Archivi del mese: maggio 2019

PRIVACY E SOCIAL: i ragazzi si confrontano sui rischi e sulle abitudini dei nuovi mezzi di comunicazione con un esperto

Nel mese di febbraio, la nostra classe, 2LB, insieme alla classe 1LG, ha partecipato al progetto “Privacy e Social” proposto dalle insegnanti Maria Grazia Freschi e Lucia Vaienti e tenuto dall’esperto Gianluca Dadomo. Durante il laboratorio abbiamo analizzato alcune scene di film allo scopo di informarci sui rischi che corriamo ogni giorno utilizzando le piattaforme digitali, attraverso le quali siamo costantemente manipolati senza rendercene conto.
Riportiamo una breve intervista all’esperto.

Si può presentare e parlare brevemente della sua formazione e di quali motivi lo hanno spinto ad interessarsi al rapporto tra social e giovani?
Mi chiamo Gianluca Dadomo. Prima di scoprire il cinema in un percorso universitario, la mia realtà lavorativa consisteva nel prestare servizio come interprete per un’azienda commerciale canadese e il controllo qualità di un’azienda alimentare. Dalla prima lezione di cinema – ricordo ancora come il professore scomponeva The Prestige di C. Nolan – è cambiato tutto. Da quel momento ho lavorato come redattore e filmmaker per i più importanti siti web del panorama italiano. La ricerca di una libertà creativa come giornalista mi ha spinto a focalizzarmi sulle interviste, le analisi tecniche dei supporti Blu-ray e dei nuovi impianti sposati dalle sale, sino alla partecipazione a svariate edizioni del Festival di Venezia e all’aiuto-regia con registi del calibro di Marco Bellocchio e Giuseppe Piva.
Negli ultimi anni il mio interesse è virato notevolmente sul percorso scolastico, probabilmente per il timore che non ci sia una consapevolezza sociale nello sposare l’arrivo delle nuove tecnologie. Un’app social è frutto di una strategia commerciale invasiva che si è radicata velocemente nei giovani e negli adulti, ben prima di capire se fosse necessaria o solo un passatempo.
Da ex studente a cui non sono mai stati proposti laboratori di indagine su questi fenomeni ho pensato che i nostri giovani li meritassero perché possano capire lo strumento, come impiegano il loro tempo e quali danni può causare alla struttura sociale.
Cosa ne pensa del rapporto tra teenager e social network? Vede delle differenze nella comunicazione e nelle modalità di rapporto tra i giovani di oggi rispetto alla sua generazione?
Una differenza abissale. Mi rincuora che alcune insegnanti sulla sessantina talvolta mi fanno notare come la mia generazione sia profondamente diversa dalla loro.
Da figlio dell’anno 89 ho vissuto la fine dell’analogico, con i suoi videoregistratori VHS e i floppy disk, e la nascita del digitale, con i DVD, la console di gioco Playstation e le prime fotocamere senza pellicola. Il primo aspetto, quello più evidente, è che noi tendevamo a giocare all’aria aperta e vivere l’esperienza del videogioco in gruppo, ritrovandosi a casa di un amico magari per organizzare dei tornei. Vivevamo il cinema come un rito sociale e, visto che mancava una connessione internet decente, ci scambiavamo i pareri sui fumetti e cartoni invece di riportarli sui social con degli sconosciuti. Non penso che gli studenti oggi non condividano i loro hobby; purtroppo lo fanno attraverso il filtro di uno schermo perdendo l’approccio realistico della condivisione di pareri.
Crede che i social abbiano le giuste norme per tutelare la privacy?
Il mondo dei social è vulnerabile. E non sto parlando della fragilità del rapporto con il prossimo. Mi riferisco alla debolezza della struttura di queste applicazioni. I nostri dati vengono salvati e tracciati con la promessa che saranno protetti da occhi indiscreti. Sono tantissimi gli episodi che hanno visto un gruppo di hacker impossessarsi di dati sensibili come password, carte di credito e rubriche; va ricordato che gli hacker sfruttano le debolezze di un sistema, il che implica che l’applicazione che tutela i nostri dati è stata un po’ troppo sbadata, al punto che numerose indagini sostengono che alcuni atteggiamenti spensierati fossero studiati ad hoc per favorire campagne pubblicitarie più mirate. È chiaro che uno scenario del genere ricordi il film di spionaggio complottista ma l’esperienza mi insegna che anche la mente più brillante può sottovalutare l’ingegnoso panorama tecnologico, al punto che reputo che sia fondamentale imparare a proteggere autonomamente la propria privacy prima di delegarla alle corporazioni.
Quali sono i social più utilizzati? Quanto influiscono sulla vita delle persone?
Instagram e Facebook vanno per la maggiore in Italia. Generalizzando i più giovani utilizzano il primo e i genitori il secondo.
In merito all’influenza dei social ti risponderò con un aneddoto: il cameriere del ristorante ha appena portato un piatto decorato e sfizioso. Il commensale estrae lo smartphone e scatta una foto. Pensi che l’abbia scattata perché vuole custodire un ricordo della serata o perché non vede l’ora di aggiornare il suo profilo e far sapere a tutti i suoi follower cosa, come e dove sta mangiando?
La differenza tra i due atteggiamenti pare sottile ma non lo è affatto.

