Un’adolescenza negli anni ottanta.

Articolo di Linda Anelli, 2° Lg A

Il sole splende – stranamente – sui tetti di Piacenza e, appena tornata a casa da scuola, decido di fare il compito che mi hanno assegnato per il giorno seguente: fare un’intervista. Non un compito facile, certo, soprattutto per chi la deve “subire”. Decido di intervistare mio padre, nonostante non sembri particolarmente in forma, ma so che non si tirerà indietro.

Prima domanda ed è subito euforia: “come era la tua giornata tipo, papà?” dico con fare quasi intimidatorio, classico degli giornalisti di testate giornalistiche di gossip. Il mio vecchio, seduto a gambe incrociate sul divano di casa, risponde di getto, senza riflettere un attimo. La sua giornata era divisa in due parti: la mattina, che si passava sempre a scuola, e il pomeriggio che, quando la campanella non lo richiamava sui banchi per il rientro pomeridiano, passava a studiare (poco) ma soprattutto si recava presso il mitico oratorio del Corpus Domini per una partitella a calcio insieme ai suoi amici.

Un silenzio sembra pervadere la stanza, ma fortunatamente la tv in sottofondo funge da radio e le canzoni hanno la meglio sul quasi imbarazzo creato. Finito di appuntare le ultime cose, parto con la seconda domanda, che riguarda l’impiego del tempo libero. Mentre cerca di sistemarsi meglio sul divano, pensa alla risposta, e dopo qualche istante dichiara che si recava alla società sportiva Libertas per giocare a calcio ma, come anche già citato in precedenza, i suoi svaghi erano concentrati soprattutto presso l’oratorio dove si giocava e si passava semplicemente del tempo insieme.

La terza domanda invece è questa: “quando eri adolescente, come ti vedevi nel futuro? Avevi qualche sogno nel cassetto? Si è realizzato?” dico. “A dir la verità non avevo molto tempo per pensare al futuro, sono andato a lavorare quando ho compiuto i 16 anni e da lì in poi non mi sono più fermato.” Cerco di andargli un po’ sotto, escogitando metodi per farmi dire qualcosa di più, perché non è possibile che un ragazzo di 16 anni non abbia sogni nel cassetto. Ancora una volta il silenzio si mette tra di noi, ma poi la sua voce decisa mi dice: “A dir la verità sì, avevo un sogno, diventare un calciatore, ma sapevo benissimo che era un’utopia: ero convinto che non sarei mai diventato uno dei signori del calcio che si vedono al giorno d’oggi in tv”. So benissimo che non mi dirà mai tutta la verità, perché forse di qualche sogno aveva vergogna; proprio per questo motivo gli ricordo del suo sogno nel cassetto che amo, fare il giornalista sportivo. “Ah, beh, sì, un altro sogno era diventare un giornalista sportivo, così avrei unito due mie passioni: lo sport e la scrittura”.

A riportarci alla realtà è mia madre questa volta, che entra di volata dalla porta di casa per portare la spesa in frigo. Passo così alla quarta ed ultima domanda: “Qual è stato il primo oggetto elettronico che hai usato?”. “Indubbiamente la televisione, e poi logicamente la radio”, mi dice mio padre. “E poi mi ero affezionato moltissimo a un videogioco sul calcio, di cui non ricordo il nome però; era molto innovativo per l’epoca: luci e suonerie molto all’avanguardia” prosegue sorridendomi. Continua spiegandomi che non era più grande del suo portafoglio, che nel frattempo mi mostra orgoglioso come se fosse veramente quel game boy, ma che adorava comunque.

Una voce dalla cucina chiama il nome di mio padre: è ora di andare ad aiutare la donna di casa a mettere a posto la spesa.

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