Archivio dell'autore: Alessandro Rossi

Goodbye Gioia Coming Soon

Maturi all’opera. Stay Tuned.

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di | 10 luglio 2013 · 10:26

Laura Boldrini: “Facciamo di questa Camera la casa della buona politica”

Terza donna a presiedere Montecitorio, Laura Boldrini è presidente della Camera della 17esima legislatura. La deputata di Sel, candidata dal Pd, alle elezioni della Camera del 16 marzo ha ottenuto 327 voti. Arriva a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a “difendere e rappresentare i diritti degli ultimi”, occupandosi di crisi umanitarie, migrazioni, convivenza civile e diritti. Il suo bagaglio di esperienze in Italia e in molte periferie del mondo è tutto ciò che intende mettere al servizio della Camera. Laura Boldrini si è candidata per senso di responsabilità, per avviare un radicale cambiamento in Italia a partire dai rappresentanti in Parlamento. Il nuovo Presidente della Camera aspira a restituire credibilità all’Italia puntando sul merito e sull’onestà, cercando di ridare ai cittadini fiducia in una politica diversa da quella che negli ultimi anni di crisi ha creato solo indignazione nella società, allontanando i cittadini dalle istituzioni. Il Presidente della Camera considera la politica come servizio, confronto e mediazione per il bene comune. Al centro di questa politica pone la comunità e la partecipazione, come valori da contrapporre all’individualismo. Crede fermamente nella Costituzione italiana, per lei “la più bella del mondo”, e in nome di quest’ultima vuole dare piena dignità a ogni diritto, ingaggiando una battaglia contro la povertà e ascoltando lo smarrimento di una generazione prigioniera della precarietà che cerca certezze e speranza fuori dal nostro Paese. Il suo piano di recupero di credibilità verterebbe sulla centralità della solidarietà e del welfare, favorendo così il processo di integrazione europea su base politica e sociale. Volgendo lo sguardo su una cartina geografica, la Boldrini vede l’Italia con la vocazione naturale per svolgere un ruolo di ponte con il Nord Africa, il Medio Oriente e i Balcani, potendo istituire partenariati con i paesi mediterranei in un’ottica di condivisione e sviluppo. Altre direttive per raggiungere la credibilità del Paese sono il rispetto degli obblighi internazionali, la tutela dei diritti umani per i popoli oppressi e per tutte le minoranze. In particolare, è necessario valorizzare due figure: quella del migrante, rendendosi consapevoli della mobilità del mondo contemporaneo e del processo di globalizzazione; quella della donna, rivendicandone un ruolo centrale nella società, contrastando la sottocultura maschilista e evitando la rappresentazione mediatica denigratoria della figura femminile. Di fronte alla crisi, l’unica possibilità di recupero di crescita e di rilancio consiste nella lotta agli sprechi, in una fiscalità equa che non gravi solo sui ceti medi e sul lavoro dipendente. In diretta tv a Ballarò, lo stesso giorno dell’elezione, annuncia insieme al Presidente del Senato Pietro Grasso che “ci siamo tagliati gli stipendi dl 30 per cento”. Si pronuncia in questa direzione a Radio Anch’io: “Vorrei che anche gli stessi dipendenti della Camera, nella misura che riterranno e sempre in accordo con i sindacati, dessero un segnale di sobrietà. Non sarà facile, ma ci proveremo. Gli italiani amerebbero di più questo palazzo”. Sempre a Radio anch’io, commenta il suo incontro con il pontefice: “Papa Francesco rimette al centro quelli che la politica a volte non vuole vedere, i poveri e gli ultimi. Abbiamo molto da imparare da lui. […] Viene dalla fine del mondo, è un papa migrante, è prezioso averlo e deve essere fonte di ispirazione anche per la politica”. Una donna che sicuramente porterà una svolta importante nella politica italiana, una donna che all’ingresso dell’Aula che l’aveva appena eletta Presidente pensò a tre cose: al papà che voleva facesse l’avvocato, alla figlia Anastasia che sempre l’ha appoggiata nella sua missione e ad una pasta, rigorosamente in bianco. L’unica, a sentire la figlia, che sa cucinare. Ma direi che un cuoco in Parlamento può aspettare.
Giulia Anguissola

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L’umano libero: “Cesare deve morire”