La classe II lingB

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Inquinamento ambientale e crisi economica. La “decrescita felice” può aiutare l’Italia a risolvere i due problemi in un’unica mossa?

“Decrescita felice” vs crescita infelice.
Chi sa realmente cosa significa ‘‘decrescita felice’’? Vogliamo diventare protagonisti del nostro tempo ed aiutare l’Italia ad uscire dalla crisi riducendo l’inquinamento? Scopriamolo insieme, riprendendo quanto emerso dalla conferenza di Maurizio Pallante, al Caffè letterario del liceo Gioia, alla quale abbiamo partecipato venerdì 22 marzo.
E’ necessario precisare che le parole crescita e decrescita cambiano significato in base al contesto in cui vengono inserite: in ambito economico-sociale, secondo l’immaginario comune, la prima significa miglioramento, la seconda peggioramento, perché la parola crescita è stata associata all’aumento del prodotto interno lordo, il PIL, ovvero al valore monetario delle merci destinate ai consumi che, tuttavia, può essere considerato un indicatore valido solo se la merce coincide con il bene e se il bene può essere comprato.
In realtà, infatti, non tutte le merci sono beni, come nel caso dell’energia termica e del cibo che si butta, che possono trasformarsi in danni per l’ambiente. D’altro canto, non tutti i beni sono merci: alcuni si possono auto produrre, come ad esempio le verdure dell’orto, altri si possono donare, in un sistema di relazioni fondato sulla solidarietà.
Il dono nei poemi omerici
Già nell’antichità greca l’economia del dono era una pratica molto diffusa contemplata dall’istituto sacro dell’ospitalità. Lo spostamento da una comunità all’altra era reso possibile dalla consuetudine di accogliere i viaggiatori e dall’offerta di doni durante il tragitto. Gli obblighi che i Greci sentivano nei confronti dello straniero e la rete di rapporti intessuta con i reciproci vincoli, che legavano perpetuamente gli ospiti, offrivano sufficienti garanzie di trovare un’accoglienza sicura in tutto il mondo “civile”, ovvero presso tutti gli uomini che onoravano gli dei e rispettavano Zeus, protettore degli stranieri e degli ospiti.
Sono diversi i passi dell’Odissea in cui si fa esplicito riferimento a questo rituale.
Nel canto V, Ermes si reca ad Ogigia, da Calipso, per chiederle di consentire ad Ulisse di riprendere il suo viaggio di ritorno verso Itaca, per volontà degli dei e, dopo il loro incontro, la ninfa gli offre il pranzo ospitale.
Convinta dalle parole del messaggero degli dei, Calipso permette ad Ulisse di prendere il mare e, prima della sua partenza
[…] la dea gli caricò sulla zattera un otre di vino nero
e un altro d’acqua, più grande, e dei viveri
in una bisaccia: molti graditi cibi vi pose per lui.
(vv. 265- 267).
Anche Nausicaa , nel VI canto, ordina alle sue ancelle di offrire a Ulisse naufrago, “cibo e bevanda” (v.246 ), abiti nuovi e un bagno caldo prima di condurlo alla reggia dei Feaci, dove suo padre, il re Alcinoo, allestirà per lo straniero un sontuoso banchetto.
E di altrettanti doni lo omaggerà quando Odisseo si imbarca per raggiungere Itaca.
Al contrario, Polifemo, ignaro delle regole della civiltà, si rivolge con tracotanza a Odisseo e ai suoi compagni di viaggio e la maga Circe, che non rispetta il rituale, trasforma gli ospiti in maiali dopo avere offerto loro cibo miscelato ad intrugli soporiferi.
Autoproduzione e condivisione
Se nell’antica Grecia rendere sacra l’ospitalità con l’obbligo di offrire donativi allo straniero significava garantire la possibilità di spostarsi ai viaggiatori che beneficiavano, in tal modo, della solidarietà di chiunque incontrassero sul loro cammino, oggi aumentare i beni autoprodotti e condividerli significa migliorare la qualità della vita, diminuendo la produzione di merci inutili e instaurando legami di mutuo aiuto all’insegna della libertà, come ha sostenuto l’antropologo francese Marcel Mauss nel suo celebre Saggio sul dono.
Questo spiega perché il PIL non sia un parametro sufficiente per misurare il benessere e non coincida con la crescita della produzione di merci: quando infatti queste sono superflue, peggiora la qualità della vita, se non si supplisce alla sovrapproduzione con altre forme di transazione. Il PIL non solo non può interamente misurare il benessere, ma nemmeno l’utilità dei beni materiali; misura, cioè, il “tanto avere” e un’economia finalizzata a questo può generare solo malessere, perché induce le persone a desiderare sempre di più, a non consumare tutte le merci prodotte e a sprecare energia.
Decrescita e recessione
Ma la decrescita è una forma di recessione? La risposta è no! Se la recessione è una diminuzione di tutta la produzione di merci, la decrescita è una riduzione, selettiva e controllata, di merci che non sono beni.
La decrescita induce i consumatori a ragionare in modo diverso. Come si realizza la decrescita selettiva di merci che non sono beni? Adottando tecnologie più evolute, finalizzate a ridurre il consumo di materie prime, di energia e di oggetti da smaltire. La produzione e l’installazione di queste tecnologie determina occupazioni utili, perché riduce gli sprechi che causano danni.
Ora, con tutte queste informazioni, abbiamo un panorama più vasto del rapporto tra crisi economica e inquinamento ambientale, di quanto possiamo avere appreso dalla tv, dai giornali o dai social…. quindi, anche noi possiamo fare qualcosa per migliorare a poco a poco il contesto socio- ambientale in cui viviamo.

