2 agosto 1980: le parole di un’ultima.

   La stazione conserva le sue cicatrici. Piccole aree dell’edificio rimangono com’erano allora:  il vetro pesante della tettoia sul binario 1, il muro spesso della sala d’aspetto spaccato a metà da una crepa che fa tremare. L’orologio fermo sulle 10.25, il tempo congelato dalla forza dell’esplosione. La stazione custodisce i suoi ricordi. I segni della memoria diventano lapidi e fotografie,  monumenti del ricordo che riportano ottantacinque nomi, una preghiera e un’eredità. La preghiera è di Papa Giovanni Paolo II e si rivolge a Dio. L’eredità è donata dall’UNESCO e si rivolge ai giovani. Sono, in modi diversi, la medesima dichiarazione di una sconfitta e il lascito di un’uguale speranza: chi non è riuscito a costruire la pace consegna alle generazione future il compito di difendere la vita. I nomi sono terribili, indelebili sulla lapide che sorveglia il punto esatto dell’esplosione. Troppo uguali e troppo numerosi, erano di madri, padri, fratelli e amici. Accanto ad ognuno un numero, gli anni che quelle persone avevano quando sono morte per la bomba. Sono i nomi e i numeri a raccontare che la strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna è stata la strage delle famiglie e dei giovani. 85 i nomi dei morti, incisi sul marmo, 200 quelli dei feriti. Un nome una vita, ed ogni vita una storia. Patrizia, donna piccola dai capelli biondi e gli occhi vivaci, è una di queste.

   Siamo in una sala dal soffitto alto e dall’aspetto imponente, allestita soltanto da un grande tavolo di legno e tante sedie. È la sede dell’“Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna”, passaggio obbligato per comprendere il 2 agosto 1980. Un posto attorno al tavolo è riservato a Cinzia, la guida che ha spiegato l’attacco terroristico mentre eravamo alla stazione, un altro a Patrizia, testimone della strage. Cinzia ha una voce potente e il coraggio di parlare chiaro. Patrizia è una figura minuta, intorno ai cinquant’anni, che indossa jeans da ragazza e porta un taglio sbarazzino. È portatrice del valore irrinunciabile della testimonianza. Sono pronta a raccogliere ogni sua parola, assetata di una verità che posso ascoltare. E infatti, come un ambasciatore fedele al proprio messaggio, Patrizia inizia a raccontare la storia del suo 2 agosto di trentasei anni fa.

 “Mi ricordo benissimo il giorno prima della strage. Avevo litigato con mio marito riguardo all’orario del nostro treno. Partivamo per la Sardegna con un gruppo di amici, il sogno di una vita per noi che in vacanza eravamo sempre andati sulla riviera romagnola. Lui voleva partire più tardi, ma alla fine riuscii a convincerlo. Sono stata io a scegliere il treno delle 10.25, l’ora della bomba. 

   Il treno doveva arrivare sul binario 1, così la mattina della partenza eravamo lì ad aspettarlo. Era il 2 agosto, e la stazione era piena di gente. Partivamo in molti quel giorno, perché agosto era il mese di vacanza per gli operai e gli impiegati. I treni arrivavano e lasciavano la stazione, c’era una grande confusione e un insieme di voci, suoni, odori e movimenti. Forse è stata colpa di quella frenesia infinita e caotica, o forse per un banale errore di lettura, ma ad un certo punto la voce di una delle centraliniste ha annunciato ai passeggeri del nostro treno di spostarsi sul binario 3. Sul pannello delle partenze non era cambiato nulla. Dopo qualche attimo di dubbio, andammo sul binario 3, dove  ancora adesso c’è una piccola sala d’attesa.  Mi ricordo bene che, poiché avevo un gran caldo e avevamo saltato la colazione, volevo andare a prendermi un caffè. Ma il nostro treno stava per arrivare, così sempre mio marito mi trattenne. Eravamo ancora lì a discutere, quando la bomba è scoppiata.

