Archivi del mese: marzo 2016

Pellicce, l’arte di uccidere

Diamo il via alla serata delle sfilate, si mostrano le collezioni invernali degli stilisti più in vista: borse alla mano e stivali alti per modelle che sfilano trionfanti mentre esibiscono costosi abiti. Tra questi  non possono mancare le pellicce che rifulgono sotto la luce dei riflettori e gli scatti dei fotografi, catturando gli sguardi ammirati del pubblico… Non c’è che dire, la performance riscuote immenso successo, grande prova di talento e abilità da parte degli stilisti, geni della moda, veri e propri artisti…ma, un momento, non celate i segreti della vostra arte! Le pellicce non cadono dal cielo già belle e pronte, che io sappia erano attaccate alla pelle degli animali… Avete scordato di far sfilare ciò che resta dei loro corpi insieme alle modelle, trascinati con un guinzaglio magari. Non c’è nulla di più glamour del sangue innocente.

Spesso gli uomini dicono di amare gli animali, specialmente quelli domestici, talvolta li scelgono come compagni di vita, li coccolano, li fanno giocare ma se subentrassero questioni di denaro non esiterebbero ad ucciderli barbaramente per venderne la carne o la pelliccia. Così li ringraziano per tutto l’amore e la fedeltà ricevuta, un magro compenso per una vita dedicata ad amare sinceramente il padrone… a cosa è giovato? Forse a morire più facilmente perché uccisi da chi si fidavano. Una simile azione è spregevole e vergognosa, tuttavia dovremmo stupirci? L’uomo sfrutta e maltratta i propri simili, figuriamoci se può provare pietà o senso di giustizia per degli animali sui quali impone il proprio volere all’insegna di caratteristiche uniche della propria specie: crudeltà ed egoismo smisurati. Proprio a causa di queste qualità l’uomo si sente un arbitro in grado di decidere dei destini altrui e ha scelto il pelo degli animali per soddisfare la propria “Vanitas vanitatis”. Non alcun ritegno né attenzione è dedicata agli animali allevati artificialmente oppure catturati nei loro habitat per essere mostruosamente uccisi. La vasta categoria degli animali impiegati per la fabbricazione di pellicce comprende visoni, procioni, linci, leopardi, lupi, volpi, ermellini e perfino cani e gatti. Gran parte di questi è difficile da trovare in natura, pertanto i cacciatori studiano il territorio e con l’aiuto di cani da caccia individuano l’entrata delle tane oppure sentieri spesso percorsi dall’animale che vogliono catturare dove andranno a posizionare tagliole e lacci strangolanti. Il seguito lo potete immaginare, una volta intrappolato il destino più felice è di morire il prima possibile strangolato dai lacci. Tra tutte, questa è la morte migliore. Ai meno fortunati toccano la rottura delle ossa cervicali, le iniezioni, l’elettrocuzione e l’asfissia fino anche ad essere scuoiati vivi e vivere altri lunghi minuti di sofferenza senza più la pelle addosso. In quegli ultimi momenti vorrei sapere a cosa pensano, se ci odiano o semplicemente si chiedono perché proprio a loro che, forse, prima di trovarsi di punto in bianco sull’asfalto ad esalare l’ultimo respiro, si erano addentrati nella foresta per cercare qualcosa da mangiare per i loro cuccioli. Immaginatevi di trovarvi in quella stessa foresta e vedere il suo lupacchiotto sperduto che si avvicina per cercare protezione, con un’innocenza che può trasparire solo dagli occhi  di un cucciolo e sussurrargli “Hey piccolo, non cercare più la tua mamma, è morta, l’abbiamo uccisa per prenderle la pelliccia ma non preoccuparti, tu farai la stessa fine”. Un comportamento davvero virtuoso e degno di lode, non so voi ma a al pensiero mi vergogno di appartenere alla ‘razza’ umana… Ma poi tutto passa nel dimenticatoio, argomento trattato, quella mezz’ora di indignazione ci pare sufficiente e poi tutto come prima… come se tutto fosse risolto, e si passa ad altro. Tanto non ci riguarda giusto? Le atrocità che commettono sugli animali noi non le vediamo quindi ‘lontano dagli occhi lontano dal cuore’, ce ne laviamo tranquillamente le mani. Magari passeggiando per i negozi  vediamo ‘quella bella pelliccia che ci piaceva tanto’ e la compriamo senza pensarci un secondo, tanto il lavoro sporco lo hanno fatto altri, noi infondo ‘Non li abbiamo mica uccisi no?’. No certo, la pelliccia ce l’hanno prestata loro perchè tanto non gli serviva…sapete fa un tale caldo al polo Nord, ma non preoccupatevi poi quando gli servirà ancora gliela ridaremo… Chi si gira dall’altra parte di fronte al male è equamente colpevole a chi ne compie e intanto che lo ignoriamo o decidiamo il da farsi migliaia di animali vengono uccisi e maltrattati ogni giorno perché vi si possano illuminare gli occhi davanti a quella ‘bella pelliccia’…ma ne varrà la pena? Giudicate voi.

