Archivi del mese: dicembre 2018

DIALOGHI SULLA GIUSTIZIA intervista a Fiammetta Borsellino e Manlio Milani

In data 7 novembre circa 200 studenti del nostro liceo si sono recati al Campus Agricòle per assistere alla conferenza chiamata “Dialoghi sulla Giustizia”, organizzata dall’associazione Verso Itaca, rappresentata dalla giornalista Carla Chiappini.
Manlio Milani, presidente dell’associazione Vittime della strage di Piazza della Loggia, e Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, sono stati i due relatori principali. A seguire Ornella Favero, direttrice della testata Ristretti Orizzonti del carcere di Padova e Antonella Liotti, referente di Libera Piacenza.
Dialogo: questo è stato il principale tema affrontato dai relatori, e lo scoppio di una bomba ciò che li accomuna.
Per Manlio, la bomba scoppiata a Brescia il 28 maggio 1974, ha portato alla morte della moglie: trauma che lo ha segnato per tutto il resto della sua vita, ma che lo ha anche fatto riflettere su quanto successo.
La strage di Piazza della Loggia, ha affermato egli stesso, ha coinvolto vittime che consapevolmente decisero di aderire ad uno sciopero: per questo sono definiti “caduti consapevoli”, proprio perché consciamente decisero di recarsi in piazza. Secondo Milani, questo fatto esprime una straordinaria solidarietà umana proprio perché l’intento della bomba era di colpire l’unità e la convivenza civile, che però non sono venute a mancare.
Milani si è dunque ricollegato al tema della cittadinanza, sottolineando quanto sia importante che il cittadino assuma le proprie responsabilità nel rispetto della società e delle sue regole: in questa affermazione si ritrova perfettamente la Borsellino, che elogia il padre in quanto morto per la sua perseveranza nel difendere lo Stato.
Fiammetta sottolinea inizialmente che il rischio che si corre quando ci si trova a dover affrontare fatti così pesanti, è di rimanere bloccati nella tragedia privandosi dell’amore per la vita necessario per andare avanti… l’importanza dell’andare avanti: sostiene che staccarsi (non disinteressarsi) dalla vicenda più di 25 anni fa, le ha permesso di crescere e continuare a costruirsi una vita, in modo da poter intervenire oggi con lucidità ed equilibrio.
Intervenire attraverso il dialogo, ripete più volte Fiammetta, è importante per non trovarsi un muro davanti. Incontrando i presunti autori dell’omicidio del padre e della sua scorta, i fratelli Graviano, lei stessa ha tentato e tenta tutt’ora di instaurare un rapporto di dialogo, perché solo così si può arrivare alla verità.
Inoltre si sofferma sull’importanza di non rendere l’accaduto un semplice ricordo ma una vera e propria testimonianza di vita, al fine di trasformarlo in memoria pubblica di un popolo che veda da un lato l’assunzione di responsabilità e dall’altro la visione e l’analisi razionale di ciò che succede.
Dopo 25 anni si è scoperto che era stato imbastito un processo in cui un falso pentito parlava secondo il volere di terze persone. Per questo ammette anche che è fondamentale parlare non mossi dal dolore ma sulla base di prove certe, per non fermarsi ad una “visione superficiale” in questa continua ricerca della verità.
Si muore quando si è soli; questa, un’altra frase emblematica che Fiammetta ha tenuto a precisare nel corso della conferenza: “mio padre -afferma la figlia- è morto perché le istituzioni lo hanno abbandonato, hanno lasciato che affrontasse questa battaglia in gran parte da solo, senza aiuti; ciò nonostante, Paolo non ha mai smesso di credere nelle istituzioni perché se si smette di avere fiducia nel lavoro che esse possono compiere, si può essere certi che non ci sarà mai nessun cambiamento, nessun miglioramento della società in cui tutti noi viviamo.
Milani continua dicendo che l’esigenza di una vittima è la domanda di giustizia che risponde ad alcuni bisogni: prima di tutto quello personale, cioè sapere che la violenza subita non è rimasta impunita, e da qui quello della necessità di non essere abbandonati. La vittima deve poter capire i processi che hanno portato il colpevole ad agire. La violenza ci interroga continuamente e la vittima deve avere la forza di guardare in faccia il colpevole e di continuare nella ricerca della verità. In questo caso il segreto, la mancanza di conoscenza, è il più grave torto che una vittima possa ricevere.
Anche Manlio, come Fiammetta, ribadisce l’efficacia del dialogo: spiega che occorre essere predisposti ad ascoltare e partire dal presupposto che la persona con cui si sta dialogando sia sincera in quanto si assume la responsabilità delle proprie scelte. Anche il dolore diventa così un elemento di confronto che permette di cogliere l’umanità di colui con cui si sta dialogando.
Entrambi comunque, concordano nell’affermare che un colpevole non può morire con dignità senza prima aver chiesto perdono per tutte le sofferenze causate.
Secondo Ornella, ricerca della verità significa accettare che anche i colpevoli sono umani, e come tutti gli umani sbagliano e hanno sbagliato; questo non significa giustificare, ma cercare di capire cosa può aver spinto una persona a fare del male. È necessario lavorare per permettere alla persona di diventare consapevole del male fatto. Bisogna quindi occuparsi del cambiamento di queste persone cercando l’umanità nascosta dentro di loro e soprattutto non lasciandole sole in questa ricerca.
Domande:

