DIALOGHI SULLA GIUSTIZIA intervista a Fiammetta Borsellino e Manlio Milani

In data 7 novembre circa 200 studenti del nostro liceo si sono recati al Campus Agricòle per assistere alla conferenza chiamata “Dialoghi sulla Giustizia”, organizzata dall’associazione Verso Itaca, rappresentata dalla giornalista Carla Chiappini.
Manlio Milani, presidente dell’associazione Vittime della strage di Piazza della Loggia, e Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, sono stati i due relatori principali. A seguire Ornella Favero, direttrice della testata Ristretti Orizzonti del carcere di Padova e Antonella Liotti, referente di Libera Piacenza.
Dialogo: questo è stato il principale tema affrontato dai relatori, e lo scoppio di una bomba ciò che li accomuna.
Per Manlio, la bomba scoppiata a Brescia il 28 maggio 1974, ha portato alla morte della moglie: trauma che lo ha segnato per tutto il resto della sua vita, ma che lo ha anche fatto riflettere su quanto successo.
La strage di Piazza della Loggia, ha affermato egli stesso, ha coinvolto vittime che consapevolmente decisero di aderire ad uno sciopero: per questo sono definiti “caduti consapevoli”, proprio perché consciamente decisero di recarsi in piazza. Secondo Milani, questo fatto esprime una straordinaria solidarietà umana proprio perché l’intento della bomba era di colpire l’unità e la convivenza civile, che però non sono venute a mancare.
Milani si è dunque ricollegato al tema della cittadinanza, sottolineando quanto sia importante che il cittadino assuma le proprie responsabilità nel rispetto della società e delle sue regole: in questa affermazione si ritrova perfettamente la Borsellino, che elogia il padre in quanto morto per la sua perseveranza nel difendere lo Stato.
Fiammetta sottolinea inizialmente che il rischio che si corre quando ci si trova a dover affrontare fatti così pesanti, è di rimanere bloccati nella tragedia privandosi dell’amore per la vita necessario per andare avanti… l’importanza dell’andare avanti: sostiene che staccarsi (non disinteressarsi) dalla vicenda più di 25 anni fa, le ha permesso di crescere e continuare a costruirsi una vita, in modo da poter intervenire oggi con lucidità ed equilibrio.
Intervenire attraverso il dialogo, ripete più volte Fiammetta, è importante per non trovarsi un muro davanti. Incontrando i presunti autori dell’omicidio del padre e della sua scorta, i fratelli Graviano, lei stessa ha tentato e tenta tutt’ora di instaurare un rapporto di dialogo, perché solo così si può arrivare alla verità.
Inoltre si sofferma sull’importanza di non rendere l’accaduto un semplice ricordo ma una vera e propria testimonianza di vita, al fine di trasformarlo in memoria pubblica di un popolo che veda da un lato l’assunzione di responsabilità e dall’altro la visione e l’analisi razionale di ciò che succede.
Dopo 25 anni si è scoperto che era stato imbastito un processo in cui un falso pentito parlava secondo il volere di terze persone. Per questo ammette anche che è fondamentale parlare non mossi dal dolore ma sulla base di prove certe, per non fermarsi ad una “visione superficiale” in questa continua ricerca della verità.
Si muore quando si è soli; questa, un’altra frase emblematica che Fiammetta ha tenuto a precisare nel corso della conferenza: “mio padre -afferma la figlia- è morto perché le istituzioni lo hanno abbandonato, hanno lasciato che affrontasse questa battaglia in gran parte da solo, senza aiuti; ciò nonostante, Paolo non ha mai smesso di credere nelle istituzioni perché se si smette di avere fiducia nel lavoro che esse possono compiere, si può essere certi che non ci sarà mai nessun cambiamento, nessun miglioramento della società in cui tutti noi viviamo.
Milani continua dicendo che l’esigenza di una vittima è la domanda di giustizia che risponde ad alcuni bisogni: prima di tutto quello personale, cioè sapere che la violenza subita non è rimasta impunita, e da qui quello della necessità di non essere abbandonati. La vittima deve poter capire i processi che hanno portato il colpevole ad agire. La violenza ci interroga continuamente e la vittima deve avere la forza di guardare in faccia il colpevole e di continuare nella ricerca della verità. In questo caso il segreto, la mancanza di conoscenza, è il più grave torto che una vittima possa ricevere.
Anche Manlio, come Fiammetta, ribadisce l’efficacia del dialogo: spiega che occorre essere predisposti ad ascoltare e partire dal presupposto che la persona con cui si sta dialogando sia sincera in quanto si assume la responsabilità delle proprie scelte. Anche il dolore diventa così un elemento di confronto che permette di cogliere l’umanità di colui con cui si sta dialogando.
Entrambi comunque, concordano nell’affermare che un colpevole non può morire con dignità senza prima aver chiesto perdono per tutte le sofferenze causate.
Secondo Ornella, ricerca della verità significa accettare che anche i colpevoli sono umani, e come tutti gli umani sbagliano e hanno sbagliato; questo non significa giustificare, ma cercare di capire cosa può aver spinto una persona a fare del male. È necessario lavorare per permettere alla persona di diventare consapevole del male fatto. Bisogna quindi occuparsi del cambiamento di queste persone cercando l’umanità nascosta dentro di loro e soprattutto non lasciandole sole in questa ricerca.
Domande:

-Per entrambi è importante il saper chiedere perdono, cosa ne pensate del perdonare?