La classe 1^Linguistico G quadriennale

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Gli ignavi oggi

Si diceva che nel 2012 sarebbe finito il mondo, che l’apocalisse sarebbe arrivata e poi se ne sarebbe andata portandoci via con lei per ridare alla Terra un nuovo inizio.
Nel 2012 avevo dieci anni e mi ricordo ancora cosa avevo pensato mentre tornavo a casa da scuola quel fatidico 12/12/2012: “Se il mondo finisse oggi, domani dove sarò?”.
La risposta alla mia domanda è arrivata quando, il mattino dopo, aprendo gli occhi, mi sono ritrovata davanti la mia cameretta e mia madre che mi diceva che era ora di alzarsi.
Tutto era come l’avevo lasciato il giorno prima: nessun oggetto rotto e nessuna crepa sul muro. In quel momento la paura provata era scomparsa perché non era successo niente, la mia vita stava andando avanti, mentre quella di decine e decine di bambini si era fermata a causa di un colpo di stato che ha spaccato il Mali in due fazioni ben distinte; mentre io me ne stavo comodamente seduta sulla mia poltroncina a guardare i cartoni animati in televisione, un paese era sull’orlo della rovina, una rovina da cui purtroppo non si è ancora ripreso.
Dopo poche settimane dall’inizio della guerra, sotto richiesta del presidente maliano, le forze armate francesi sono intervenute contro le forze jihadiste che occupavano il nord del paese, dando così inizio alla “Opération Serval”. Nei giorni seguenti, altri sette stati hanno inviato uomini e supporto logistico per ripristinare la pace in Mali.
Oggi, dopo sette anni, l’Unione Europea ha prorogato di altri due anni il mandato della missione militare nel paese e lo ha modificato per comprendere tra i propri obiettivi l’addestramento della forza militare multinazionale creata da cinque paesi africani (Mali, Niger, Mauritania, Burkina Faso e Ciad) per combattere le milizie jihadiste, inoltre ha approvato un aumento del budget per portare a termine la missione con i migliori risultati.
Nonostante il duro lavoro compiuto, le milizie jihadiste sono ancora una forte presenza nello stato e a causa dei frequenti attentati numerosi soldati dell’esercito internazionale, maliano e dei caschi blu dell’ONU hanno perso la vita negli ultimi anni.
Quindi: “Perché in televisione non se ne parla? Perché il mondo non sa che un paese sta crollando sotto il peso del terrorismo e molti altri con lui? Perché, nonostante ci siano persone che sanno cosa sta succedendo, la notizia non si diffonde? Perché la stampa si concentra di più su ciò che la gente vuole sentirsi dire che sulla realtà? Perché tutti quei giornalisti che si professano paladini della verità, alla fine non scelgono da che parte stare?”
Per me sono questi gli ignavi dei nostri giorni: i giornalisti che non scelgono di dire la verità, ma che non scelgono neanche di dire il falso, stanno semplicemente lì ad aspettare che altri scrivano la storia che loro non hanno il coraggio di raccontare.
Credo che per questo tipo di giornalisti l’Anti-Inferno sarebbe il posto ideale, perché così capirebbero cosa vuol dire essere ignorati dagli altri, capirebbero quanto fa male non sentire la propria storia raccontata.

