  a smuovere il cuore, riportando indietro nel tempo, a quando le cose importanti erano i fiori e le pecore.

Il Piccolo Principe porta sempre un po’ di magia a chi lo ascolta parlare, riuscendo a coinvolgere grandi e piccoli, ricordando ai primi la gioia dell’infanzia, la forza della fantasia,  l’incanto delle piccole cose, e invitando i secondi a non perdere mai la voglia di scoprire, a essere curiosi di tutto e a non lasciare mai che il mondo degli adulti conquisti la loro mente.

I ragazzi, seduti nelle prime file, ridono e applaudono, ancora troppo giovani e spensierati per cogliere quella nota nostalgica che invece gli adulti, ma anche solo gli adolescenti come me, avvertono.

Siamo alla fine, un’ ultima canzone, poi tutti a casa. I “Sulutumana” chiamano i ragazzi sul palco per chiudere insieme lo spettacolo, e intonando “La conta che si canta” ci danno la buonanotte.

Esco dal teatro serena e contenta, le note delle canzoni, le parole di Saint-Exupery, le risate dei bambini ancora riecheggiano nella mia testa. “L’essenziale è invisibile agli occhi” , diceva la volpe, ma credo che in occasioni come questa tutto diventi, anche se per poco, visibile.

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Scrivere lo sport: un lavoro di “pancia”

Lunedì 16 gennaio nell’aula consiglio del liceo Gioia si è svolto, sotto la dirigenza della Professoressa Ciocchi, un incontro rappresentativo della convenzione Coni:  possibilità che viene offerta agli studenti dell’istituto che praticano uno sport a livello agonistico (per più di otto ore settimanali) di essere giudicati in base al raggiungimento di determinati traguardi sportivi.

All’incontro hanno partecipato i ragazzi del triennio che godono della convenzione, tutti i professori di educazione fisica, la preside Gianna Arvedi ed il vicepreside Fabrizio Pezza ma la sorpresa più grande sono stati gli ospiti: Filippo Ballerini, fondatore del sito web “sportpiacenza.it” e Marco Pastonesi, giornalista de “La Gazzetta dello Sport” nonché padrino del sito “paneegazzetta.it”.

Sottolineando il rilievo che “La Gazzetta dello Sport” assume all’interno della tipografia italiana, (è questo infatti  il quotidiano più letto dagli italiani), Pastonesi non nega che “scrivere lo sport” (citazione dalla quale prende il titolo l’incontro) non sia per niente scontato specialmente ai giorni d’oggi. Al suo tempo, dopo essersi laureato in legge, Pastonesi aveva scritto e lavorato per molti giornali prima di giungere alle porte del celebre quotidiano sportivo. “Il giornalista è come il maiale” afferma “non si butta via niente”.

Avendo intuito dopo pochi anni dalle laurea la sua vera “vocazione” accettò di lavorare per quattro anni nella redazione di “Vougue Uomo”  e si trasferì  nella grande capitale per fare praticantato e per iscriversi all’Ordine dei Giornalisti.

Ciò che mi ha particolarmente colpito di questo incontro, che più che un incontro è apparso come una chiacchierata tra colleghi appassionati di sport, è stata la ricerca di un’educazione che ha come fondamento l’attività fisica; come, cioè, è possibile esprimere la propria emozione sportiva e soprattutto in che termini l’attività sportiva  può essere educativa?

Gli esempi più significativi non possono che essere le esperienze personali che talvolta vengono anche trasformati in libri. “Diario d’acqua” è un meraviglioso racconto di un nuotatore determinato e curioso che attraversando a nuoto i laghi ed i fiumi anglosassoni affronta tematiche assolutamente a passo con la società odierna quali l’inquinamento ed i nuovi metodi di comunicazione.

Ma la testimonianza che agli occhi di uno spettatore appare più autentica è sicuramente quella fornita dallo stesso Pastonesi.

Luglio 2006. Giro del Burkina Faso. Tradizione ciclistica adottata dai francesi che alcuni decenni prima avevano colonizzato questa zone del cono d’Africa. Si parte alle 8:00 di mattina perché in queste zone di Savana intorno all’ora di pranzo si rischia un’insolazione. È una corsa allo sbaraglio, i ciclisti danno tutto subito non conoscendo i ritmi dei tour europei, sono la bellezza di 85 kilometri di asfalto, tutti dritti, poi si curva e ci si butta nella selvaggia savana. Si vede di tutto: gomme bucate per la ghiaia, freni che saltano per i dossi che si trovano nella terra rossa. Tutta la popolazione è stretta intorno a questa frenetica competizione, l’unico spettacolo nazionale che offre lo stato. Dopo diversi minuti dal taglio del traguardo giunge alla soglia dell’arrivo l’unico corridore burkinabè acclamato tra la folla, l’emozione però, come in tante situazioni, ha la meglio. I freni non funzionano più  ed il povero ciclista finisce contro la macchina dell’ambulanza (almeno quello) cadendo sul lato destro e fratturandosi la testa, il braccio e la gamba, “perché il ciclismo è democratico” afferma Pastonesi “ se cadi dal lato destro ti fratturi tutto ciò che l’asfalto incontra”.

I giornalisti che abbiamo incontrato sono la prova che l’occuparsi di sport non significa “drogarsi” di sport, lo sport cioè non è solo l’attività agonistica in sé ma è l’emozione, l’adrenalina, la bellezza di raccontare storie di uomini e donne, la gola che ti si chiude quando vedi il vincitore tagliare il traguardo e dedicare la vittoria alla sua bimba.

Vivere e scrivere lo sport è anche difficile, perché non sempre si ha la capacità di dare la giusta interpretazione alle parole, alle mosse o ai comportamenti di ogni singolo sportivo; che il giornalista sia come il maiale o che il ciclismo sia democratico purtroppo io non posso ancora saperlo, quello che oggi mi sento di affermare è che per scrivere e per parlare di sport ci vogliono i nervi saldi, la determinazione, l’obbiettività e come ha detto Pastonesi la” pancia”.

Michela Negri

 

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