Archivi del mese: aprile 2013

Sulla strada del capolavoro

Quando un capolavoro si affaccia, appena nato, sullo scenario eterogeneo e vario dell’opinione pubblica, ci si chiede dove sia nato. Forse in un luogo ameno e lontano, sottratto al male e al dolore, ispirato da una mente alta ed attenta, risultato immobile di un’attività divina. Forse oltre l’immaginabile, in una nebbia di magia e di sfida, in un cielo che rimane sempre azzurro, in una terra sempre fertile. Ma non è così.
Il capolavoro, così strettamente legato all’idea stessa dell’umano, non deve essere inseguito, ma capito, non allontanato ma avvicinato, non idealizzato ma fatto proprio. Il capolavoro è nell’uomo che vive e si muove tra la pace e la guerra, nascosto tra le bellezze così come tra le viltà, germoglio anche nell’individuo più umile, ed il genio dell’artista è raccoglierlo dal suo nulla, per renderlo immenso.
Lorenzo Calza, fumettista ed illustratore piacentino( tra le sua opere più conosciute la serie a fumetti gialli Julia e quella di She, sulla rivista Style) ha parole vere e semplici per esprimere un concetto essenziale ma non scontato: l’individuo, giovane o vecchio, ricco o povero, pieno o vuoto, guarda la vita, oggi sfuggente e affannata, e non è mai sazio di usare fantasia e ingegno per scoprire che tutto è fonte, e ispirazione, di riflessione. L’ oggi nasconde storie impreviste che il nostro estro creativo si vergognerebbe ad ignorare, ed il singolo istante non può essere lasciato a se stesso: anche da una tragedia, un crimine, una morte, la bocca può iniziare a parlare e a danzare, gioiosa di contribuire alla crescita del nostro patrimonio di vita. E sono proprio le parole il primo e più importante veicolo del processo artistico: la parole che corrono, scambiandosi e stravolgendosi, aprendosi in significati insoliti e documentando con la propria chiarezza. Le parole sono i ponti e le chiavi tra le sensibilità, i manifesti di un vivere comune. Parole che si completano, se affiancate all’attimo sfuggente di un’immagine, rappresentazione, a volte sofferta, a volte liberatoria, della realtà che vive, sfondo di figure che rubano un momento della nostra vita per trasformarla e decodificarla, mostrarcela lineare e chiara, come un enigma svelato. Parole e immagini cambiano il nostro intimo, perché gettano luce sui suoi momenti bui, e l’esterno brulicante, perché, anche dai suoi difetti, sono in grado di creare saggezza e meraviglia. Ed è così che il piccolo uomo, teso allo stesso tempo a comprendersi e a superarsi, crea inconsapevole la medicina meno amara per vivere, il tentativo più alto di aprirsi un paradiso, senza guardare in alto. L’uomo crea l’arte, perché bisognoso di porsi domande, e di avere risposte. Crea l’arte perché desideroso di giocare con la realtà, e di disegnarla con i contorni che vorrebbe. Crea l’arte per vivere. Vivere per sempre. Perché le sue opere stanno in terra, animandola e scaldandola, e saranno il pane e l’acqua per l’analisi dei prossimi, in grado, a poco a poco, di creare qualcosa che abbatte ogni confine.
E dopo aver guardato e studiato, sudato e pianto, l’uomo consegna il suo capolavoro: l’ha trovato nella quotidianità difficile, sui visi di chi dà emozioni vere, e lo ha partorito amandolo come frutto di ciò che lo rende umano, consapevole di aver dato voce all’esperienza e all’istinto. Consegnandolo all’umanità, dona la sua strada e il suo cuore, e niente potrebbe essere più grande di questo.
Arianna Gazzola

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Chi si nasconde dietro Spotted: Liceo Gioia?

