Nuovi ‘conCittadini’ contro le mafie: un incontro sulla cultura della legalità

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“La mafia teme più la scuola che la giustizia”, ha dichiarato Nino Caponnetto, il magistrato che negli anni ’80, a Palermo, diresse il Pool Antimafia.
Ed è proprio questa l’idea che sta alla base di “conCittadini”, un progetto di educazione alla cittadinanza attiva promosso dall’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna: contrastare la criminalità organizzata attraverso la sensibilizzazione dei più giovani.
Nell’ambito di tale progetto, il 4 marzo scorso, presso l’Università degli Studi di Bologna, si è tenuto un incontro dal titolo L’impegno civile nel contrasto alle mafie, rivolto agli studenti della nostra regione.
Al convegno hanno partecipato Simonetta Saliera (presidente dell’Assemblea Legislativa), Francesco Ubertini (rettore dell’Ateneo bolognese), Franco Roberti (procuratore nazionale antimafia), Gaetano Paci (procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria), Maria Falcone (presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone) e Stefania Pellegrini (docente all’Alma Mater di Bologna). Elia Minari, presidente dell’associazione culturale antimafia “Cortocircuito”, ha introdotto i vari relatori, proponendo loro alcuni dei quesiti posti dagli studenti.

Il complesso universo delle mafie

Quando si parla di mafia si pensa spesso ad un fenomeno unitario. In realtà si tratta di diverse forme di organizzazione criminale, distinte, soprattutto in origine, in base al territorio in cui sono nate: “Cosa Nostra” in Sicilia, la camorra in Campania, la ‘Ndrangheta in Calabria, la Sacra Corona Unita in Puglia.
Nel tempo, le mafie si sono diffuse a livello internazionale e si sono infiltrate anche nel nord Italia. Lo dimostra il processo “Aemilia”, in corso in questi giorni a Bologna, che ha portato all’arresto di 117 persone imputate di concorso in associazione mafiosa di stampo ‘ndranghetista.
La ‘Ndrangheta in Emilia-Romagna è contemporaneamente indipendente e dipendente dai luoghi d’origine: “è arrivata con la droga e l’imprenditorialità, con la forza dei soldi, usando la violenza solo come forza di riserva dove non funziona la corruzione, che però purtroppo ha funzionato quasi sempre”, ha osservato il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti. La vulnerabilità amministrativa, la ricchezza del territorio, la sottovalutazione del fenomeno hanno fatto sì che si radicasse e che diventasse sempre più forte.

Presidi di legalità

Tutti i relatori si sono trovati d’accordo nel sostenere che la sconfitta delle mafie è impossibile senza l’impegno civile di ciascuno: “Lo Stato può vincere la criminalità organizzata, ma il contrasto giudiziario non è più sufficiente. Servono presidi di legalità di fronte al cedimento culturale ed etico, all’incapacità di capire l’infiltrazione della criminalità organizzata. Serve una presa di coscienza corale dei cittadini responsabili”, ha ricordato il procuratore Roberti.
La mafia teme le persone libere. Ognuno di noi, dunque, può avere un ruolo importante nel contrasto alle mafie e nella lotta per la legalità. La legalità non è solo rispetto delle leggi, ma anche e soprattutto assunzione di responsabilità, fondamento dell’esercizio della libertà.
Il primo passo è sicuramente la conoscenza del fenomeno: la conoscenza di ciò che sono diventate le mafie, della loro struttura gerarchica, e la presa di coscienza del fatto che oggi esse rappresentano un sistema complesso, difficile da individuare a da sradicare. Occorrono coraggio civile e di voglia di denuncia: per questo è fondamentale tenere gli occhi aperti, collaborare attivamente con le forze dell’ordine, ma soprattutto puntare su scuola e informazione.
“Per fortuna siamo ben lontani dagli anni ’80. Oggi i ragazzi si impegnano e la società civile si è svegliata”, ha ricordato Maria Falcone. “Adesso non lasciamo più le persone sole, come è accaduto a mio fratello Giovanni. Abbiamo una società più attenta, grazie a una maggiore coscienza del problema. Per Giovanni ci sono state tante sconfitte, mentre le vittorie sono arrivate solo dopo la sua morte: per questo voglio che si parli di lui non come di un eroe, ma come di un uomo delle istituzioni che credeva profondamente nella sua patria, grazie alla cui fatica e al cui sangue è stato possibile piantare il seme di una guerra contro le mafie in cui è fondamentale la partecipazione della società civile”.
In questo senso, il compito della scuola è essenziale per la prevenzione: “in Emilia Romagna – ha sottolineato la presidente Saliera – abbiamo messo in campo competenze tecniche e di progettazione per tanti tipi di azioni, dalla mobilitazione della società civile a interventi culturali e formativi. Solo nel 2015, l’Assemblea legislativa è entrata in contatto con 30.000 soggetti, in gran parte giovani e studenti, per diffondere la cultura della legalità”.
E’ proprio a scuola che i ragazzi acquisiscono il sentimento e la voglia di legalità e il fiorire di tante associazioni giovanili antimafia ne è una conferma.
Un meraviglioso esempio di ciò che si può fare è offerto dall’attività di “Cortocircuito”, associazione culturale antimafia nata a Reggio Emilia nel 2009 come giornale studentesco e web-TV, che riunisce ragazze e ragazzi accomunati dall’impegno e dal coraggio nel documentare fatti scomodi collegati alla criminalità organizzata sul loro territorio, attraverso video-inchieste e reportage. L’alta qualità del loro lavoro è testimoniata dal fatto che i risultati di queste indagini sono stati acquisiti come prove nel processo “Aemilia”, processo per il quale la nostra regione ha investito 800.000 perché si celebrasse a Bologna, con l’obiettivo di farne parlare ogni giorno.
“Oggi ci troviamo di fronte a una sfida molto delicata: l’intimidazione dolce ha portato il tessuto sociale ad accettare la presenza della criminalità organizzata. La repressione ha dato finora ottimi risultati, ma non è più sufficiente. Occorre mettere in campo altre risorse di tipo culturale”, ha osservato il magistrato Gaetano Paci. Per sradicare la cultura mafiosa e combattere la corruzione, quindi, accanto a quello della scuola è importantissimo il ruolo di un’informazione libera, davvero indipendente.
Stefania Pellegrini ha infine parlato dell’utilizzo dei beni confiscati alle mafie come eccezionale strumento di contrasto e ha presentato la mappatura dei beni confiscati in Emilia Romagna messa a punto con i suoi studenti, utile a sviluppare un percorso di comunicazione e di informazione condivisa.

Ramandeep Kaur
Davide Ramelli
Marta Sofia Tiboni
Chiara Tonani
Francesca Zavattarelli

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