-Per entrambi è importante il saper chiedere perdono, cosa ne pensate del perdonare?

MANLIO e FIAMMETTA: “Non credo nel perdono perché penso che non permetta né di vivere meglio né di arrivare alla verità; non si può perdonare in nome di chi non c’è più perché non potendo sapere cosa quella persona avrebbe voluto, sarebbe come commettere l’ennesima ingiustizia nei suoi confronti. Il perdono non serve, si può solo capire e accettare…”

-Dopo così tanti anni non vi chiedete mai se valga la pena questa continua ricerca della verità? Non pensate mai di smettere? Perché? Cosa vi spinge a proseguire in questa ricerca?

FIAMMETTA: “Quando qualcosa ti tocca così nelle viscere, quando perdi un genitore, un figlio, un fratello, è innaturale parlare di stanchezza, smettere di cercare la verità, gettare la spugna; è ovvio che è faticoso, che quando fai delle domande e non ricevi risposta, e quindi combatti senza ottenere risultati è molto frustrante: ci sono momenti di grande sconforto; ma questo non è un motivo che fino ad oggi mi ha mai impedito di proseguire. Questa lotta per la verità non si fa per sé stessi, si fa per gli altri, per i miei figli e per i vostri figli; quindi anche se io non vedrò i frutti del mio lavoro, o come diceva sempre mio padre, anche se io non respirerò il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo dell’omertà e del compromesso mafioso, probabilmente lo vedranno le generazioni future; per questo anche se spesso non si vedono i risultati nell’immediato credo che non si debba mai smettere di lottare; la stessa cosa vale per la verità: la ricerca, il lavoro, si fa perché ne godranno i nostri figli, perché io credo che un paese che vive costantemente nella menzogna è un paese che non può avere un futuro.”

MANLIO: “Non si finisce mai di ricercare la verità, né sul piano giudiziario né sul piano storico, ma io credo che sia fondamentale avere l’idea del poter partecipare, perché le istituzioni sono gli strumenti che devono essere messi a disposizione per questo scopo; ecco perché a distanza di anni continuo in questa ricerca, credo nelle istituzioni e nella partecipazione di ognuno.
-Dopo tutto quello che è successo cosa vi spinge a fidarvi ancora delle istituzioni?

FIAMMETTA: “Mio padre era un uomo di Stato, un uomo che ha lottato perché credeva nello Stato, e io credo che l’unica vera eredità morale che ci ha lasciato è questa fiducia nello Stato. La mafia ha prosperato perché si contrapponeva allo Stato, perché ci ha sempre illuso di poterci dare delle cose che è lo Stato a doverci dare: il lavoro, la bellezza, la casa, non è il mafioso che te le dà, anche se te lo fa credere. Io credo che se ci sono delle mele marce all’interno dello Stato, quelle si possono individuare e si possono eliminare; e infatti se oggi siamo arrivati a dei risultati è perché all’interno dello Stato ci sono delle parti sane che svolgono il loro lavoro e lo svolgono con onestà.”

MANLIO: “Io mi sono formato attorno all’idea del valore delle istituzioni, guardandole anche come un luogo in cui finalmente un determinato pensiero poteva entrare; ma il loro valore è inteso come strumento che regola la vita sociale di una comunità, entro la quale ci dobbiamo identificare (secondo me è un traguardo della democrazia). Le istituzioni devono facilitare la trasparenza ma soprattutto la partecipazione, perché è questo l’elemento fondamentale; partecipare non è scontato: anche il voto, che è importante, deve essere il momento in cui scelgo attraverso un percorso che ho fatto prima e non ci può essere la dittatura della maggioranza. Le istituzioni devono favorire la formazione e la formazione dei processi di responsabilizzazione. Per questo io credo di avere ancora fiducia nelle istituzioni, anche se è evidente che di questi tempi la loro autonomia è messa molto in discussione e dall’altro lato c’è sempre di più una domanda di delega che può portare a mettere in discussione la convivenza civile. Dobbiamo imparare ad assumerci la responsabilità di partecipare per riscoprire pienamente il valore delle istituzioni, che sono fondamentali in un processo democratico.”