  Eravamo in tanti ad aspettare sul binario 3. D’istinto abbiamo cercato di stare tutti vicini. Un mucchio di persone che insieme si muovevano a caso, senza sapere cosa fare, dove andare o da cosa scappare. L’esplosione aveva fatto alzare molta polvere, tutto era coperto da una nebbia di detriti. Era difficile vedere, respirare, capire. Seguendo l’istinto siamo andati vicino alla sala d’aspetto. Non sapevamo cosa fosse successo, né capivamo quel boato assordante e quella polvere che ora copriva tutto. Eravamo terrorizzati, ma prima ancora confusi. Ho chiesto a mio marito se avevo tutto a posto perché in quei momenti l’adrenalina e la paura sono così forti che non riesci da sola a capire cosa ti sta succedendo. Se hai ancora le orecchie, gli occhi, le dita tutte al loro posto. Lui mi ha guardato e mi ha risposto di sì, e poi mi ha chiesto di controllarlo. Si teneva una mano appoggiata alla testa, e sanguinava.

  L’unica cosa a cui abbiamo pensato era che dovevamo andare all’ospedale. Non eravamo consapevoli della gravità di quello che era successo, non sapevamo quanti feriti aveva fatto l’esplosione. I morti, nemmeno li immaginavamo. Non avevamo la macchina, alla stazione ci avevano accompagnato i genitori. Incontrammo un altro ragazzo, ferito anche lui, che aveva la macchina ma non poteva utilizzarla nelle sue condizioni. Ho guidato io fino al pronto soccorso, tenendo un fazzoletto bianco fuori dal finestrino perché allora si usava così se trasportavi feriti, e gli altri capivano subito che avevi fretta. Siamo stati alcuni dei primi ad arrivare all’ospedale. Hanno curato mio marito e il ragazzo. Al momento di visitare me, il dottore mi chiese se sentivo qualcosa e io gli risposi di no. Avevo un vestito estivo, leggero e con una scollatura morbida. Quando me lo sono tolta per il controllo del medico, sono cadute alcune grosse schegge di vetro. Erano entrate dalla scollatura ed erano lì dal momento dell’esplosione. Sotto il vestito ero piena di tagli, ma non sentivo nulla.”

 Patrizia prende un attimo di respiro, parla veloce, e poi ritorna a raccontare.

 “Appena tutto era successo, sentivo solo che dovevo fare. Fare qualsiasi cosa, aiutare, tenermi in movimento. Non riuscivo più a fermarmi, era tutto veloce e io dovevo correre dietro al succedersi degli eventi. Poi ne divenni ossessionata. Per un mese intero parlai solo di quello. Della stazione, della bomba, del 2 agosto. E, sapete, la prima volta che lo raccontavo le persone rimanevo ad ascoltarmi, e anche la seconda se erano gentili. Ma dopo l’ennesima volta che ripetevo le medesime parole nessuno stava più a sentirmi. Dopo quei trenta giorni di racconto impazzito, non dissi più una parola sulla strage per trent’anni. Solo adesso torno a parlarne, grazie a questa Associazione. Mio marito non ha mai detto nulla, è come se lui quel giorno fosse stato da un’altra parte. Vorrei che si avvicinasse a questo gruppo di persone che cercano di mantenere vivo il ricordo, ma nessuno, nemmeno io, lo può obbligare. Perché essere testimone è un compito, ma soprattutto una scelta. Vi posso raccontare i fatti, e vi posso spiegare le sensazioni che abbiamo provato. Ma non racconto quello che ho visto. Non mi sembra giusto. Le cose che ho visto le può capire soltanto chi era lì. È qualcosa di indicibile, che non si può ridurre alle parole. Lo può capire solo chi era lì, e lo ha vissuto sulla pelle.

   Di fronte a un’esperienza così autentica e forte non rimane spazio per la commozione. La realtà è troppo assoluta per poterla filtrare attraverso le mie emozioni. Mi ritrovo senza parole, l’unica voce è quella di Patrizia, che persevera nella sua missione di testimone e prosegue a parlare, anche quando non me lo aspetto. La sua è una storia a lieto fine, perché la può raccontare. Ha due figlie, una malattia da sconfiggere e una vita che nonostante tutto non l’abbandona. Non riesce più a sopportare l’odore della stazione, che prima amava tanto perché sapeva di festa e di ritrovo. Fuma molte sigarette (troppe, secondo i suoi cari), non crede nelle istituzioni e affronta ogni difficoltà con una forza d’animo ammirabile. Patrizia è una delle tante vittime della strage a Bologna. È stata colpita dall’orrore, ma è viva. Molti altri che il 2 agosto si trovavano alla stazione ora non possono raccontarlo. Alcuni sono diventati nomi incisi su una lastra di marmo. Altri si sono visti costretti ad abbandonare sogni e certezze. Ogni vita che passava per quel luogo di passaggio all’improvviso è cambiata per sempre.

