Archivio dell'autore: Riccardo Bassi

Ho visto l’inferno e m’è piaciuto

Piove. Piove e ho lasciato l’ombrello a casa. Piove, ho lasciato l’ombrello a casa e devo raggiungere i Teatini per una conferenza. Piove, ho lasciato l’ombrello a casa, devo raggiungere i Teatini per una conferenza e sono in via Taverna. Ho in mano uno dei tantissimi programmi del Festival del Diritto che mi sono procurato; questo, forse per la pioggia, forse per la fretta, mi pare più rovinato degli altri. Butto un occhio sulle ultime due pagine, osservando la cartina con i luoghi del Festival, e  giungo alla rapida conclusione che il riparo più vicino sia in quel dell’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Riparo. A questo punto scorro fino agli eventi di sabato 29. Sono le sei e dieci. Vedo con immenso piacere che è iniziata una conferenza da appena dieci minuti. Scopro con estremo rammarico che non è una conferenza, ma una lettura collettiva di poesie, che hanno qualcosa a che fare con l’Inferno. O forse con Auschwitz. Poco importa, la pioggia aumenta d’intensità. Io ci vado, poi vedo.

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Il decennio più lungo della storia

È strano doversi domandare quando inizi o finisca un decennio: solitamente, per definizione, dura dieci anni. Eppure gli Anni 70 (si, Anni con la “A” maiuscola) iniziano ben prima del 1 gennaio 1970: iniziano forse dalle lotte studentesche del ’68, forse con lo scoppio della guerra in Vietnam, forse con l’erezione del Muro di Berlino, forse in migliaia di altre circostanze.
Fatto sta che questi “anni affollati”, come li definisce Giorgio Gaber, sottolineandone la tendenza al definire il soggetto non più come individuo, quanto come membro di una società, sono stati una brutale adolescenza, un preambolo violento a quella che è la realtà dei giorni nostri. Sono gli anni in cui abbiamo perso la nostra innocenza, come disse in occasione della strage di Piazza Fontana Mario Moretti, l’allora leader delle Brigate Rosse, alludendo all’inizio di un periodo di violenze “giustificate”. Continua a leggere

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The importance of being an idol

Quando intervisti una persona e questa esordisce dicendo: “Il mio è un lavoro di secondo piano, nessuno fa caso più di tanto a quello che faccio” capisci che l’intervista andrà bene. Capisci di aver a che fare con una persona umile, coi piedi per terra, disposta al confronto. E capisci che nonostante sia la tua preside, e ti tremino le mani e la voce dall’agitazione, dalla paura di fare una domanda sbagliata, forse essere lì ne valga la pena. Parlare con la Professoressa Arvedi vuol dire anche questo.

Le rispondo con una verità che appare mascherata da menzogna ben educata, quando le dico che in realtà nella mia esperienza scolastica degli ultimi quattro anni la figura della preside sia stata per me, come per molti altri studenti del Gioia, un simbolo carismatico e non solo: mi sono sempre vantato di frequentare un istituto che, con i suoi tanti difetti, è sotto la guida di una persona competente, che guarda sempre avanti nelle sue scelte, ed opera per il bene dei suoi studenti.
Ora la smetto con questo sproloquio stilnovistico da lecchino (si può dire, non è una parolaccia?) e vi racconto cosa ci ha detto.

 

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Perchè, Inter?

Perchè una squadra passa nel giro di due anni dall’essere la più forte del mondo a dimenarsi nelle posizioni di metà classifica? Perchè cambia tre (almeno per il momento) allenatori in una stagione? Perchè si riduce ad avere in rosa gli scarti di altre squadre? Analizziamo insieme questa profonda crisi in cui è caduta la squadra milanese.

In primo luogo va considerata la scelta dell’allenatore per l’inizio della stagione, il tanto discusso Mister Gasperini; per chi come me ha la testa più piena di memorie calcistiche che di formule matematiche sarà facile ricordare che l’allenatore piemontese risultava la quarta scelta del presidente Moratti, dopo i nomi di Guardiola, Bielsa, Mihajlovic e Delio Rossi. Se si conta anche la sussurrata possibilità dell’arrivo di Villas Boas sulla panchina nerazzurra, Gasperini diventerebbe addirittura la quinta scelta. Solamente questo fatto dovrebbe fare riflettere. Inoltre il tecnico ex genoano apparve sin dalle prime battute poco adatto per iniziare un nuovo ciclo: dopo quattro sconfitte ed un pareggio, il fallimento del progetto risultò evidente a tutti, e un cambiamento fu necessario.

