Essere Pasolini

Si dice che gli scontri e le stragi del ’68, i cosiddetti anni di piombo, avessero portato al consumismo, al conformismo, alla caducità dei valori civili e umani e alla lotta perpetua tra le fazioni politiche di destra e sinistra. Così si dice. Per i novelli come me della generazione dei comodi anni novanta, si pensa al prima senza averlo vissuto e ci si confronta sul dopo, tralasciando il presente, che vien contestato ma mai cambiato. Va detto che, chiunque provi a cambiare qualcosa dicendo la sua, vien subito preso di mira e spesso le critiche lanciate mancano di argomenti veri e propri, sono solo parole al vento che fanno scena agli occhi del popolo pagante. E quando tocca al popolo stesso intervenire, i bisbigli prendono la parola, perché il popolo è il popolo, e ha sempre il timore di essere ignorato o deriso, come succede alla vittima sacrificale che decide di intervenire. Ma c’è chi, oltre il giudizio altrui, tenta di cambiare le regole, smuovendo i  pensieri e le parole e creando un po’ di ammirazione. Tanto si discute di questi personaggi, che alla fine si accomunano anche. Ma ce n’è stato uno, uno più grande e problematico degli altri: Pier Paolo Pasolini. Da qui in poi posso solo affidarmi alle parole e agli scritti, perché sono anche io, aimè, una povera giovinetta dei pigri novanta. Quelle che scriveva Pasolini erano le pagine del rumore, erano articoli di giudizi misti all’esperienza che lo hanno portato alla grandezza di un ricordo senza tempo. Uno scrittore, un regista, un inquieto cittadino dello stato e della vita, che ha regalato alla sua generazione e alle successive, la faccia cruda e furiosa del realismo sociale e politico. Nato nel 1922  ha avuto tutto il tempo di vedere e maturare delle verità, che lo hanno portato a punzecchiare come un tafano tutti le ingiustizie e falsità nella politica e nel giornalismo. In ognuno dei suoi articoli che il Corriere della Sera non avrebbe mai smesso di pubblicare, si fa strada l’effettività della società di quarant’anni fa che veniva mitigata, celata e consumizzata. Le proteste dei capelloni, i rumorosi passi degli studenti manifestanti di matrice nera e rossa, la mutazione antropologica degli italiani, l’aborto, il declino della chiesa cattolica erano solo alcune delle tematiche sulle quali si espresse con un inquieto realismo negli “Scritti Corsari”. Non era solo la crescita di superficialità del nuovo popolo consumista che lo spaventava, ma il precoce svanire delle riflessioni che venivano strappate dalle menti dei cittadini, e gettate nella tomba, sostituite ormai dai programmi tv emergenti, già dediti a edonismo e millantatori di vitalità.  La finzione che lui vedeva nella società, era inchiostro nero su popolo bianco, un popolo precedente alle tv, consumo, politica corrotta e giornalismo corrotto. Il difetto che lui vedeva nel progresso (lui quello non lo chiamava progresso però) era la palese banalità del vivere e dell’atteggiarsi. Lui, un intellettuale corsaro negli ancora giovani settanta, è stato un visionario, portavoce di tanti difetti e di pochi valori di un popolo italiano che ha preferito non ascoltarlo. Perché nulla probabilmente è stato più di grande sollievo della sua morte. Un realista, e non cinico, che ha tentato di smuovere, con mezzi fin troppo violenti, una società che non era pronta alla realtà, e che ora, in un futuro che lui sembrava aver predetto, cade nell’inesorabile esasperazione di un plus – consumismo.

Francesca Gandolfi

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