Recensione di “Lolita” di Stanley Kubrik

Lolita, è un nome insolito, spesso emanato con un grido disperato, di passione, di salvezza, simbolo cardine di un mondo cambiato e di come la donna è vista in una società del tutto primordiale e inconscia dell’avvenire. Lolita è un film del regista americano, visionario e innovativo Stanley Kubrik, spesso commentato aspramente da critici e registi per le crude vicende reali che rappresenta; portato per la prima volta sulla schermo nel 1962 con protagonisti James Mason (Intrigo Internazionale, E’ nata una stella), la giovanissima Sue Lyon e co-protagonista Peter Sellers (Il dottor Stranamore, Hollywood party adattamento cinematografico del libro dello scrittore russo Vladimir Nabokov). Stanley Kubrik, considerato per il suo ruolo, un regista eclettico e fuori dagli schemi, inizia e termina la narrazione del film con una scena tragica rappresentante l’omicidio di Peter Sellers, colui che ha indotto il successivo distacco tra i protagonisti. Lolita è un’adolescente sensuale, dal sorriso malizioso e dagli atteggiamenti provocanti che susciteranno nel Prof. Humbert (James Mason) un amore malato e perverso che sfocerà in una caccia disperata per riappropriarsi di ciò che lo fa sentire vivo. Lolita è una riflessione sulla fragilità dell’uomo, che impaurito di fronte alla vita si scontra con legami più forti di lui che non riesce a controllare. Il “vuoto” del film è sul piano dell’amore, sessuale e non. L’erotismo è chiuso in particolari fotogrammi, come ad esempio nel momento in cui si vede la mano di Humbert leccare con dolcezza e pazienza le unghie di Lolita. La vera relazione tra uomo e donna è assente nel cinema di Kubrik anche se la donna ha un ruolo decisivo e ribaltante, ma tuttavia ha uno spazio limitato.

Maria Flora Montecchi

 

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