 A questo punto è necessario fare una pausa di riflessione, che probabilmente avrebbe dovuto fare anche Massimo Moratti ad ottobre (o forse anche prima): la rosa dell’Inter è per lo più composta da giocatori ultratrentenni, dotati ormai di una certa esperienza calcistica, che giocano insieme da anni, e benissmo in grado di schierarsi da soli in campo: la vera necessità della squadra quindi non stava (e non sta tutt’ora) in un bravo allenatore, con grandi capacità tattiche, bensì in un motivatore, come lo era stato l’anno precedente Leonardo, uno più vicino alla sfera emotiva di quella tattica. Detto ciò, la scelta per il post-Gasperini sarebbe potuta cadere su vari di questi personaggi, ad esempio Luis Figo o Walter Zenga. Invece la società decise di mantenere la stessa linea di pensiero, decidendo per un altro allenatore “statico”: Claudio Ranieri, l’arcinemico, l’uomo che per anni le aveva mandate a dire alla beneamata, l’ex allenatore di Juve e Roma, colui che “osava” contraddire Josè Mourinho. Apparentemente il cambio di panchina giovò alla squadra, che con una serie positiva di 8 vittorie, tra cui l’1-0 nella stracittadina con i cugini del Milan, si riportò in piena lotta per le prime posizioni. Dopodiché accadde l’inimmaginabile (o forse non così tanto?): una crisi peggiore di quella dell’era Gasperini, un’infinita serie di sconfitte costata alla squadra nel giro di un mese l’eliminazione da Champions League, Coppa Italia, e la perdita di contatto con la vetta della classifica; a culminare ciò troviamo l’impietosa sconfitta della settimana scorsa per 2-0 contro l’ancora imbattuta Juventus, a seguito della quale la società di Corso Vittorio Emanuele ha deciso per la seconda volta nel giro di pochi mesi di optare per una cambio di allenatore. Questa volta la scelta è caduta su Andrea Stramaccioni, giovane allenatore della primavera, sicuramente più vicino dei suoi due predecessori alla figura del “motivatore” che prima vi definivo, il quale probabilmente senza infamia e senza lode condurrà la squadra verso un mediocre e piuttosto deludente finale di stagione (non mi illudo di poter raggiungere il terzo posto). Quest’ultima scelta appare decisamente come un ripiego alla bell’e meglio, nel tentativo di limitare i danni prodotti da un sei mesi abbondanti di gestione sociale e tecnica piuttosto scadenti, le quali erano invece state negli ultimi anni due dei tasselli chiave per la costruzione di una squadra formidabile e ormai passata alla storia.

Come appena detto, un altro motivo di questa crisi va ricercato nella pessima gestione della squadra da parte della società, specialmente in quello che è stato il calciomercato. Sia che si tratti di acquisti che di cessioni gli aggettivi per descrivere le mosse di mercato sono i medesimi: inadeguate e scriteriate.

Partiamo dai giocatori che sono partiti, prima nel mercato estivo e poi in quello di gennaio: la mossa di cedere Eto’o, sebbene dietro ad una cospicua controparte economica, è stata certamente azzardata. A quel punto l’acquisto di un degno sostituto pareva obbligatorio, ma la società decise di andare al risparmio (ma neanche troppo) integrando nella rosa un ex giocatore come Diego Forlan e un giocatore da campetto dell’oratorio, di quelli che con il pallone hanno un rapporto incestuoso e infruttuoso, come Mauro Zarate. Decisioni discutibili, visti poi i risultati, amplificate dall’acquisto di un nugolo di giovani di belle speranze, pagati la modica cifra di qualche milione, che dopo tre quarti abbondanti di stagione non hanno ancora ripagato le attese. Aggiungiamo pure la cessione a gennaio di uno dei pilastri del centrocampo come era Thiago Motta, sostituito da un ormai arzillo Angelo Palombo, e la situazione che ci appare è questa: si è speso tanto, si e acquistato male, si è venduto peggio.

Non fateci troppo caso, noi dell’Inter ci siamo abituati: siamo quelli che hanno pagato 15 miliardi di lire per comprare Sorondo, siamo quelli che hanno venduto Roberto Carlos perchè “era vecchio”, siamo quelli che hanno preso Kanu, gli hanno pagato le cure mediche, e lo hanno fatto andare via lamentandosi dello stipendio; siamo quelli che hanno rifiutato lo scambio Ronaldinho-Recoba, definendoli due giocatori simili, ma almeno il Chino tirava le punizioni.

