Archivi del mese: marzo 2013

Buona Pasqua!

Pochi sanno che, qualche decina di anni fa, una sezione del classico del nostro liceo decise di intitolare il giornale della scuola a John Hawkwood, paladino inglese vissuto nel XIV secolo, conosciuto appunto in Italia con il nome di “Giovanni Acuto”.

Oggi, a distanza di qualche decennio, l’Acuto rimane l’unico ed inimitabile giornale ufficiale del nostro istituto e vanta una redazione “da urlo”. È proprio a nome di questa fantastica redazione, ed a nome mio ovviamente, che faccio tanti auguri pasquali a tutti i nostri lettori (gioiosi e non).

In questo giorno speciale, tipico della tradizione cristiana, entrato ormai nel calendario universale delle festività (quasi alla stregua di Natale), vi invito a riflettere sulla nostra giovane età, sui nostri progetti futuri e sulle scelte che ogni giorno ci capita di fare.

Un forte abbraccio,
Simone Cavazzuti

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Laura Boldrini: “Facciamo di questa Camera la casa della buona politica”

Terza donna a presiedere Montecitorio, Laura Boldrini è presidente della Camera della 17esima legislatura. La deputata di Sel, candidata dal Pd, alle elezioni della Camera del 16 marzo ha ottenuto 327 voti. Arriva a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a “difendere e rappresentare i diritti degli ultimi”, occupandosi di crisi umanitarie, migrazioni, convivenza civile e diritti. Il suo bagaglio di esperienze in Italia e in molte periferie del mondo è tutto ciò che intende mettere al servizio della Camera. Laura Boldrini si è candidata per senso di responsabilità, per avviare un radicale cambiamento in Italia a partire dai rappresentanti in Parlamento. Il nuovo Presidente della Camera aspira a restituire credibilità all’Italia puntando sul merito e sull’onestà, cercando di ridare ai cittadini fiducia in una politica diversa da quella che negli ultimi anni di crisi ha creato solo indignazione nella società, allontanando i cittadini dalle istituzioni. Il Presidente della Camera considera la politica come servizio, confronto e mediazione per il bene comune. Al centro di questa politica pone la comunità e la partecipazione, come valori da contrapporre all’individualismo. Crede fermamente nella Costituzione italiana, per lei “la più bella del mondo”, e in nome di quest’ultima vuole dare piena dignità a ogni diritto, ingaggiando una battaglia contro la povertà e ascoltando lo smarrimento di una generazione prigioniera della precarietà che cerca certezze e speranza fuori dal nostro Paese. Il suo piano di recupero di credibilità verterebbe sulla centralità della solidarietà e del welfare, favorendo così il processo di integrazione europea su base politica e sociale. Volgendo lo sguardo su una cartina geografica, la Boldrini vede l’Italia con la vocazione naturale per svolgere un ruolo di ponte con il Nord Africa, il Medio Oriente e i Balcani, potendo istituire partenariati con i paesi mediterranei in un’ottica di condivisione e sviluppo. Altre direttive per raggiungere la credibilità del Paese sono il rispetto degli obblighi internazionali, la tutela dei diritti umani per i popoli oppressi e per tutte le minoranze. In particolare, è necessario valorizzare due figure: quella del migrante, rendendosi consapevoli della mobilità del mondo contemporaneo e del processo di globalizzazione; quella della donna, rivendicandone un ruolo centrale nella società, contrastando la sottocultura maschilista e evitando la rappresentazione mediatica denigratoria della figura femminile. Di fronte alla crisi, l’unica possibilità di recupero di crescita e di rilancio consiste nella lotta agli sprechi, in una fiscalità equa che non gravi solo sui ceti medi e sul lavoro dipendente. In diretta tv a Ballarò, lo stesso giorno dell’elezione, annuncia insieme al Presidente del Senato Pietro Grasso che “ci siamo tagliati gli stipendi dl 30 per cento”. Si pronuncia in questa direzione a Radio Anch’io: “Vorrei che anche gli stessi dipendenti della Camera, nella misura che riterranno e sempre in accordo con i sindacati, dessero un segnale di sobrietà. Non sarà facile, ma ci proveremo. Gli italiani amerebbero di più questo palazzo”. Sempre a Radio anch’io, commenta il suo incontro con il pontefice: “Papa Francesco rimette al centro quelli che la politica a volte non vuole vedere, i poveri e gli ultimi. Abbiamo molto da imparare da lui. […] Viene dalla fine del mondo, è un papa migrante, è prezioso averlo e deve essere fonte di ispirazione anche per la politica”. Una donna che sicuramente porterà una svolta importante nella politica italiana, una donna che all’ingresso dell’Aula che l’aveva appena eletta Presidente pensò a tre cose: al papà che voleva facesse l’avvocato, alla figlia Anastasia che sempre l’ha appoggiata nella sua missione e ad una pasta, rigorosamente in bianco. L’unica, a sentire la figlia, che sa cucinare. Ma direi che un cuoco in Parlamento può aspettare.
Giulia Anguissola

