La dignità delle donne: diciamo no alle mutilazioni genitali femminili

“Le mutilazioni genitali femminili sono praticate per incentivare la castità, preservare la verginità, garantire la moralità, rispondere a presunti obblighi religione, aumentare il piacere sessuale maschile”.

Ancora nel XXII secolo gran parte delle popolazioni africane non sono riuscite a dire no alla barbara pratica di asportazione degli organi sessuali femminili che prende il nome di infibulazione.

In realtà quest’ultimo termine, che deve la sua derivazione dall’antico latino “fibula”, è solo una delle tante tecniche di mutilazione genitale adottata fin dai tempi antichi.

Le donne di mezzo mondo ancora oggi devono privarsi della femminilità, soffrono durante il barbaro intervento compiuto in luoghi sporchi e senza anestesia, accettano questa pratica che modifica in maniera definitiva, e non terapeutica, i loro organi genitali.

Ma il vero problema è che tante popolazioni considerano le pratiche Mgf (mutilazioni genitali femminili) come un obbligo religioso-politico: infatti la sessualità femminile rappresenta in molte società un problema e una risorsa allo stesso tempo, poiché in grado di generare la vita e quindi forza-lavoro.

 

Le culture retrograde percepiscono l’esigenza del controllo della sessualità femminile come un leone percepisce il bisogno di nutrirsi della gazzella: è un necessità puramente fisica, quasi naturale.

Privare del proprio corpo una donna passa in secondo piano rispetto all’oberazione mentale che caratterizza le culture prettamente patriarcali; se è vero che le mutilazioni causano infezioni e patologie psicologiche-sessuali alla donna, è vero anche che aumentano il piacere sessuale maschile e permettono al patres familia di avere il pieno controllo sulla vita sociale e sessuale della figlia.

Tutte le altre spiegazioni sono futili. La mentalità maschilista ha solo un comodo nascondiglio: la cultura.

Venerdì 28 settembre il festival del diritto, giunto quest’anno alla sua quinta edizione, ha dedicato una serata alla trattazione di questo delicato tema affrontandolo in diversi modi: prima attraverso la proiezione di un toccante cortometraggio dal titolo “Il coraggio di Milga”, poi attraverso performance teatrali e letture.

Le tre attrici ingaggiate rappresentavano, interpretando tre dottoresse, tre diverse correnti di pensiero rispetto a questa tematica. La prima esplicita e rispecchia il pensiero culturale; le pratiche sono giuste poiché seguono tradizioni culturali, è la donna a decidere ed accettare il suo destino. Il secondo filone di pensiero condanna la concezione della tradizione: la donna accetta le pratiche poiché è la mentalità e la cultura che lo impone. La terza corrente moralizza le pratiche mgf riconoscendo la sottomissione delle donne.

Ma il concetto che vuole passare senza dubbi è solo uno: essere donna nel mondo occidentale è complicato. Significa dedicare la vita all’uomo, accettare le imposizione senza minimo scontro, vedere scomparire il proprio ruolo morale e fisico; significa essere operata in un giardino sulla terra o essere venduta da tuo padre ad un ottantenne per quattro vacche; significa non poter sfuggire, non avere una via di fuga.

Come è possibile che tutte le donne del mondo non vogliano ribellarsi a questa sottomissione e manipolazione del corpo e della psicologia? Dopo le battaglie femminili degli anni settanta, le suffragette, le proteste alla società patriarcale è come se tutte le nostre conquiste fossero messe in discussione da pratiche barbare che tendono all’esurpazione del nostro genere. Come possiamo stare solo a guardare? Come possiamo accettare che in una qualsiasi parte del mondo questo accada? Come possiamo non voler fare provare ad un uomo qualsiasi le stesse sensazioni? La paura di un taglio sulla pelle nuda, il dolore dell’asportazione, la sensazione di avere perso un pezzo del tuo essere, la sofferenza mentre vieni ricucita con ago e filo, la sopportazione dei postumi dell’intervento, la convinzione che questo ti possa portare ad essere più pura, l’agonia del parto e dell’atto sessuale, oltretutto obbligatorio.

Né la cultura né la religione possono essere una scusa valida. Privare una donna del proprio corpo e soprattutto della propria vita non deve essere accettato.

E se potrà sembrare utopistico e irrazionale provare a cambiare tradizioni e culture secolari, si potrà cercare di seguire un proverbio africano: “mettiamoci insieme, riusciremo a spostare un elefante”.

Michela Negri

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