 “Di storie ce ne sono tante. O ce n’erano forse, perché adesso molte di quelle persone non esistono più. Un ragazzo che conoscevo perché era in classe con me al liceo si era sposato da poco, e doveva partire con la moglie incinta per il primo viaggio insieme. Dovevano partire qualche giorno dopo, ma la mattina del 2 agosto passeggiando per il centro decisero di entrare in stazione per controllare gli orari del treno. Morirono entrambi. Li riconobbero dalle fedi, uguali, che portavano alle dita. E allora esiste anche il senso di colpa, un senso di ingiustizia che mi attraversa quando mi chiedo perché loro, che dovevano stare in stazione per pochi minuti, sono morti ed io, che partivo proprio quel giorno, sono sopravvissuta. Sopravvivere porta con sé domande difficili. Ci sono storie come quella di Tonino, che voleva fare il soldato. Nell’esplosione finisce sotto un treno, perde una gamba e un braccio e rinuncia a tutti i suoi sogni. Esiste la storia di Paolo, che quel giorno doveva partire con la nonna per le vacanze al mare. La mamma lo aveva accompagnato alla stazione, perché Paolo era sempre stato un po’ un mammone e faceva fatica a separarsi da lei. Il 2 agosto perde la mamma e la nonna, e sopravvive protetto da una lastra di metallo crollatagli addosso nel momento dell’esplosione. Paolo si sentiva male al pensiero di restare due settimane senza la mamma, e ci chiede di immaginare come si è sentito quando gli hanno detto che non sarebbe stato con lei mai più.”

   “Vi racconto l’ultima cosa. Passati alcuni giorni dopo l’attentato, quando tutti ormai avevamo capito cosa era successo e la situazione era più chiara, ho ripensato a quella mattina. A quante scelte apparentemente insignificanti avessero fatto in modo che io fossi ancora viva. Ho riempito la mia testa di ‘se’. Più di ogni cosa volevo ringraziare l’impiegata che aveva annunciato lo spostamento del treno  al binario 3. Sul binario 1, quello più vicino a dove era posizionata la bomba, sono morti quasi tutti. Con il suo piccolo errore quella donna mi aveva salvato la vita. Volevo trovarla e dirle grazie per aver sbagliato. Ma non la trovai mai. L’ufficio delle impiegate si trovava al primo piano, sopra la sala d’aspetto di seconda classe. Con l’esplosione era crollato completamente e lei, chiunque fosse, era morta. Mi ha salvato la vita, ed è morta.”

  Patrizia smette di parlare. Il suo racconto è finito, ma la sua testimonianza è un dono che rimarrà a lungo. È un racconto che deve restare acceso nella memoria di tutti, una storia che deve continuare a vivere, soprattutto in un presente di tensioni e paure. Il 2 agosto 1980, nella strage di Bologna 85 persone sono morte, 200 sono state ferite. I colpevoli di questa strage non sono in prigione. La stazione conserva ancora le sue cicatrici, e custodisce i suoi ricordi. È un ambiente dinamico, di passaggio e di scambio. Chi attacca questi luoghi sa di colpire il cuore pulsante del popolo, il porto di una città aperto verso il resto del mondo. Chi viaggia è sempre qualcuno di vivo, mentre i terroristi desiderano una realtà paralizzata. Ieri a Bologna, oggi a Parigi, Bruxelles, Raqqa, Il Cairo.

Gli ultimi sono gli uomini, le donne e i bambini calpestati dalla brutalità degli eventi. Le vittime innocenti di ogni atto di violenza. Ultimo è chi viene strappato alla vita senza colpe, perché si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato della Storia. Chi viene ammazzato a tradimento e non può trovare spiegazioni del proprio destino. I vinti senza aver mai combattuto, gli uccisi che non sanno il perché della propria morte. Gli ultimi sono i senza giustizia.

Elisa Silva

da un’esperienza con Cinzia V. del Cedost di Bologna (1 aprile 2016)

Annunci

Commenti disabilitati su 2 agosto 1980: le parole di un’ultima.

Archiviato in Vita di scuola

I commenti sono chiusi.