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Elezioni 2013: ha perso l’ideologia

In Italia possono votare tutti dal 1945; cento anni fa alle donne non era permesso per esempio di scegliere chi le avrebbe rappresentate. Immagino la soddisfazione di quei primi votanti: finalmente erano loro a decidere del loro paese, una grande responsabilità ma anche una grande gioia. Gli italiani erano finalmente diventati grandi. Oggi, 2013, ci si sono prospettate delle elezioni decisamente difficili, non solo perché veniamo da un periodo di grande crisi economica ma anche perché ancora una volta l’italiano medio si è trovato a dover votare il meno peggio. Molti, circa il 25%, hanno preferito non avvalersi di uno dei più importanti diritti e doveri previsti dalla nostra costituzione, hanno deciso di ripudiare i padri costituenti e lasciare che fossero gli altri a decidere per loro. La situazione non era certo semplice, forse non tutti hanno trovato il candidato che li rappresentava, essendo scarsa la presenza di figure valide, a mio parere, ma non votare significa perdere in partenza. Perdere tutto quello che ognuno di noi desidera: cambiamento, miglioramento, progresso. Ebbene purtroppo abbiamo perso lo stesso, infatti la governabilità non c’è, non ci sono i numeri e dovremmo, probabilmente, a breve tornare ad elezioni. Cercando di analizzare i dati, una cosa sorge subito all’occhio: gli Italiani hanno la memoria corta. La coalizione di Silvio Berlusconi ha ottenuto, infatti, il 29,1 % alla camera e 30,7% al senato. Gli elettori si sono dimenticati di quanto quest’uomo abbia umiliato l’Italia. Non solo con le sue vicende scandalose, con le battute fuori luogo, ma anche e più di tutto per i legami dubbi con la mafia, che distrugge l’economia del nostro paese e limita la libertà di molti cittadini, e per i tanti processi nei quali è coinvolto (qualcuno dovrebbe spiegargli che prescrizione non significa assoluzione).

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Dall’altra parte, con la coalizione che era, all’inizio, data per vincente, Pierluigi Bersani, che ha ottenuto il 29,5 % alla camera e il 31,6 % al senato, rappresenta tutto quello che moltissimi Italiani non vogliono vedere: una politica vecchia. Coloro che non si sono fatti abbindolare dall’ennesimo insulto all’intelligenza da parte del Cavaliere, la restituzione della famigerata tassa Imu, desideravano un cambiamento forte. Si giunge dunque ad un altro dei protagonisti di queste politiche: Beppe Grillo e il suo Movimento Cinque Stelle, che è riuscito ad ottenere ben il 25,1 %; la figura che molti cercavano, un grande comunicatore, che propone cose che, del resto, piacciono, nessuna pillola amara nel programma dei Grillini e i vecchi, con il loro magna magna, tutti a casa. Ma siamo proprio sicuri che sia tutto così facile? Uno stato non è un comune, una regione e non è neanche un gioco. Siamo sicuri che mettere in Parlamento dei cittadini comuni sia la soluzione? Certo possono fare gli interessi del popolo, ma saranno in grado di gestire la complessità della nostra Repubblica? Una cosa è sicura: l’ideologia ha perso, la destra e la sinistra hanno perso. Il 25% degli elettori ha deciso di non votare e un altro 25% ha deciso di voltare per un partito apolitico. Sicuramente un rinnovamento della casta politica del bel paese era necessario, ma non così. Non vale a chi urla più forte, non vale a chi semplifica di più il programma, non vale a chi propone le cose che ci piacciono di più, non vale a chi parla ma non concede interviste. Gli italiano hanno preferito l’onestà alle competenze, hanno preferito guardare la politica e potersi vedere riflessi in uno specchio per essere sicuri di non vedere più dei ladri, che mangiano sui loro risparmi. Ma credo che nella Democrazia di oggi, i politici non dovrebbero essere uguali a tutti gli altri cittadini, dovrebbero essere i migliori, un modello a cui tutti si ispirano sia per competenze che per onestà. Cosa direbbero i padri costituenti? Cosa direbbero di un’ Italia in cui cittadini qualunque sono in Parlamento, guidati da un comico? Cosa direbbero di tutti quei politici che non sono più in grado di rispondere alle richieste degli elettori? Per ora ci sono piaciuti i furbi,

