Ho visto l’inferno e m’è piaciuto

Piove. Piove e ho lasciato l’ombrello a casa. Piove, ho lasciato l’ombrello a casa e devo raggiungere i Teatini per una conferenza. Piove, ho lasciato l’ombrello a casa, devo raggiungere i Teatini per una conferenza e sono in via Taverna. Ho in mano uno dei tantissimi programmi del Festival del Diritto che mi sono procurato; questo, forse per la pioggia, forse per la fretta, mi pare più rovinato degli altri. Butto un occhio sulle ultime due pagine, osservando la cartina con i luoghi del Festival, e  giungo alla rapida conclusione che il riparo più vicino sia in quel dell’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Riparo. A questo punto scorro fino agli eventi di sabato 29. Sono le sei e dieci. Vedo con immenso piacere che è iniziata una conferenza da appena dieci minuti. Scopro con estremo rammarico che non è una conferenza, ma una lettura collettiva di poesie, che hanno qualcosa a che fare con l’Inferno. O forse con Auschwitz. Poco importa, la pioggia aumenta d’intensità. Io ci vado, poi vedo.


Ho scoperto la bellezza nel profondo dell’Inferno. Ho scoperto che è proprio lì che la si apprezza di più. Nell’assai scarsamente gremito auditorium riecheggia malinconico il suono di un piano. Un’attrice legge con voce tremante versi banali, di quelli che non si potrebbero mai trovare in un’antologia. Eppure sono belli, sono versi veri, versi che sanno di vita. Sono versi di gente che ha finalmente capito cos’è la vita, e ne riversa, ne affida quel poco che gliene rimane a delle rime. Sono i versi dei prigionieri di Auschwitz, di Ravensbrück, Theresienstadt, Buchenwald. Concentrati. Internati. Diversi.
Seduta davanti a me una ragazza piange, inondando di gocce il suo cardigan fuori luogo. Una coppia si tocca teneramente la mano, la testa di lei appoggiata sulla spalla di lui. Due anziane signore frugano in una borsa, alla disperata ricerca di qualcosa che probabilmente non c’è. In prima fila, un signore che forse lì c’era stato, guarda con grandi occhi da bambino il volto dell’attrice. La ragazza accanto a me muove le dita suonando un piano che non c’è, seguendo la melodia malinconica di sottofondo. E poi c’è un distinto signore di mezza età, un’altra coppia, due universitari, una signora con un buffo cappello, uno in giacca e cravatta, una con i tacchi troppo alti per l’occasione e uno con un maglione troppo largo.
Non siamo in tanti, anzi, siamo proprio pochi; siamo in pochi ad avere avuto il coraggio di scendere giù all’Inferno, o ad avere avuto la fortuna di capitarci. Però ci siamo stati, e possiamo dirvi che, in fondo, non è poi così male.

Riccardo Bassi

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