Confronto tra due generazioni

Articolo di Lucrezia Galli, 2 Lg.A

Sasà, com’era la tua tipica giornata quando avevi 15 anni?

È così che inizia l’intervista rivolta al mio allenatore di atletica di soli 21 anni, Salvatore (detto più semplicemente Sasà) , che si è dimostrato via via sempre più interessato e disposto a rispondere alle mie domande.

-La mia giornata era organizzata non diversamente dai 15enni di oggi- , inizia a spiegarmi Sasà sbuffando e, inizialmente, con disinteresse per la domanda appena posta. -Era la solita routine quotidiana: mi svegliavo, andavo a scuola, tornavo e subito volavo al campo per allenarmi; poi, una volta tornato a casa, cenavo e mi buttavo sui libri fino a tardi.- E così era tutti i giorni, senza mai fermarsi un attimo, continua Sasà, seduto su una panchina e con sguardo assente, scrutando tra i suoi ricordi che, seppur vicini nel tempo, sono pur sempre passati. Poi mi guarda, curioso di sentire le altre domande; si alza e, mentre inizia a sistemare gli ostacoli, io gli chiedo se alla mia età aveva già un’idea, un’immagine di come sarebbe stato lui nel futuro. Sasà, sentendo la domanda si ferma, appoggia l’ostacolo che aveva in mano, si gira verso di me e, accennando il primo sorriso della conversazione, mi parla della sua ambizione. Mi dice -Avevo già le idee molto chiare. Mi vedevo come proprietario di una palestra di riabilitazione o di un centro polisportivo. Ambivo a concentrare il mio futuro nello sport.-

-Quindi era questo il tuo sogno?- gli chiedo io –E hai ancora intenzione di realizzarlo?-

Subito vedo accendersi un bagliore nei suoi occhi, il sorriso si allarga. -Sì, è questo il mio sogno, quello che potremmo considerare l’obbiettivo della mia vita- , riprende lui, spiegandomi che ora sta seguendo studi universitari che spera lo porteranno a realizzare il sogno nel cassetto che coltiva da anni. -Sono partito dal basso, allenando il mio piccolo gruppo di ragazzi e, piano piano, vorrei arrivare sempre più in alto fino a raggiungere la vetta del mio obiettivo.-

Finisce di sistemare gli ostacoli, mentre mi parla, poi si avvia verso la sua solita panchina e io lo seguo.

-E com’è allenare i ragazzi della mia età? Cosa pensi della mia generazione?-

Per quanto ti possa sembrare strano detto da un 21enne, Lu, c’è un profondo abisso tra la mia e la tua generazione- , spiega Sasà, assumendo un’aria molto interessata all’argomento. Mi dice che nota una particolare mancanza nella nostra generazione dal punto di vista emotivo-relazionale. -La tecnologia, i cellulari, i social- , continua lui, serio e convinto, – vi hanno reso incapaci di relazionarvi nel mondo reale, di provare vere emozioni, di avere il coraggio di conoscere dal vivo una persona a cui si è interessati, e non, per esempio, su Whatsapp con un messaggino “Hey! Mi hanno dato il tuo numero, mandami una foto e conosciamoci!” –

La sua generazione, va avanti Sasà guardandomi dritto negli occhi, non è propriamente nativa-digitale, ma è stata la generazione di passaggio e quindi, alla nostra età, loro non erano così attaccati alla tecnologia o ai cellulari, come se fosse una questione di vita o di morte.

-E allora, qual è stato il tuo primo approccio con la tecnologia? –

-Beh- mi dice,- il primo mezzo tecnologico che ho usato è stato un pc con su Windows 95 e lo usavo solo per giocare a un giochino di Robin Hood.- Poi ridendo, mi spiega com’era fatto il computer quand’era piccolo, perché era molto diverso da quello che abbiamo oggi, sia per le prestazioni che per il design. Me lo descrive come uno scatolone enorme, e anche un po’ bruttino rispetto a quelli super evoluti che abbiamo noi oggi, ma a lui sembrava magico e spettacolare, proprio perché non era un oggetto scontato e di uso quotidiano che avevano tutti i bambini, come invece lo è ora.

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