Matilde Carassai e Alice Gogni, 3^ CLA; (Si ringrazia Marta Marazzi per il contributo)

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OMNIA VINCIT VERITAS Triste storia di una necessità

Grande (s)fortuna del nostro tempo, tocca dirlo, è la libertà di parola. Siamo costantemente in balia di chi le opinioni le fa scivolare fuori dalla bocca come l’aria i condizionatori; cicloni di baggianate, tormente di idiozie e nubi di ignoranza – del resto, la ragione la si ottiene più per furbizia che per intelletto -: questo è il clima in cui ogni giorno siamo chiamati a cercare la verità. I tempi non incoraggiano molto; da un lato non siamo più positivisti con tante sicurezze alle spalle ed un capolinea davanti, dall’altro siamo un po’ assuefatti a chi confeziona per noi certezze assolute che ci ipnotizzano in pubblicità, marchi e mode. Tempo difficile ma con un gran potenziale per i pensatori: l’incertezza, la polifonia e la vicinanza comunicativa di chi un cervello lo usa – pensiamo, quand’è stata l’ultima volta che abbiamo attivato il nostro? – danno spazio a maggiore confronto; e senza giocare a fare Aristotele, la rete è un’ottima base per la tolleranza ed il dialogo – non a caso l’hanno inventata al Cern, dove il QI medio è certamente superiore rispetto a quello della popolazione americana -. Possiamo anche chiederci: Quanto vale pensare? Quanta felicità sono disposto a mettere in pegno per ottenere la verità? Quale fine? Speriamo che le esili parole di questo articoletto possano aiutarci a rispondere.
I – Giornalismo ed iperrealtà
Ci sarà un perché dietro al fatto che i media siano anche mass, e ora andiamo a screditare quella consapevolezza rispetto alla realtà che crediamo di avere quando leggiamo un articolo o quando guardiamo il telegiornale. Tra le tante teorie in merito, proponiamo quella di Jean Baudrillard, filosofo francese della seconda metà del novecento che indaga il rapporto uomo-media-realtà nel suo saggio “Simulacres et Simulation”: egli afferma, riguardo alla televisione, che essa definisce il nostro mondo attraverso il potere delle immagini, che, tuttavia, non necessariamente riproducono la realtà. Ci troviamo quindi in condizione di iperrealtà, percepiamo ciò che ci circonda in modo corrotto, galleggiamo in un mare di simulacri. Oltre a ciò che dice Baudrillard aggiungiamo due esempi: duecento anni fa le possibilità di uscire di casa per un viaggio e scomparire oltre l’orizzonte – causa malviventi, rapine e chi più ne ha, più ne metta – erano nettamente più elevate ma, generalmente, si viveva “felicemente” e con più ignoranza resto – non che le due cose non vadano di pari passo, anche Goethe non era di ottimo umore prima di iniziare il suo “Viaggio in Italia” -. Oggi invece siamo, da un canto assuefatti alle continue notizie straordinarie che affollano le prime pagine dei quotidiani, cosicché sicuramente uscito di casa cadrò nelle grinfie di qualche malintenzionato che mi sventrerà per poi rivendere gli organi o di qualche straniero – e chi è il vero straniero? – che mi borseggerà non appena girato l’angolo; analogamente si parla delle quarantatré vittime del crollo del ponte Morandi ma non si parla della riduzione di incidenti stradali al venti per cento negli anni di concessione ad Autostrade per l’Italia. Dall’altro canto siamo come Bip-bip che continua imperterrito la sua vita senza che Willy il Coiote riesca mai a scalfirlo, così pericoli da cui dovremmo essere terrorizzati – il nucleare, la sovrappopolazione ecc., per restare in tema cospirazione – ci passano accanto senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Spesso vittime più di noi stessi che della realtà.