MANLIO e FIAMMETTA: “Non credo nel perdono perché penso che non permetta né di vivere meglio né di arrivare alla verità; non si può perdonare in nome di chi non c’è più perché non potendo sapere cosa quella persona avrebbe voluto, sarebbe come commettere l’ennesima ingiustizia nei suoi confronti. Il perdono non serve, si può solo capire e accettare…”

-Dopo così tanti anni non vi chiedete mai se valga la pena questa continua ricerca della verità? Non pensate mai di smettere? Perché? Cosa vi spinge a proseguire in questa ricerca?

FIAMMETTA: “Quando qualcosa ti tocca così nelle viscere, quando perdi un genitore, un figlio, un fratello, è innaturale parlare di stanchezza, smettere di cercare la verità, gettare la spugna; è ovvio che è faticoso, che quando fai delle domande e non ricevi risposta, e quindi combatti senza ottenere risultati è molto frustrante: ci sono momenti di grande sconforto; ma questo non è un motivo che fino ad oggi mi ha mai impedito di proseguire. Questa lotta per la verità non si fa per sé stessi, si fa per gli altri, per i miei figli e per i vostri figli; quindi anche se io non vedrò i frutti del mio lavoro, o come diceva sempre mio padre, anche se io non respirerò il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo dell’omertà e del compromesso mafioso, probabilmente lo vedranno le generazioni future; per questo anche se spesso non si vedono i risultati nell’immediato credo che non si debba mai smettere di lottare; la stessa cosa vale per la verità: la ricerca, il lavoro, si fa perché ne godranno i nostri figli, perché io credo che un paese che vive costantemente nella menzogna è un paese che non può avere un futuro.”

MANLIO: “Non si finisce mai di ricercare la verità, né sul piano giudiziario né sul piano storico, ma io credo che sia fondamentale avere l’idea del poter partecipare, perché le istituzioni sono gli strumenti che devono essere messi a disposizione per questo scopo; ecco perché a distanza di anni continuo in questa ricerca, credo nelle istituzioni e nella partecipazione di ognuno.
-Dopo tutto quello che è successo cosa vi spinge a fidarvi ancora delle istituzioni?

FIAMMETTA: “Mio padre era un uomo di Stato, un uomo che ha lottato perché credeva nello Stato, e io credo che l’unica vera eredità morale che ci ha lasciato è questa fiducia nello Stato. La mafia ha prosperato perché si contrapponeva allo Stato, perché ci ha sempre illuso di poterci dare delle cose che è lo Stato a doverci dare: il lavoro, la bellezza, la casa, non è il mafioso che te le dà, anche se te lo fa credere. Io credo che se ci sono delle mele marce all’interno dello Stato, quelle si possono individuare e si possono eliminare; e infatti se oggi siamo arrivati a dei risultati è perché all’interno dello Stato ci sono delle parti sane che svolgono il loro lavoro e lo svolgono con onestà.”

MANLIO: “Io mi sono formato attorno all’idea del valore delle istituzioni, guardandole anche come un luogo in cui finalmente un determinato pensiero poteva entrare; ma il loro valore è inteso come strumento che regola la vita sociale di una comunità, entro la quale ci dobbiamo identificare (secondo me è un traguardo della democrazia). Le istituzioni devono facilitare la trasparenza ma soprattutto la partecipazione, perché è questo l’elemento fondamentale; partecipare non è scontato: anche il voto, che è importante, deve essere il momento in cui scelgo attraverso un percorso che ho fatto prima e non ci può essere la dittatura della maggioranza. Le istituzioni devono favorire la formazione e la formazione dei processi di responsabilizzazione. Per questo io credo di avere ancora fiducia nelle istituzioni, anche se è evidente che di questi tempi la loro autonomia è messa molto in discussione e dall’altro lato c’è sempre di più una domanda di delega che può portare a mettere in discussione la convivenza civile. Dobbiamo imparare ad assumerci la responsabilità di partecipare per riscoprire pienamente il valore delle istituzioni, che sono fondamentali in un processo democratico.”

Matilde Carassai e Alice Gogni, 3^ CLA; (Si ringrazia Marta Marazzi per il contributo)

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