Maria Schiavetta, III lingA

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La dignità dell’uomo tra individuo e mondo

1548753859_U.S.-navy-photo-by-Chief-Information-Systems-Technician-Wesley-R-Dickey-ReleasedIl 6 febbraio 2019 all’Università Cattolica di Piacenza si è svolta una conferenza tenuta dal Professor Umberto Curi, filosofo e docente dell’Università di Padova, su un tema che ultimamente ci tocca in particolar modo e ci pone quesiti continui: l’immigrazione. Curi afferma che il dibattito teorico-analitico sul tema dell’immigrazione è inchiodato su 2 parole chiave: accoglienza e respingimento. Negli ultimi anni si è instaurato tra di esse un rapporto paragonabile a un “dialogo tra sordi”, in cui nessuna delle due parti vuole ascoltare le motivazioni delle scelte dell’altra. Si è deciso allora di provare ad impostare un ragionamento su questo tema utilizzando un modello analitico: il primo passo in questo ragionamento è costituito da ciò che è costantemente ribadito, senza differenza tra destra e sinistra, cioè la distinzione tra profughi richiedenti asilo (che devono essere accolti) e migranti economici (che non provengono da zone di guerra ma di povertà). I primi hanno diritto ad essere accolti, i secondi invece vengono considerati clandestini, abusivi, delinquenti ed anche potenzialmente terroristi. Curi ci chiede allora di provare a fare un passo avanti ponendoci le seguenti domande: Chi è il migrante economico? Perché centinaia di migliaia di persone affrontano l’incertezza ed il pericolo estremo pur di arrivare in Europa? Da quale condizione vuole evadere?
Da Report di FAO del 2011 (costola di ONU che ha il compito di aggiornare i dati su povertà e fame nel mondo) sappiamo che, dei circa 6 miliardi di abitanti del pianeta, 2 miliardi ed 800 milioni dispongono di 2 dollari al dì per sopravvivere, mentre 1 miliardo e 200 milioni di meno di 1 dollaro. I decessi alla settimana per fame sono più di 2000 e 11 milioni di bambini all’anno muoiono per denutrizione.
E quando lo Stato dice di “aiutarli nel loro paese”, l’Italia non ha tirato fuori 1 euro per il Global Found (fondo globale per le esigenze più urgenti), né ha cancellato il debito pubblico. Ha invece modificato la quota Pil riducendola da 0.20 a 0.15.
Questi sono i migranti economici, persone che affrontano il Mediterraneo rischiando la vita. Dunque non si può pensare a queste persone come coloro che vogliono arricchirsi.
L’accoglienza va riservata a coloro che cercano di sfuggire al pericolo di morire, che sia per fame o per guerra. Non dovrebbe esistere una distinzione tra migranti “buoni” e migranti “cattivi” perché l’unica distinzione è il pericolo di vita, che derivi da guerra o da miseria.
Il giudizio sui migranti “economici” da parte dei politici attribuisce uno stigma, un marchio negativo a queste persone. La questione difficile da accettare sta nella contraddizione dei nostri governi che si basano sull’economia ed esaltano l’Homo Economicus, ma se è l’altro a farlo diventa una pratica negativa.
Se siamo umani, siamo consapevoli che un migrante che ha abbastanza soldi per poter vivere nel paese d’origine, non emigra e che se una madre ha un bimbo che sta morendo, non verrà fermata certamente da un decreto! La verità elementare è che o si riesce a rendere meno drammatico lo scarto tra la nostra opulenza e la miseria dei paesi africani o non sarà possibile fermare l’immigrazione.
Una storia che mi ha colpito particolarmente e che vi lascio per riflettere è quella di Abdul, che ha affrontato a piedi dal Sud Sudan alla Libia, dove è stato carcerato e torturato, è poi riuscito ad arrivare in Europa e poi a Calè dove ha deciso, nella disperazione totale, di attraversare correndo i 52 km di tunnel della Manica percorso da treni ad alta velocità, rischiando di morire. Arrivato in Inghilterra è stato arrestato e incarcerato per 6 mesi e poi assolto da un giudice inglese con una sentenza che ha sdegnato molti altri giudici: “ciò che ha fatto è ciò che poteva fare in quanto disperato”.

