Ossessionate dallo shopping…ma a che prezzo?

Chi mi conosce sa che, da qualche anno a questa parte, fare shopping per me era diventato quasi un’ossessione. Non so bene come sia iniziato tutto; saranno state le nuove amiche, il liceo, l’adolescenza.. sta di fatto che, pian piano, la pila di vestiti nel mio armadio ha cominciato lentamente ad aumentare, senza che io mi sentissi però mai realmente soddisfatta. Ai miei occhi, c’era sempre qualcosa che mancava, qualcosa di nuovo da aggiungere alla collezione. Ogni scusa era buona per entrare in qualche negozio, dove mi era quasi impossibile resistere alla tentazione di comprare. Il perché non lo so nemmeno io. Non erano i vestiti in sé, i prezzi vantaggiosi, la pressione delle commesse… volevo comprare perché, semplicemente, potevo farlo. E perché quell’enorme senso di soddisfazione una volta messo piede fuori dal negozio con una borsa in mano, era in grado di migliorare istantaneamente il mio umore. Sarebbe interessante riflettere sul meccanismo psicologico che si nasconde dietro a questo bisogno di continuare a comprare. Non sono una psicologa, né so nulla di concreto al riguardo, ma conosco me stessa, e credo che lo shopping fosse solamente un tentativo di colmare quelle mancanze affettive di cui sentivo l’esigenza. Un vano sforzo di riempire quel vuoto che sentivo dentro di me, di trovare un qualcosa che potesse procurarmi una vaga sensazione di felicità, seppure di pochi minuti. In quei momenti, però, cercavo di non pensarci. Cercavo di evitare di riflettere sul perché delle mie azioni e, soprattutto, sulle loro conseguenze. Perché sì, comprare una maglietta qualsiasi da Zara ha delle conseguenze, e non solo sul portafoglio, ma sulla vita delle persone. Siamo sinceri, quanti e quante di noi ignorano completamente la realtà che si cela dietro le grandi marche? In fondo, siamo tutti consapevoli del fatto che i vestiti che noi paghiamo a poco prezzo, costano la vita a donne, uomini e bambini in tutto il mondo. Se nel leggere queste poche righe avete alzato gli occhi al cielo, non preoccupatevi: un anno fa lo avrei fatto anche io. Avrei pensato che sì, il mondo era ingiusto, ma non era colpa mia e non potevo farci niente. Ripensandoci ora, ciò che mi spaventa di più è proprio quella convinzione che “non fosse colpa mia”. Che non fossi io la responsabile. Assurdo come le persone arrivino a sottovalutare così il proprio potere di fronte alle grandi industrie. La regola, in fondo, è così semplice. Quando l’offerta supera la domanda, le imprese entrano in crisi. Ovvero, se un giorno tutti smettessimo di comprare i vestiti da Zara o H&M, questi fallirebbero e chiuderebbero tutti gli innumerevoli negozi sparsi per il mondo. Se non c’è nessuno che compra, non ha più senso produrre. Ogni volta che lasciamo soldi in un negozio, stiamo scegliendo chi e cosa supportare. Il che é positivo, se si tratta di prodotti che costituiscono il frutto del lavoro di persone che mettono cuore e impegno in quello che fanno. Peccato che la maggior parte di ciò che compriamo sia il risultato degli sforzi di donne, uomini e bambini che passano le loro giornate a produrre abiti che poi noi indosseremo, e per i quali riceveranno solo qualche spicciolo. Dentro di me, ne sono sempre stata consapevole, almeno in parte, ma ho iniziato a prendere sul serio la questione solo dopo aver visto veramente i volti di quelle persone, dopo aver ascoltato le loro storie. Non di persona, ma tramite lo schermo del mio computer. Me lo ricordo ancora, era un sabato sera quando decisi di guardare il documentario Sweatshop. Mi ci è voluto coraggio, perché in cuor mio sapevo che non ne sarei uscita indenne. E non mi sbagliavo. Quella sera piansi tantissimo. Piangevo, piangevo perché sapevo che era anche colpa mia se quelle donne morivano di fame o di malattia, lasciando i loro figli senza una madre. “La verità è che noi siamo ricchi perché loro sono poveri”, nella mia testa ho ancora impressa questa frase. In seguito alla visione del documentario, ho smesso completamente di interessarmi a qualsiasi marca famosa che vendesse prodotti a prezzi fin troppo accessibili. Ho smesso di comprare vestiti? Certamente no. Non spendo più soldi ogni settimana per comprarmi un paio di jeans o una maglietta, e compro solo quando necessito veramente qualcosa – il che accade di rado dato l’enorme quantità di capi che ho collezionato negli anni. Ma dettagli. – Esistono tantissimi negozi, online e non, che vendono abiti prodotti in maniera etica. Sono ovviamente più costosi, per via dei materiali di qualità e il salario rispettabile che chi li produce si porta a casa, ma ne vale veramente la pena. Inoltre, vi sono migliaia di siti e applicazioni di negozi di seconda mano, dove ognuno è libero di vendere ciò che non indossa più per prezzi estremamente ridotti, altro strumento efficace che può fare la differenza. Insomma, ciò che voglio dire è: prendiamoci le nostre responsabilità. Abbiamo il diritto e il dovere di informarci, e di agire di conseguenza. Vi assicuro che non c’è niente di più bello del comprare qualcosa che sia stato fatto con impegno, amore e passione, con la consapevolezza che i propri soldi siano stati spesi per una giusta causa, senza entrare nelle tasche di qualche carnefice ultramiliardario.

Alice Ghillani

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