Una famiglia per un bambino

Piacenza, 29 settembre 2012, Auditorium di Santa Maria della Pace, ore 10.00

Una delle più alte forme di solidarietà, tema principale del Festival di quest’anno, è sicuramente quella operata dalle famiglie adottive e affidatarie. L’ospite della giornata è Luigi Fadiga, garante per l’Infanzia e l’Adolescenza in Emilia Romagna, che ci parla dell’evoluzione normativa e culturale che questo argomento ha avuto in Italia negli ultimi sessant’anni .

Per prima cosa egli affronta il tema dell’adozione: spiega infatti come fino alla fine degli anni ‘60 non ci fosse distinzione tra adottati maggiorenni e minorenni e come essa venisse consentita unicamente a persone che avessero superato il cinquantesimo anno d’età e non avessero figli. Ciò avveniva con la finalità di assicurare la continuità del nome e del patrimonio familiare a coloro che non erano riusciti a mettere al mondo degli eredi.  Vigeva dunque l’idea “ Un bambino per una famiglia” e non “Una famiglia per un bambino”. Fu solo nel 1967 che le cose iniziarono a cambiare, grazie alla legge numero 431, che sanciva una distinzione tra l’adozione di una persona adulta e quella di un minore, stabilendo che il minore adottato divenisse figlio legittimo della famiglia, uguale a quelli nati all’interno del matrimonio. Si operò quindi una sorta di “rivoluzione copernicana”, con la quale gli interessi e i diritti del bambino venivano messi in primo piano. Tale legge non era però ancora completa, e fu infatti oggetto di numerose critiche ed approfondimenti da parte dei legali, fino a giungere ad un’ulteriore riforma con la legge 184 del 1983, che oltre a dichiarare definitivamente la legittimità a tutti gli effetti dei figli adottati, richiedeva come genitori adottivi coppie coniugate più giovani rispetto ai cinquant’anni richiesti precedentemente, e con determinati canoni di idoneità. Si diede inoltre maggiore potere al Tribunale per i Minorenni, garantendogli un sistema snello per una veloce procedibilità d’ufficio, i servizi socio-assistenziari locali divennero più rilevanti e ci si aprì all’adozione internazionale.

Fattoci questo breve quadro generale Fadiga ci parla delle questioni  che sono insorte con il passare degli anni e con il cambiamento dei modelli famigliari: la necessità di uno schema di convenzione tra i diversi Paesi per regolamentare l’adozione internazionale( spesso infatti accadde che adozioni legali nel Paese d’Origine del bambino non lo fossero in Italia), il desiderio di un figlio da parte dei single o degli omosessuali ( cosa che ha provocato il diffondersi del motto “Un bambino ad ogni costo”),e  i diritti dell’adottato a conoscere le proprie origini. Il Garante Regionale ha sottolineato come questi siano temi scottanti e bollenti, e richiedano una discussione non solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello etico.  Fino a che punto, infatti, riteniamo giusto strappare un bambino dal proprio paese d’Origine? Dove finisce il desiderio di dare amore e inizia l’egoismo? C’è il serio rischio di dare vita ad un vero e proprio “mercato di bambini”, motivo per cui ora più che mai si avverte la necessità di una nuova riforma, stipulata mettendo sempre al primo posto gli interessi e i diritti dell’’adottato, anteponendo la salvaguardia della sua condizione a tutto il resto.

Altro argomento di cui Fadiga sottolinea l’importanza è l’affido familiare, ossia il collocamento temporale di un bambino in una famiglia idonea che si prenda cura di lui mentre i genitori originari risolvono i loro problemi, per poterlo poi riaccogliere e garantirgli migliori condizioni di vita. Questo tipo di aiuto sociale è considerato, sotto certi punti di vista, un gesto ancora più impegnativo dell’adozione stessa: i genitori affidatari devono infatti essere pronti a rinunciare al bambino cui si sono affezionati senza opporre alcuna resistenza, con la sola gratificazione di averlo aiutato nel momento di necessità. Inoltre un affido non dovrebbe protrarsi oltre i due anni, ma spesso a causa di ritardi e intralci un ragazzo resta nella famiglia più a lungo e, se viene poi dichiarato in “stato di abbandono”, ossia nelle piene condizioni di adottabilità a causa di una provata incapacità da parte dei genitori legittimi di provvedergli, non è automatico che venga adottato dalla famiglia cui era stato affidato fino a quel momento.

L’alternativa a questo tipo di soluzione è l’inserimento temporaneo dei ragazzi  in una comunità, ambiente che però non procura lo stesso livello di serenità e, per quanto ben gestito, non può garantire una situazione di totale “normalità” a chi ne fa parte.

L’affido acquista quindi valore ancora maggiore, e Fadiga lo definisce “uno dei gesti più generosi che si possa compiere”.  Ci riagganciamo quindi al tema della solidarietà, sentimento che non può che essere fortissimo in queste famiglie disposte a rivoluzionare la propria vita per regalare amore, stabilità, comprensione e serenità, pronte anche a farsi da parte pur di permettere ciò che è meglio per i loro “figli”.

Camilla Sacca

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