Siamo pazzi, e ci amiamo per questo; presto o tardi torneremo a poter vincere ma, inesorabilmente, troveremo una scusa per non farlo. E ci ameremo ancora di più.

Riccardo Bassi

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Diamante Pazzo continua a brillare

Capita. O per lo meno, a me capita spesso. Mi capita spesso di sentire un pezzo alla radio, di sentire lo speaker che ne annuncia l’autore, e di mettere quel nome in un angolo del cervello. E lo lascio lì, non ci faccio niente. Magari, mesi dopo, lo sento nominare ancora, in una conversazione, in un articolo, e dico: “Ah, si, è quello che ha fatto…“.

Syd Barrett è uno di questi, che senti nominare, ma non sai mai bene chi sia; per molti non è nessuno, per altri è “quello dei Pink Floyd che c’era all’inizio“, per alcuni sono quegli occhi stralunati che talvolta compaiono in qualche foto su “Rolling Stone“; per pochi, come me, Syd Barrett è l’espressione più pura della musica, la rockstar per antonomasia.

Non è un musicista, è un artista. E non nel senso che le sue canzoni sono opere d’arte (quello arriverà dopo), ma nel senso che studia ad un accademmia d’arte e, fondamentalmente, per la prima parte della sua vita fa il pittore. Certo, suona la chitarra, ma non è quello che può essere definito un buon chitarrista. Anzi, veniva universalmente riconosciuto come un chitarrista scadente, di quelli che sì, la chitarra la sanno tenere in mano, ma più di un arpeggio stonato non riescono a fare (come del resto il sottoscritto). E qui sta la bellezza di Syd Barrett; e qui sta anche la bellezza della musica.

Molto spesso la magia della musica sta in quattro accordi strimpellati e ripetuti nella loro purezza e semplicità all’infinito, piuttosto che in un assolo “strappamutande” di un quarto d’ora tecnicamente perfetto. In una canzone l’importante è ciò che si esprime, le emozioni che si trasmettono al pubblico, piuttosto che far mostra spudoratamente delle proprie abilità.

Su questo fondamento si fondò la musicalità di Syd Barrett, e di conseguenza dei Pink Floyd, per la seconda metà degli “amazing” anni ’60.

Siamo nel 1967, e a questo punto la storia del nostro protagonista sfocia nel tragicomico : una cartolina grottesca del trinomio  “sesso, droga e rock’n’roll”. In quest’anno i Floyd finalmente sfondano con “The Piper at the Gates of Dawn”, diventando un gruppo di fama internazionale. Il giovincello di Cambridge non regge il colpo, e crolla, impazzisce nel vero senso della parola, aiutato da ingenti quantità di qualsiasi cosa riuscisse ad iniettarsi in vena. Syd diventa apatico, vaga senza meta per le strade di Londra in pigiama, si rifiuta di suonare durante i concerti, si chiude in se stesso. A questo punto (siamo nel 1968) diventa inevitabile il distacco dalla band.

Per quarant’anni Roger Keith Barrett ha vissuto nel baratro della schizofrenia, alternando momenti di crisi profonda a periodi di folle lucidità, nei quali continuò a fare l’unica cosa che gli sia sempre riuscita bene: suonare male la chitarra, senza essere nulla di più di un Diamante Pazzo che continua a brillare, un’anima sperduta che nuota in una vaschetta per pesci.

Riccardo Bassi

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Lui, intanto, va avanti

Ricordo bene quando arrivai in questa scuola, schierato con la maglia del Che ed i jeans strappati; volevo fare la rivoluzione, volevo picchiarmi con i poliziotti, volevo protestare. Non ero altro che un bambino capriccioso con una bandiera rossa in mano. Poi, col passare del tempo, questa furia, questa voglia di ribellione, sono andate via via scemando, sostituite da una pacata rassegnazione e da una sfiducia incolore.

Lui invece, nonostante tutto, va avanti a combattere. Va avanti a combattere anche se la scuola (superiore, per lo meno) l’ha finita da un pezzo. Va avanti a combattere in una maniera diversa da quella che intendevo io, con discorsi invece di insurrezioni, petizioni al posto dei fumogeni.

Lui si chiama Niccolò Morelli, e se come me siete più vicini alla fine del liceo che all’inizio lo conoscete bene, e sapete che è stato ed è tutt’ora uno dei personaggi più discussi del Gioia negli ultimi anni. Ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchere virtuali con lui l’altro giorno, e ho pensato di condividere la conversazione con voi.