Serena Bergamaschi

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L’umano libero: “Cesare deve morire”

Il carcere di Rebibbia, sezione di alta sicurezza, mura grigie, catene, case degli ultimi. Qui trova posto l’umanità nella sua veste più nera: uomini di pelli e lingue diverse, di credi diversi e di esperienze diverse, tutti uguali, per il fatto di esser persi. Uomini che, imboccando la via sbagliata, non fanno torto solo a se stessi, ma a tutti gli individui intorno ad essi, e devono chiedere perdono, al corpo e allo spirito, celandosi alla bellezza. Uomini che non hanno finestre sul mondo, e le cui aspettative muoiono al calare del sole, per poi risorgere, deboli, il giorno successivo. Uomini che hanno sperimentato solo le bruttezze e le deformità, i peccati e le debolezze, della loro condizione multiforme. Uomini, davvero uomini, caricati di una colpa troppo grande per un animo solo, colpe che si fondono insieme, a formare un alone, sopra alla loro strana fortezza, di miseria e disprezzo, di abbattuta compassione. In mezzo al loro parlare volgare, ai loro dialetti da mercato e da galera, alle parole svuotate di significato, morte in bocca prima di essere pronunciate, una sola è grande anche per loro, e risuona senza vergogna: “Shakespeare”
“Shakespeare”, un piccolo diventato immenso, uomo come loro, nell’affrontare la vita degradata della sua epoca con gli occhi visionari di poeta, così antico, per la sua fama misteriosa e solenne, così moderno, per la sua capacità di resurrezione ad ogni alba. Shakespeare, più fermo di un giudice, grandioso come un dio, non disdegna di rivivere nel cuore dei criminali, di ricostruire i loro sogni infranti, e far riaffiorare le loro preghiere sopite. Basta la messa in scena di un suo capolavoro, il “Giulio Cesare”, nell’ambito di un laboratorio di teatro organizzato all’interno del carcere, a far rialzare la testa ad un uomo, mostrandogli come l’errore e il male non siano germi solo della sua anima, ma gli spettri dell’umanità intera.

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Per un gruppo di carcerati bastano le vicende tormentate dei memorabili protagonisti della storia di Roma: basta vedere la grandezza di una città, al termine della propria fase repubblicana ed abbagliata dallo spettacolo dell’impero nascente, a risvegliare in loro il bisogno di rivendicazione, ed il senso dell’onore. Improvvisamente non sembra difficile, nemmeno per un gruppo di carcerati, portare sulla scena i sentimenti di grandiosità ed incertezza degli uomini dei libri di letteratura, e vivere in loro il cammino verso la ricostruzione di sé, con il sangue e la coscienza, il ricordo e l’oblio: come Cesare, come Bruto, come Cassio e Marco Antonio, come Ottaviano e come tutti i soldati e i servi, comparse appena accennate, anche un carcerato può sentirsi lacerato dalle proprie emozioni e dalle proprie scelte, attraversato dal corso degli ideali nella sua mente, nobile come quella di un antico romano, liberato dalla propria individualità piena di crepe per entrare, onorato o calpestato, nella Storia. Shakespeare può fare questo, perché è qualcosa di più alto del nostro pensiero, qualcosa che si pone al di là del razionale e del limitato, qualcosa che fa rabbrividire senza freddo, piangere senza motivo, urlare senza voce: Shakespeare è ciò che ci rende più di ogni altra cosa umani e divini, ciò che non ha bisogno di lingua per essere detto, non di educazione per essere capito. Shakespeare è l’arte. Nessun uomo si sottrae ad essa.

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Il soggetto della pellicola dei fratelli Taviani, basata sulla tragedia shakespeariana “Giulio Cesare” ed intitolata “Cesare deve morire”, è questo. Una storia di contrasti e di richiami, passato e presente, ultimi e primi. Un storia non definita e scritta, che non si imbroglia nelle pagine ufficiali, non è imprigionata nelle carte dei potenti. Una storia alimentata dalla ricerca e dalla volontà di non mostrarsi indifferenti alle pecche della nostra società, dal bisogno di gettar luce sugli angoli più bui, perché generino da sé i propri soli. È una storia che non si basa sul rimorso di coscienza, non si fonda sul compatimento, ma sembra come nascere, simile ad un lampo di cronaca, da un senso, sincero, di umanità.
Arianna Gazzola

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