Marta Cecilia Marazzi, VscA

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Cose di Cosa Nostra

falcone_borsellino_biografia-breve_due-minuti-di-arte.jpg Con il termine ‘MAFIA’, si indica una qualunque organizzazione criminale che mira alla gestione del potere e al controllo di un determinato territorio e della società che vi appartiene, basata su legami familiari e sull’omertà. È regolata da riti che gli affiliati, che hanno l’obbligo di sottostare ad un capo, sono tenuti a rispettare.
L’estorsione mafiosa ha avuto una diffusione che riguarda per la maggior parte il meridione, ma sarebbe un’utopia dire che si limita ad esso. Tra le estensioni più note possiamo citare la Camorra, la ‘Ndrangheta e Cosa Nostra; ed è proprio su quest’ultima che vorrei focalizzare l’attenzione.
La locuzione ‘Cosa Nostra’ si riferisce alla mafia nata nei capoluoghi della Sicilia. Le sue origini risalgono probabilmente all’inizio del 1800 quando cominciarono a crearsi delle ‘cosche, sette, partiti o confraternite’, che iniziarono ad esercitare un potere violento, servendosi anche ‘scagnozzi’. Ciò che più permise a ‘Cosa Nostra’ di ingrandirsi furono gli eventi che successero l’Unita D’Italia, in cui il meridione fu colpito da una crisi economica e lo Stato non riuscì a garantire un potere ed un controllo stabile ed accentrato: cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose, le quali presero il totale controllo dei territori dal momento in cui ne conoscevano tutti i meccanismi.
Il fenomeno mafioso continuò a persistere segretamente e furono numerose le strategie attuate al fine di contrastarlo. Dopo alcuni arresti dei boss mafiosi, i clan cominciarono a sentirsi insicuri, così decisero di emigrare negli USA, entrando così a far parte della ‘Cosa Nostra statunitense’. La trasferta portò ad una diffusione e fusione di idee finchè, nel secondo dopoguerra, numerosi mafiosi americani si trasferirono in Italia dando avvio così ad un traffico di stupefacenti verso il nord America, stabilendo dei rapporti extracontinentali.
Negli anni ’80 fu istituito un ‘pool antimafia’ ad opera dei giudici Chinnici e Caponnetto a cui aderirono i magistrati Borsellino, Falcone, Di Lello e Guarnotta. Questi raccolsero un abbondante materiale tale per cui furono inviati 493 mandati di cattura e di arresto. L’8 novembre 1985, Falcone depositò 8000 pagine che rinviarono a giudizio 476 indagati in base al pool: ebbe inizio così ciò che fu chiamato Maxiprocesso, che terminò alla fine dell’87 con 342 condanne e 19 ergastoli che furono commutati tra Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina.
Con l’inizio degli anni ’90, dopo che furono confermate tutte le condanne del Maxiprocesso, comincio anche la stagione delle stragi progettate da Riina: quella di via Capaci la quale vide protagonista Giovanni Falcone, la moglie ed alcuni agenti, nel luglio avvenne la strage di via d’Amelio, che segnò la fine della vita di Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Era il 15 gennaio del 1993 quando Salvatore Riina fu arrestato e Provenzano divenne il capo di Cosa Nostra, circondandosi solo di uomini di fiducia che cambiarono radicalmente il modo di operare negli affari della mafia siciliana. Dopo ben 43 anni di latitanza, Bernardo Provenzano fu catturato nel 2006.
Attualmente al vertice dell’organizzazione c’è Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993.
Al giorno d’oggi la mafia di tutti i paesi del mondo si unisce e collabora, avanzando le sue attività criminali caratteristiche rappresentando così un costante problema per l’umanità, per l’ordine civile e per il quieto vivere.

Sarah Petrolesi, IVscC

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