Tutto inizia quando gli chiedo…

Sei pronto ?

Credo di sì. Quanto sarà imbarazzaante la cosa ?

Molto poco spero.

Ok, andiamo.

D’accordo. Prima cosa, sei mai stato intervistato prima  d’ora?

Si, l’ultima volta che sono stato intervistato è stato l’anno scorso dall’Acuto, mi sembra dalla Beatrice Cristalli o dalla Marghe in qualità di rappresentante. Diciamo mi ero preparato bene soltanto una domanda: mi avevano chiesto se ero favorevole alla autogestione o all’occupazione, proprio mentre stavamo programmando l’autogestione e non tutti erano favorevoli.

Sai che tutti si aspettano che questa intervista vada inevitabilmente a finire sull’argomento “politica”, vero?

Beh, ormai ci sono abiutato. Voglio vedere per quante domande riuscirai a trattenerlo l’argomento  “politica“.

Immagino che dopo tutto questo tempo a parlare sempre e solo di riforme dell’istruzione, scioperi, diritti degli studenti, tu abbia anche un po’ voglia di cambiare argomento. C’è qualcosa di cui vorresti parlare ma non hai mai avuto opportunità di farlo?

Si, più che altro è una cosa che non sono mai riuscito a fare cioè dei ringraziamenti; non sono mai riuscito a ringraziare chi mi ha accompagnato nel percorso che come tu hai elencato prima è stato pieno di lotte, di dibattiti, di confronti. In particolare Gigi, Jimmy, la Vittoria, Michele, la Silvia, e tutti gli udiessini sparsi per il Gioia che mi hanno dato una mano enorme e che adesso stanno facendo un lavoro egregio.

Un mucchio di gente quindi.

Si, è la cosa di cui vado più orgoglioso: ho fatto moltissimi sbagli, ma se c’è una cosa di cui vado fiero è quello di aver contribuito a rilanciare la partecipazione degli studenti.

Beh, io ho fatto tre anni di liceo in cui tu sei sempre stato al centro delle vicende scolastiche, e tutt’ora sei un personaggio ambiguo dell’ambiente Gioia, capace di dividere gli studenti in chi ti odia e chi ti ama. Indubbiamente però quello che hai appena citato è stato un tuo grande merito. Come hai fatto?

Mettendoci la faccia nel bene e nel male: in terza ho iniziato candidandomi con una lista sinceramente imbarazzante come la “Lista Chuck Norris”, poi però ho iniziato ad interessarmi dei temi della scuola con una raccolta firme per la palestra del Gioia, che raccolse in meno di due settimane 1600 firme tra studenti e genitori e che ha permesso una fase di dialogo tra provincia e scuola. Poi ho fondato l’Unione degli Studenti a Piacenza, convinto che, come recita lo slogan dell’ “Altra Lista”, una scuola diversa non fosse solo necessaria ma anche possibile. Queste sono state le tappe fondamentali, ma c’è sempre stato un grandissimo lavoro dietro, per stilare il programma dell’Altra Lista facevamo riunioni fino alle otto di sera. Però arrivati ad oggi lo dico senza problemi: ne è valsa la pena, perchè siamo riusciti a coinvolgere tanti studenti ed è questa la chiave fondamentale della buona rappresentanza al Gioia, che si vede ogni giorno sul vostro gruppo su facebook (comunque su quel gruppo siete cattivissimi).

In effetti, siete riusciti a far tornare la voglia di votare a uno sfiduciato nella politica come me…

A maggior ragione dico che ne è valsa la pena. Però bisogna sempre fare attenzione: basta un attimo e tutto questo percorso va in frantumi. Siete voi che dovete essere vigili su ciò che fanno i rappresentanti, come su quello che fanno i professori; tutti devono essere corretti con tutti (e tutte).

Questa esperienza, di rappresentante prima di istituto poi di consulta, e in seguito di capo di un movimento, cosa ti ha lasciato?

Tanta nostalgia. Adesso che mi occupo del movimento più a livello nazionale devo dire mi mancano molto i duelli di dialettica con la preside, oppure i richiami del vicepreside Pezza, le ore passate in bidelleria e spettegolare con Carmen e Antonio. Mi manca anche il movimento a Piacenza. Lo seguo ancora molto, però tra le altre cose dovrei anche studiare un po’.

Immagino… visto che sei arrivato a parlare di quello che fai adesso, come hai vissuto questo passaggio, dal liceo all’università, da livello provinciale a livello nazionale?