Il carcere di Rebibbia, sezione di alta sicurezza, mura grigie, catene, case degli ultimi. Qui trova posto l’umanità nella sua veste più nera: uomini di pelli e lingue diverse, di credi diversi e di esperienze diverse, tutti uguali, per il fatto di esser persi. Uomini che, imboccando la via sbagliata, non fanno torto solo a se stessi, ma a tutti gli individui intorno ad essi, e devono chiedere perdono, al corpo e allo spirito, celandosi alla bellezza. Uomini che non hanno finestre sul mondo, e le cui aspettative muoiono al calare del sole, per poi risorgere, deboli, il giorno successivo. Uomini che hanno sperimentato solo le bruttezze e le deformità, i peccati e le debolezze, della loro condizione multiforme. Uomini, davvero uomini, caricati di una colpa troppo grande per un animo solo, colpe che si fondono insieme, a formare un alone, sopra alla loro strana fortezza, di miseria e disprezzo, di abbattuta compassione. In mezzo al loro parlare volgare, ai loro dialetti da mercato e da galera, alle parole svuotate di significato, morte in bocca prima di essere pronunciate, una sola è grande anche per loro, e risuona senza vergogna: “Shakespeare”
“Shakespeare”, un piccolo diventato immenso, uomo come loro, nell’affrontare la vita degradata della sua epoca con gli occhi visionari di poeta, così antico, per la sua fama misteriosa e solenne, così moderno, per la sua capacità di resurrezione ad ogni alba. Shakespeare, più fermo di un giudice, grandioso come un dio, non disdegna di rivivere nel cuore dei criminali, di ricostruire i loro sogni infranti, e far riaffiorare le loro preghiere sopite. Basta la messa in scena di un suo capolavoro, il “Giulio Cesare”, nell’ambito di un laboratorio di teatro organizzato all’interno del carcere, a far rialzare la testa ad un uomo, mostrandogli come l’errore e il male non siano germi solo della sua anima, ma gli spettri dell’umanità intera.

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Per un gruppo di carcerati bastano le vicende tormentate dei memorabili protagonisti della storia di Roma: basta vedere la grandezza di una città, al termine della propria fase repubblicana ed abbagliata dallo spettacolo dell’impero nascente, a risvegliare in loro il bisogno di rivendicazione, ed il senso dell’onore. Improvvisamente non sembra difficile, nemmeno per un gruppo di carcerati, portare sulla scena i sentimenti di grandiosità ed incertezza degli uomini dei libri di letteratura, e vivere in loro il cammino verso la ricostruzione di sé, con il sangue e la coscienza, il ricordo e l’oblio: come Cesare, come Bruto, come Cassio e Marco Antonio, come Ottaviano e come tutti i soldati e i servi, comparse appena accennate, anche un carcerato può sentirsi lacerato dalle proprie emozioni e dalle proprie scelte, attraversato dal corso degli ideali nella sua mente, nobile come quella di un antico romano, liberato dalla propria individualità piena di crepe per entrare, onorato o calpestato, nella Storia. Shakespeare può fare questo, perché è qualcosa di più alto del nostro pensiero, qualcosa che si pone al di là del razionale e del limitato, qualcosa che fa rabbrividire senza freddo, piangere senza motivo, urlare senza voce: Shakespeare è ciò che ci rende più di ogni altra cosa umani e divini, ciò che non ha bisogno di lingua per essere detto, non di educazione per essere capito. Shakespeare è l’arte. Nessun uomo si sottrae ad essa.

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Il soggetto della pellicola dei fratelli Taviani, basata sulla tragedia shakespeariana “Giulio Cesare” ed intitolata “Cesare deve morire”, è questo. Una storia di contrasti e di richiami, passato e presente, ultimi e primi. Un storia non definita e scritta, che non si imbroglia nelle pagine ufficiali, non è imprigionata nelle carte dei potenti. Una storia alimentata dalla ricerca e dalla volontà di non mostrarsi indifferenti alle pecche della nostra società, dal bisogno di gettar luce sugli angoli più bui, perché generino da sé i propri soli. È una storia che non si basa sul rimorso di coscienza, non si fonda sul compatimento, ma sembra come nascere, simile ad un lampo di cronaca, da un senso, sincero, di umanità.
Arianna Gazzola

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Idee regalo tecnologiche 2012

Dopo essere sopravvissuti alla fine del mondo annunciata dai Maya ed aver tirato un sospiro di sollievo, non ci resta che pensare a cosa poterci regalare (se non l’abbiamo già fatto) per queste feste. Rieccoci un anno dopo (malgrado il ritardo) con la rubrica sui 5 migliori oggetti tecnologici usciti nel 2012 che ognuno di noi vorrebbe (o avrebbe voluto, ormai) trovare sotto l’albero. Bando alle ciance, passiamo ai fatti.