II – Dove la ragione può ancora fare luce
Tralasciando le nostre strade accecanti per le insegne luminose, abbiamo parlato con chi il peso della verità lo avverte, chi ne sente la necessità. Valère ha studiato presso la facoltà di agraria di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ora vive e lavora in Congo, suo fratello Anselme invece si trova in Italia e si impegna per la divulgazione della situazione socio-politica in Congo. In merito a ciò di cui stiamo per parlare si trova qualche articoletto ne “La Repubblica”, “L’Avvenire” e perlopiù giornali specializzati sul Continente Nero; indubbiamente però permane un alone di disinformazione che nel nostro piccolo, tentiamo – almeno in parte -, di colmare. La Repubblica Democratica del Congo si trova in centro-Afrrica, ha un’estensione pari a sette volte quella Italiana ed è caratterizzata dall’alta quantità di etnie (453) e religioni presenti, la cui maggioranza è costituita da quella cristiana. Sul fronte politico, la Repubblica sta vivendo periodi travagliati. Il presidente Joseph Kabila, pur avendo terminato il suo mandato nel 2016, dopo dieci anni al potere, non è ancora sceso dal trono imperiale. Gli viene anche concessa una proroga di un anno per organizzare le nuove elezioni ma, alla fine dei conti, nulla di fatto. Per combattere questa situazione è stato costituito il Comitato Laico di Coordinamento, che nel dicembre 2017 organizza una manifestazione pacifista, chiedendo di armarsi di “rosario, bibbia e un ramo di palma”, si sfocia ciònonostante nella repressione armata, con la polizia che uccide dieci manifestanti ed arresta suore e preti. Il cardinale Mosengwo Passinya, allora vescovo di Kinshasa, dice in merito: “il congolese vive nel proporio paese come se fosse in carcere a cielo aperto”; “Lo scopo è quello di creare disordini, sia per occupare spazi degli autoctoni, sia per sfruttare ricchezze. […] E questo è alimentato dai paesi limitrofi purtroppo con la complicità dei congolesi stessi con la passività del le autorità congolesi, che invece dovrebbero proteggere la popolazione”, “Di fronte alle intenzioni macabre del mondo delle multinazionali che lavora senza tenere conto delle aspirazioni della gente, ci sono degli appelli che si fanno alla comunità Internazionale per fermare questo spiraglio di violenza in modo che il Congo possa funzionare come tutti i paesi democratici. Perché la gente possa eleggere i dirigenti che vuole.” Dice invece Valère. La Repubblica congolese è uno stato con ricchi giacimenti minerari – in particolare coltan e rame – e “tutti abbiamo un pezzo di Congo nel nostro quotidiano, che sia con cellulari, PC, tablet, auto”. Il popolo vive sottoposto ad un continuo sfruttamento dovuto al reperimento di queste risorse , che è costato la vita a dodici milioni di persone dal 1998, tanto che anche l’Onu ha mandato un contingente in “missione di pace”: “Tutta la comunità internazionale è presente dentro a questa nazione sotto due forme: militare “regolare” (ossia i 22 mila caschi blu dell’ONU che facilitano l’accaparramento delle risorse tramite le multinazionali occidentali) e mercenari (prevalentemente africani- ruandesi, burundesi, ecc. i quali fanno il lavoro sporco, ossia uccisioni, stupri, caccia agli autoctoni).”, “. A cosa serve tutta una popolazione o esercito di più di 5 mila uomini Caschi Blu in Congo? Forse per tutelare gli interessi delle multinazionali delle rispettive nazioni di appartenenza? In ogni caso, sia il risultato sia lo stato in cui versa il paese è sicuro che l’ONU non è in Congo per i congolesi” dicono i due fratelli. “Il silenzio (oltre alla paura) è la benzina per la macchina messa in moto dalle potenze unite per impossessarsi del Congo decimando i congolesi. La lotta instaurata dalla società civile del Congo continuerà fino alla fine, qualsiasi essa sia”, tocca dire che noi ne siamo complici e testimoni. In una simile miseria si riconosce però un barlume di speranza: “La Chiesa cattolica, che rappresenta 40 % della popolazione, è per questo una speranza e una grande forza per il ristabilimento della pace, della giustizia e del benessere della gente”; “Papà Francesco richiama molte volte quello che succede in Congo”.
III – Cosa ci resta da fare?
Possiamo procedere imperterriti sulla nostra strada, retta, lasciandoci scivolare accanto gli emisferi i poli negativi della realtà, condannandoci così ad una inebetente felicità; possiamo evitare di guardare, voltare la testa e scappare dai si e dai no. Possiamo anche, però, porgere le terga all’ignava omertà – perché siamo più colpevoli quando non facciamo nulla che quando facciamo un che di sbagliato – e porci a resistenza, come voce fuori dal coro, cantando la verità. Ne abbiamo il diritto, ma anche il dovere.

“Finché esisterà, per opera di leggi e di costumi, una dannazione sociale che in piena civiltà crea artificialmente degli inferni e inquina di fatalità umana il destino, ch’è cosa divina; finché non saranno risolti i tre problemi del secolo, la degradazione dell’uomo nel proletariato, la decadenza della donna nella fame, l’atrofia dell’infanzia nelle tenebre; finché in talune regioni, sarà possibile l’asfissia sociale; in altri termini, e da un punto di vista ancora più vasto, finché ci saranno sulla terra ignoranza e miseria, libri della natura di questo potranno non essere inutili.”
V. Hugo, Premessa a “I Miserabili”, 1862

Daniele Ferrari, 3scA

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