L’università è un altro mondo, dinamiche molto diverse e siccome ormai ho una deformazione professionale, partecipazione studentesca sotto i piedi. Fortunatamente faccio una cosa che mi piace molto: sociologia, lo studio della società e mi appassiona un sacco. Per quanto riguarda del passaggio dal provinciale al nazionale si tratta di un bel salto: la possibilità di conoscere tantissimi studenti e studentesse di tutta Italia e la possibilità di confrontarsi con il nuovo ministro dell’Istruzione sono esperienze uniche. Tra le altre cose (e questo è abbastanza uno scoop) ha approvato una nostra proposta di una legge quadro sul diritto allo studio.

Del tipo?

Del tipo che gli abbonamenti per i trasporti per gli studenti saranno a prezzi più vantaggiosi e i libri di testo non avranno più prezzi assurdi, saranno garantite aulee autogestite all’interno delle scuole, così come la possibilità di accedere a servizi culturali (musei, teatri…) con prezzi ancora più vantaggiosi per gli studenti e, dulcis in fundo, un miglioramento dell’erogazione delle borse di studio.
Questo grazie a finanziamenti di 2 miliardi di euro che sono stati “trovati” nei bilanci del ministero ma a cui mancavano delle firme e che erano ormai nel dimenticatoio.

Una piccola rivoluzione, quindi?

Direi di si. Almeno Profumo non si mette ad urlare come faceva la Gelmini quando gli veniva proposta una legge del genere. Una piccola critica a Miss Neutrina la dovevo fare, altrimenti non ero credibile, dai!

A questo punto una domanda che pare scontata : meglio il governo tecnico?

Effettivamente questa me la sarei dovuta preparare.

Basta un si.

Si e no: sono persone più competenti e con un’alta professionalità, però non ho apprezzato la manovra che pesa sulle classi meno abbienti. Sono contento invece per le varie liberalizzazioni, e che abbiano deciso di non coinvolgere il settore dell’acqua pubblica.


Facciamo qualche passo indietro. Tornando al tuo “passaggio di livello” provo ad invertire la domanda: come hai trovato la situazione del gioia dopo aver tastato quella universitaria?

È ad un ottimo livello: gli studenti partecipano e si interessano, ci sono un sacco di attività “spontanee” e la scuola si impegna molto per le attività degli studenti (assemblee d’istituto pagate dalla scuola, eventi musicali…). Spesso ci lamentiamo ed è giusto così, però diamo anche atto a ciò che la scuola ha fatto e sta facendo molto per noi.

Vuoi farti una domanda e autorisponderti?

È abbastanza inusuale come cosa, ma lo faro: se tornassi indietro lo rifaresti? Si, rifarei tutto ciò che ho fatto fino ad adesso.

Abbiamo finito. È stata poi così imbarazzante come cosa?

Direi di no. In fondo, mi diverto con le interviste, sopratutto rileggendole qualche tempo dopo. Posso lasciare un telegramma a tutti gli studenti del Gioia?

Di solito sono io che faccio le domande… Comunque fai pure.

Buon proseguimento d’anno a tutti quanti. E un augurio speciale per quelli che dovranno dare la Maturità. In bocca al lupo!

Riccardo Bassi

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¡Hasta la banalitad, siempre!

È Natale, e a Natale siamo tutti più buoni, perciò voglio farvi un regalo.

Quando ho scoperto di dover scrivere un articolo per questoil numero ho subito pensato che scrivere del Natale senza essere banali sia un’ impresa assai ardua: si finisce inevitabilmente col parlare di come tutti ci sentiamo più buoni, dei pensieri che vanno a quelli meno fortunati, delle città che si illuminano, delle idee regalo che più ci stuzzicano. Per evitare ciò allora si decide di fare gli alternativi, e si scrive di come il Natale abbia perso il suo vero valore, di come sia diventato un fenomeno puramente commerciale, delle tante persone che vogliono fuggire da esso. Tutte cose già sentite una miriade di volte.

Quando ho scoperto di dover fare una playlist poi la mia disperazione ha raggiunto livelli siderali (facciamo un liceo, devo far vedere che conosco dei bei paroloni), perchè se scrivere del Natale senza cadere nel banale è complesso, fare una playlist lo è ancora di più; alla fine, ovunque la si rigiri, ci sono sempre gli stessi pezzi, a seconda del genere preso in considerazione.