1. iPhone 5

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Il primo classificato è lui, lui, sempre e solo lui. In continuità con i precedenti modelli, l’iPhone 5 è il miglior iPhone di sempre, più leggero, più veloce e più alto del precedente. Il design è in linea con quello dei 4/4S, ma con un tocco di novità grazie al fondo satinato ed opaco intervallato sopra e sotto dal vetro. Al tatto è davvero sorprendente sia per il suo leggerissimo peso di poco più di un etto (112 g) da farlo sembrare vuoto all’interno, sia per il retro satinato che lo rendono davvero piacevole da tenere in mano. È stato inserito uno schermo retina 16:9 da 4″ più alto del precedente e nella confezione sono presenti gli EarPods, auricolari Apple di qualità più prestanti e comodi dei precedenti. Inoltre il nuovo connettore Lightning è più veloce nel trasferire i dati e nel ricaricare la batteria del dispositivo. Insomma tanti piccoli punti positivi che migliorano design ed usabilità del telefono e lo confermano in testa alla classifica. Solito neo: prezzo elevato, aumentato di qualche decina di euro, causa tasse italiane.

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Riprendiamoci l’agorà

L’idea di intervistare Giulio Giorello nasce dalla curiosità che suscita la sua esperienza di studi. Infatti, il professor Giorello, docente di Filosofia della scienza presso l’Università degli Studi di Milano e direttore della collana Scienza e idee, presso l’editore Raffaello Cortina di Milano, si è laureato prima in filosofia nel 1968 e successivamente in matematica nel 1971, presso la stessa Università. La tematica può essere interessante per gli studenti che, come me, si sono trovati a studiare sia l’una che l’altra materia e che non sono riusciti a vedere al di là dei limiti imposti da ciascuna delle due discipline. Basta con le presentazioni, passiamo ai fatti: lasciamo la parola all’esperto.

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Questo grande villaggio Olimpico

Cosa c’è di più attuale dei conflitti religiosi? Cosa ci tocca più da vicino di ciò? Pare bizzarro, forse, ma il 18,1% degli studenti, nelle scuole piacentine, proviene da un Paese estero. Ciò significa che alle spalle di questi studenti, lo fa notare il sindaco di Piacenza Paolo Dosi, c’è una famiglia, una persona che lavora, una casa. Si è parlato di questo, ovvero della conflittualità che può sorgere nel territorio locale, ad esempio con la richiesta di una moschea da parte di alcuni gruppi islamici, sabato pomeriggio a Palazzo Gotico. A confronto la realtà di Piacenza, rappresentata dal suo sindaco Paolo Dosi, e quella di Cremona, anch’essa testimoniata dal suo primo cittadino Oreste Perri, entrambe arricchite dal contributo di Antonio Ghizzonti, docente di diritto ecclesiastico e canonico all’Università Cattolica di Piacenza. I tre, moderati dal giornalista di Radio 3 Giorgio Zanchini, hanno sviluppato il tema della conflittualità religiosa portando ad esempio alcune tra le più importanti delle proprie esperienze personali.

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Genetica e Darwinismo alla base della solidarietà dell’uomo

“Tutti abbiamo presente il concetto di razza, uno dei concetti meno insegnati è, invece, quello di evoluzione. Per questo la formazione scientifica delle scuole rende molto difficile o, talvolta, impedisce del tutto la comunicazione scientifica.” Così Alberto Piazza, professore di Genetica Umana nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Torino dal 1983 e Direttore del Dipartimento di Genetica, Biologia e Biochimica della stessa Università, ha iniziato il suo intervento alla quinta edizione del Festival del Diritto di Piacenza tenutosi il 28 settembre presso l’Auditorium Sant’Ilario. Dopo l’illustre introduzione di Claudia Di Giorgio, managing editor del mensile “Le Scienze”, il professor Piazza si è dedicato a spiegare minuziosamente quali siano i processi che determinano i comportamenti dell’uomo.

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