Ricucire la storia con il filo della memoria

“Italianesi”: ecco il neologismo che l’attore, drammaturgo e regista teatrale Saverio La Ruina sceglie come titolo del suo ultimo itinerario soggettivo rappresentato al Teatro Comunale Filodrammatici di Piacenza il 10 ottobre 2012, in occasione della seconda edizione del Festival di Teatro contemporaneo “L’altra scena”. Uno spettacolo senz’altro da non perdere se si è disposti ad assecondare l’urgenza memoriale sentita dall’autore nei confronti delle storie di sradicamento e violenza dimenticate dalla storiografia. Uno spettacolo dunque che recupera la storia, interrompe il suo silenzio e fa parlare un teatro impegnato, nuovo portavoce di una denuncia sociale. Testimoni della storia e della drammaturgia del regista sono i membri di ANCIFRA (Associazione Nazionale Cittadini Italiani e Famigliari Rimpatriati dall’Albania), i quali hanno raccontato la loro esperienza a La Ruina, l’unico che ha avuto il coraggio di ascoltarli e portare sul palcoscenico una straordinaria immedesimazione nel loro ordito di storie.

Il protagonista del monologo è Tonino, un sarto di quarant’anni che si ritrova a ricucire la storia attraverso il filo della sua memoria. Una memoria che è miscela di reale e immaginazione, di frasi topiche e ripetitive, di eventi individuali e collettivi ricostruiti in maniera molto frammentaria e compulsiva, segno di una psicologia turbata e maniacale dovuta ad un tormentato vissuto personale. Egli si presenta sul palco disadorno con un maglioncino rosso, una cravatta stretta, una lieve zoppia alla gamba. Si aggrappa all’unica sedia che compone la scarna scenografia; fa della sedia un elemento di appoggio e la sua geometria asettica richiama a un passato di sofferenze difficile da ricostruire e impossibile da dimenticare. Allo spettatore non giunge l’aspettativa di un teatro di narrazione, ma il confine tra palcoscenico e platea viene annullato, sia attraverso iniziali consigli stilistici dati dal sarto a uno spettatore, sia grazie all’atmosfera intimistica offerta dalle luci di Dario De Luca, sia grazie al sottofondo pianistico live di Roberto Cherillo.

Tonino è solo uno dei tanti figli di italiani che furono internati in Albania, la loro terra natale, dopo essere stati accusati di essere nemici del regime salito al potere dopo la fine della seconda guerra mondiale; Tonino è solo uno dei tanti figli separati dai padri rimpatriati e abbandonati nei campi di concentramento con le madri, per tentare di vivere e muoversi all’interno di un filo spinato, continuamente vittime di interrogatori, lavori forzati, torture e soprusi. La sopravvivenza in un campo grigio nel periodo infantile, in cui il suo cervello rischia di diventare eteronomo e atrofizzato,  è possibile solo grazie alla sua dote di sognatore. Tonino dà libero sfogo alla sua immaginazione cercando di andare oltre i limiti imposti dalla storia. E’ così che vive nell’idealizzazione di conoscere il padre rimpatriato, di raggiungere l’El Dorado italiano, di memorizzare tutti i colori del mondo e di imparare la lingua italiana, cosa che riesce a fare grazie all’insegnamento del sarto del campo, dal quale acquisisce, tra l’altro, l’inflessione calabrese nel parlato.Nel 1991, dopo la caduta del regime dittatoriale, Tonino, insieme ad altri 365 suoi connazionali, fa ritorno nell’amata Italia, sperando di giungere nell’aspettato paradiso di ricompensa delle sofferenze. Ma si ritrova ad essere solo un albanese nel Paese della disillusione. Si ritrova così a doversi ricostruire un’identità e a scrivere sulle pagine bianche della sua vita, portando con se il fardello dei suoi ricordi, nonché l’indelebile fiducia nel tricolore italiano.

Giulia Anguissola

Lo trovi anche su: L’Acuto cartaceo, dicembre 2012 – pagina 11

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