Ricorda: se hai bisogno di una mano la troverai sempre alla fine del tuo braccio

Solidarietà e conflitti.

Quest’anno il festival del diritto, giunto alla sua quinta edizione, alza il sipario mostrando un mondo di controversie e di tentati rimedi.

Solidarietà nei confronti dei giovani e dei meno giovani, dei figli e delle mamme, degli immigrati e degli italiani. Conflitti con la società, con l’istituzione scolastica, con la famiglia.

Ma ciò che intreccia solidarietà e conflitto dalla notte dei tempi è sicuramente la situazione femminile. Dalla società patriarcale alle rivolte degli anni settanta, dal delitto d’onore all’articolo 18 il ruolo della donna nella società italiana ed europea è sempre stato un argomento di scontro e conforto.

Oggi la situazione femminile, che si è finalmente riuscita a distaccare dalla sottomissione generazionale in atto fino agli anni quaranta, non si può dire sia più idilliaca. Infatti se studiamo le differenze di generazioni possiamo notare che i giovani non stanno meglio rispetto ai loro genitori sebbene le possibilità d’istruzione siano molto più elevate. Inoltre, malgrado l’elevazione del tasso d’istruzione, le disuguaglianze di genere non sono state ridotte e la crisi ha contribuito a peggiorare lo scenario.

La situazione lavorativa è statica e l’articolo 18 sulla riforma del lavoro non ha fatto altro che peggiorarla, ma non una voce si è alzata protestando, solo qualche fioco lamento di qualche casa in periferia.

“Prima almeno il treno si muoveva. Adesso questa generazione ha la sensazione di trovarsi seduta, o in piedi, su un treno che non si muove nemmeno. Il treno è fermo”. Queste le parole di Chiara Saraceno, una delle sociologhe italiane di maggiore fama, che giovedì 27 settembre è intervenuta nell’incontro tenutosi nell’auditorium di sant’Ilario.

Il treno di cui parla la dottoressa Saraceno assomiglia tanto a quello vero e proprio, che migliaia di studenti aspettano tutti i giorni, in cui si fanno piccoli piccoli per raggiungere la loro università, speranzosi in un futuro da ricercatori o da archeologi.

Questo treno è invece il ritratto di una società ferma su un binario morto. E questo treno oggi ospita soprattutto giovani donne, che vorrebbero tanto diventare madri ma non possono. Non possono perché diventare madre significa avere un posto fisso, significa vedersi lo stipendio dimezzato, significa pagare le spese mediche.

Essere mamme è diventato un privilegio di poche e non un atto d’amore di tutte.

L’Italia negli anni ha sviluppato un sistema di protezione della maternità tra i più decorosi, ma questo vale solo per i pochi che hanno la possibilità di un lavoro duraturo, a tempo determinato. Ciò rischia di creare un divario uomo-donna nella scelta consapevole della genitorialità. Le nostre istituzioni, mantenendo il loro assetto obsoleto, rischiano di trasformare le possibilità di lavoro delle donne in una spesa di lusso. Investire nei servizi significherebbe investire nel futuro e nei giovani. Oggi invece nulla sembra avere intenzione di cambiare, alle giovani donne vengono chiesti gli stessi doveri ma non gli stessi diritti; la maternità sembra essere diventata una malattia femminile e non più un fatto sociale.

Oggi la strada per i giovani è tutta in salita, non si vede nessuno all’orizzonte disposto a tendere loro la mano, c’è solo quel treno. Quel treno fermo nello staticismo della società. Ma se domani tutti noi ci sveglieremo e decideremo che quel treno deve ripartire, se tutti insieme proveremo a metterci alla guida di quel treno, allora potremmo riuscire a raggiungere quella fioca luce che ancora brilla infondo a quella ardua salita, potremmo dimostrare che la nostra voce è più forte delle urla della crisi.

Perché, care ragazze, come diceva sempre Audrey Hepburn: “Ricorda: se avrai bisogno di una mano, la troverai sempre alla fine del tuo braccio.”

Michela Negri

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