L’umano libero: “Cesare deve morire”

Il carcere di Rebibbia, sezione di alta sicurezza, mura grigie, catene, case degli ultimi. Qui trova posto l’umanità nella sua veste più nera: uomini di pelli e lingue diverse, di credi diversi e di esperienze diverse, tutti uguali, per il fatto di esser persi. Uomini che, imboccando la via sbagliata, non fanno torto solo a se stessi, ma a tutti gli individui intorno ad essi, e devono chiedere perdono, al corpo e allo spirito, celandosi alla bellezza. Uomini che non hanno finestre sul mondo, e le cui aspettative muoiono al calare del sole, per poi risorgere, deboli, il giorno successivo. Uomini che hanno sperimentato solo le bruttezze e le deformità, i peccati e le debolezze, della loro condizione multiforme. Uomini, davvero uomini, caricati di una colpa troppo grande per un animo solo, colpe che si fondono insieme, a formare un alone, sopra alla loro strana fortezza, di miseria e disprezzo, di abbattuta compassione. In mezzo al loro parlare volgare, ai loro dialetti da mercato e da galera, alle parole svuotate di significato, morte in bocca prima di essere pronunciate, una sola è grande anche per loro, e risuona senza vergogna: “Shakespeare”
“Shakespeare”, un piccolo diventato immenso, uomo come loro, nell’affrontare la vita degradata della sua epoca con gli occhi visionari di poeta, così antico, per la sua fama misteriosa e solenne, così moderno, per la sua capacità di resurrezione ad ogni alba. Shakespeare, più fermo di un giudice, grandioso come un dio, non disdegna di rivivere nel cuore dei criminali, di ricostruire i loro sogni infranti, e far riaffiorare le loro preghiere sopite. Basta la messa in scena di un suo capolavoro, il “Giulio Cesare”, nell’ambito di un laboratorio di teatro organizzato all’interno del carcere, a far rialzare la testa ad un uomo, mostrandogli come l’errore e il male non siano germi solo della sua anima, ma gli spettri dell’umanità intera.

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Per un gruppo di carcerati bastano le vicende tormentate dei memorabili protagonisti della storia di Roma: basta vedere la grandezza di una città, al termine della propria fase repubblicana ed abbagliata dallo spettacolo dell’impero nascente, a risvegliare in loro il bisogno di rivendicazione, ed il senso dell’onore. Improvvisamente non sembra difficile, nemmeno per un gruppo di carcerati, portare sulla scena i sentimenti di grandiosità ed incertezza degli uomini dei libri di letteratura, e vivere in loro il cammino verso la ricostruzione di sé, con il sangue e la coscienza, il ricordo e l’oblio: come Cesare, come Bruto, come Cassio e Marco Antonio, come Ottaviano e come tutti i soldati e i servi, comparse appena accennate, anche un carcerato può sentirsi lacerato dalle proprie emozioni e dalle proprie scelte, attraversato dal corso degli ideali nella sua mente, nobile come quella di un antico romano, liberato dalla propria individualità piena di crepe per entrare, onorato o calpestato, nella Storia. Shakespeare può fare questo, perché è qualcosa di più alto del nostro pensiero, qualcosa che si pone al di là del razionale e del limitato, qualcosa che fa rabbrividire senza freddo, piangere senza motivo, urlare senza voce: Shakespeare è ciò che ci rende più di ogni altra cosa umani e divini, ciò che non ha bisogno di lingua per essere detto, non di educazione per essere capito. Shakespeare è l’arte. Nessun uomo si sottrae ad essa.

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Il soggetto della pellicola dei fratelli Taviani, basata sulla tragedia shakespeariana “Giulio Cesare” ed intitolata “Cesare deve morire”, è questo. Una storia di contrasti e di richiami, passato e presente, ultimi e primi. Un storia non definita e scritta, che non si imbroglia nelle pagine ufficiali, non è imprigionata nelle carte dei potenti. Una storia alimentata dalla ricerca e dalla volontà di non mostrarsi indifferenti alle pecche della nostra società, dal bisogno di gettar luce sugli angoli più bui, perché generino da sé i propri soli. È una storia che non si basa sul rimorso di coscienza, non si fonda sul compatimento, ma sembra come nascere, simile ad un lampo di cronaca, da un senso, sincero, di umanità.
Arianna Gazzola

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