Il sacerdote della strada

Esistono grandi uomini anche senza grandi titoli, Don Ciotti, indubbio protagonista del nostro tempo, è uno di quelli. Laureato in “scienze confuse” come egli stesso si definisce, tutto quello che sa lo deve alle persone, ai volti, alle storie, alla sua parrocchia: la strada. È opportuno definirlo un vero e proprio testimone di solidarietà: fondatore di Libera e altri importanti collettivi, Luigi Ciotti riscalda l’incontro al palazzo Gotico del 29 settembre con parole di speranza. Parole urlate ad un uditorio gremito di giovani, che vogliono essere scossi dal loro torpore. Per un giovane oggi non è facile credere in sé stesso, sapere che uno come lui, come quest’uomo, ci crede è uno stimolo a riempire il proprio presente di qualcosa di grande. Quest’uomo parla di mafia e non ha paura di parlarne, la mafia che vince oggi è quella della corruzione, della politica debole dai tubi rotti che lascia spazio alle infiltrazioni malate. Parla di crisi, del livello di povertà drammatica che il nostro paese sta raggiungendo e del bisogno di solidarietà e fratellanza più attuale e vivo che mai. Ma, ricorda che la solidarietà non deve essere il tappabuchi del diritto, sono i diritti che devono creare uguaglianza.

La nostra solidarietà deve svuotarsi di buonismo, della superficialità e dell’etica ambigua con cui si abusa di questa parola. Deve essere profonda, retta da relazione robuste come dice la parola stessa derivante dal latino “solidus”, la solidarietà va fatta bene ma non deve coprire e giustificare i vuoti della giustizia. Bisogna battersi per i diritti sempre, afferma, bisogna risvegliare le nostre coscienze, bisogna avere il coraggio di essere radicali e dire il nostro basta.

L’importanza del coraggio alla denuncia è unica, in Italia la malattia diffusa è quella dell’omertà oltre che della disonestà. E allora svegliamo le nostre coscienze con la cultura, guardiamoci dentro. Cosa vogliamo veramente? Il bisogno, secondo Don Ciotti,  d’amore, perché per cambiare l’Italia la strada è in salita, ma la parola Noi vince sempre.

Serena Bergamaschi

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