Immaginate dunque di dover fare una playlist per Natale, sommando tutte le banalità dei due casi, senza cadere nel banale (mi rendo benissimo conto di star ripetendo infiite volte la parola “banale“, ma credo renda molto bene l‘idea). Questa è la mia situazione.

Detto ciò, essendo Natale, ed essendo tutti più buoni, ecco il mio regalo: dieci canzoni per le vostre feste, epurate da tutte quelle che possono essere banalità. Niente “Last Christmas”. Addio “Jingle Bell Rock”. E tanti saluti ad Enya.

Tutto questo, sperando di farvi scoprire qualcosa di nuovo, che magari non vi sareste mai immaginati di poter ascoltare, ma che vi piacerà un sacco.

Winter’s Call – Kula Shaker

Partiamo subito con una bella canzone sconosciuta. Se dovessi scegliere una colonna per l’inverno sarebbe sicuramente questa:  suoni lievi e arpeggiati si sussegguono con roboanti colpi di cassa. Il cantato sussurrato di Crispian Mills la rende molto intima; vagamente psichedelica, come una tempesta di neve. Bella.

Hurt – Johnny Cash

Dal profano al sacro. Provate, la sera della Vigilia, a sedervi davanti al camino, al buio, e ad ascoltare la voce suadente di un Johnny Cash ormai piuttosto avanti con gli anni. E pensate: a quello che avete fatto di recente, quello che volete fare in futuro, a qualcuno che non c’è più, a qualcuno che vorreste ci fosse, a quello che volete. Nasceranno i pensieri più spaventosamente profondi della vostra vita.

The Man Who Sold The World – Nirvana

Il motivo per cui ho scelto questa canzone mi pare ovvio, volevo rappresentare il lato commerciale (negativo) del Natale. Una festa che dovrebbe esprimere fratellanza e unione che è stata brutalmente trasformata in una compravendita di regali senza alcuno scrupolo.

Ho scelto la versione cantata da Kurt Cobain, proprio colui al Mondo che non avrebbe mai venduto nulla.

This Is Too Shall Pass – Ok Go

Questo pezzo non ha niente a che fare con il Natale. Penso di averlo inserito per due motivi molto sempici: in primo luogo, lo sentito per la prima volta durante le festività di due anni fa, e quindi probabilmente lo associo a questo periodo; in secondo luogo, se si ascolta bene si sente sotto tutta la canzone il suono di campanelline, che collego indirettamente a tutti i vari gingilli natalizi. Lo so che le motivazioni sono molto scarse, ma vi consiglio vivamente di scaricarvelo.

Perfect Day – Lou Reed

Non è quello che tutti sognamo, un giorno perfetto? E allora, perchè non farcelo regalare per Natale!

Solitary Man – Neil Diamond

Mi è venuta voglia di farvi venire un po’ di tristezza. Come si fa a non pensare a quelli che passano le feste da soli? Agli anziani, i malati, i mendicanti? Vi sentite in colpa ora vero? Lo so, sono cattivissimo…

The Boxer – Simon and Garfunkel

La canzone mi ricorda molto i busker che suonano sul corso, e in questo periodo sono veramente tanti: semplice, cracchiante, ma allo stesso tempo delicata. Poi mi piaceva il messaggio che ci passa, di andare avanti, di non mollare. Si, abbiamo bisogno di questa canzone, ora più che mai.

I Got You Babe – Sonny & Cher

A parte che anche questa ha delle sonorità molto natalizie, mi sembrava d’obbligo mettere una canzone per gli innamorati; una dichiarazione di amore incondizionato, quello che il Natale dovrebbe esprimere, al di là di tutto il resto.

Suzanne – Leonard Cohen

Mi stavo scordando del protagonista di tutto, l’uomo per cui si fa tutto questo casino: Gesù! E in questa canzone Cohen parla tanto, anche di Gesù, ma sopratutto con Gesù. Ok, non prendetemi come un fanatico religioso dopo questa frase, chi mi conosce sa benissimo che sono ateo/umanista/gnostico/scettico, però trovo affascinante avere qualcuno con cui confidarsi, senza avere paura di essere giudicato. Tutto qui.

You Can’t Always Get What You Want – The Rolling Stones

Ultima canzone, che sa un po’ di avvertimento: questo Natale divertitevi, fate e ricevete tanti regali, ma mi raccomando, non siate troppo egoisti. Non potete sempre avere tutto, accontentatevi delle piccole cose che queste feste vi doneranno. Buon Natale a tutti, ci si vede l’anno prossimo, e fate i buoni.

Riccardo Bassi


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