Non capita spesso di intervistare una persona di cui non si sa l’identità, specie quando invece questa persona di cose ne sa anche troppe! Ebbene sì, sto proprio parlando di colei (o colui) che nelle ultime settimane ha spopolato su Facebook, creando una pagine online visitata da tutto il Liceo. Spotted: Liceo Gioia è ormai sulla bocca e sulla bacheca di tutti, con i suoi annunci, apprezzamenti ed umorismi inerenti alla vita scolastica. Potevamo noi dell’’Acuto rinunciare al tentativo di ottenere un colloquio in esclusiva?

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Modigliani, Soutine e gli altri artisti maledetti

Un soprannome, un destino. Modigliani, amichevolmente detto Modì, sembra foneticamente richiamare la parola francese “maudit”, maledetto.

Egli entrerà proprio a far parte della “cricca” dei maledetti di Montparnasse, celebre quartiere che insieme a Montmartre costituiva uno dei luoghi più “bohemiennes” e fecondi dal punto di vista artistico nella splendida Parigi dei ruggenti anni venti.

Questo folto gruppo di artisti, che comprendeva tra gli altri Soutine, Utrillo, Kisling , era solito bighellonare da un bar all’altro, sperperando soldi in bevute e prostitute e passando il tempo a dipingere .

Il collezionista Netter,il cui ritratto campeggia nella prima sala, verrà introdotto in questa comunità di artisti dal mercante polacco Leopold Zborowsky, e rimarrà così affascinato dalle loro opere da acquistarne in gran numero e da offrire dei contratti agli artisti stessi ,in primis a Modigliani di cui coglierà per primo le notevoli potenzialità.

Questo per 15 franchi al giorno, più rimborso spese per le tele, i colori e le modelle, si dedicherà intensamente alla pittura prediligendo dipingere ritratti. Sono presenti nelle mostra ben 17 ritratti di amiche, di tormentate amanti e di compagne di vita. Tra queste spiccano Jeanne Hebuterne (“La ragazza con i capelli rossi”), modella e moglie, suicida a 22 anni, incinta del loro secondo figlio, in seguito alla morte dell’artista stesso, consumato dalla droga e dall’alcool, la poetessa inglese Beatrice Hastings, “Elvire col colletto bianco”, “La bella spagnola” e la “Fanciulla in abito giallo”.

Ritratti di una rara bellezza e decisamente misteriosi, contraddistinti dal fatto che i soggetti dipinti hanno occhi vuoti e indefiniti. Modigliani spesso li lasciava di proposito incompiuti in quanto sosteneva che questi costituissero una porta che conducesse alla scoperta segreti inarrivabili e sfuggenti.

Un altro protagonista della mostra è sicuramente Maurice Utrillo,considerato da tutti come il ”Fou de la Butte”, alcolista nato, addirittura, si dice, svezzato dalla nonna con il vino, per placare le sue sempre più frequenti crisi epilettiche. Egli è il maggior conoscitore del quartiere di Montmartre di cui dipingerà molti scorci caratteristici e inediti come “Rue Norvins” e “Rue Muller”.

La stessa madre di Utrillo, Suzanne Valadon ,è stata un’importante artista e personalità di quegli anni. Assidua frequentatrice e modella di artisti del calibro di Renoir, Degas si conferma come un’ottima pittrice di paesaggi, “Veduta di Corte”, e di nudi.

Chaim Soutine invece si configura come l’artista “più maledetto del gruppo”; ebreo, sfuggito dai pogrom antisemiti dell’Est Europa, giunge a Parigi dove vivrà un’esistenza inquieta tra i fumi dell’alcool e dedicandosi esclusivamente alla pittura, che tramite una pennellata espressionista, riflette perfettamente lo spirito tormentato dell’artista ( “Bambina con il vestito rosso”, “La Pazza”, “Bue squartato”).

Accanto ai famosi, sono presenti altri pittori meno noti tra cui Ebiche, Kremegne, Solà, Chanterov, Haiden, Duray, Fournier, Paresce.

Quest’esposizione, situata a Palazzo Reale a Milano fino all’8 settembre, si configura dunque come un’ottima occasione per approfondire tramite racconti e aneddoti a cura di Corrado Augias il clima febbrile e ebbro del gruppo degli artisti più maledetti del ‘900.

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