Daniela Masseroli

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Macbeth, come una volta!

20 marzo 2016, pomeriggio a Teatro Municipale di Piacenza.

Il pubblico, tra appassionati di vecchia data e giovani che (come noi) si interessavano di lirica per la prima volta, non riesce e trattenere il suo entusiasmo per uno spettacolo che travolge e rapisce. E’ il Macbeth di Verdi, reinterpretazione italiana di una delle più grandi tragedie di Shakespeare: storia di desideri violenti e passioni incontenibili. L’ascesa al potere si copre del sangue dei nemici, il destino prosegue inesorabile il suo corso e, tra essere fantastici e paesaggi spettrali, Macbeth porterà a termine la profezia delle tre streghe.

La scenografia dall’atmosfera a metà strada tra la magia e la psicoanalisi incornicia perfettamente la straordinaria performance del celebre baritono Leo Nucci e di Anna Pirozzi, soprano e acclamata prima attrice. Sold out anche a questa seconda rappresentazione, il Macbeth conferma la propria grandezza e regala ancora, come acclama qualcuno tra il pubblico, le emozioni dell’opera “come una volta”.

Giulia Frigerio e Elisa Silva

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La follia in teatro: Lucia di Lammermoor

Il 26 febbraio 2016 è andata in scena al Teatro Municipale di Piacenza “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti. Tratto dal romanzo di Walter Scott “The Bride of Lammermoor”, il melodramma riduce all’osso gli elementi di ambientazione storica e politica per concentrarsi sulla vicenda amorosa. Riscontriamo quindi nelle figure di Lucia, soprano, innamorata di Edgardo, tenore, ma ostacolata dal fratello Enrico, baritono, il classico terzetto vocale di epoca romantica. Al di là tuttavia di facili schematismi, il capolavoro di Donizetti si distingue per l’acuta analisi psicologica dei personaggi, in particolare della protagonista, che, incapace di coltivare il proprio amore in un mondo retto da disumane convenzioni sociali, decide di costruirsi una realtà alternativa e perfetta, approdando alla follia. Le connotazioni musicali costruiscono il ritratto di un’anima bella (si pensi ad esempio all’utilizzo dell’arpa, strumento dal suono morbido e cristallino), che finisce per deformare le circostanze presenti, in un tentativo di estraniazione culminante nella celeberrima scena della follia (2°atto). La complessità di questo ruolo è superiore a quella di un semplice soprano di coloratura, perché oltre all’abilità tecnica richiede una forte presenza drammatica. Il rischio più grande è che Lucia divenga una sorta di usignolo, una bambina cresciuta e inadatta ad affrontare la vita, mentre le sue volatine e i suoi virtuosismi esprimono sì un patologico distacco dall’esistenza concreta, ma sono pure il risultato di una sofferenza profonda e insanabile. Gilda Fiume (Lucia) riesce ad evitare una lettura superficiale del personaggio, così come la freddezza spietata di Enrico e la statura eroica di Edgardo sono tangibili nelle interpretazioni di Mario Cassi e Giuseppe Gipali, anche se nel quadro complessivo non mancano cadute di tono ed il risultato è buono ma non esaltante. La regia è caratterizzata da toni cupi a livello scenografico e da un certo sincretismo nei costumi, sebbene la scelta più efficace sia quella di far portare in scena da Lucia il cadavere insanguinato del marito, che ha ucciso dopo essere stata costretta ad un matrimonio di convenienza ed in cui identifica in preda al delirio la figura dell’amato.

Marcello Gastaldi

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Smartphone: Rosea immaginazione o crudele realtà?

Dopo il grande successo di “Tutta colpa di Freud” Paolo Genovese torna in campo e questa volta è deciso a tirare in porta. « Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta» afferma Paolo, poi aggiunge «Un tempo quella segreta era ben protetta nell’archivio nella nostra memoria, oggi nelle nostre sim». La provocazione è palese: che cosa succederebbe se quella piccola scheda potesse parlare? Con il suo film “Perfetti sconosciuti” Genovese si assume la responsabilità di dimostrarlo alle nuove generazioni schiavizzate da queste grandi reti virtuali. Durante quella che apparentemente è una cena che riunisce un gruppo di amici, la padrona di casa Eva, ad un certo punto, sostiene che molte coppie finirebbero per lasciarsi se ogni rispettivo partner controllasse il contenuto del cellulare dell’altro. Si avvia così una sorta di gioco per cui tutti dovranno mettere il proprio telefono sul tavolo e accettare di leggere sms/chat o ascoltare telefonate pubblicamente. A tavola tantissimi altri attori quali Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Anna Foglietta ma non solo. Cos’altro dire? Niente, se non trovare un buco libero per correre al cinema a guardarlo. Divertente, intrigante e con quel fondo di realismo che rende l’impasto perfetto. Caro Paolo, questa volta hai proprio fatto goal.

Marika Rossi

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