Oggettività contro solidarietà: la versione di Maurizio Ferraris

Piacenza, 28 Settembre, Auditorium della Fondazione, ore 15.00

Introdurre una figura come Maurizio Ferraris non è facile, specie se si è una semplice giornalista scolastica non ancora diplomata. L’uomo che mi siede davanti è infatti un professore universitario di fama internazionale(ha insegnato nelle maggiori università europee ed è attualmente docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Torino), dirige il CTAO (Centro interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata) e il LABONT (Laboratorio di Ontologia) presso l’Ateneo Torinese, è direttore de “La Rivista di Estetica” e scrive per le pagine culturali de “ La Repubblica”.  E’ inoltre autore di più di quaranta libri, tradotti in diverse lingue, di cui i più recenti sono “Anima e iPad” e “Il Manifesto del nuovo realismo”. Lasciamo dunque la parola a lui.

E’ la prima volta che partecipa a questo Festival come relatore? 

In teoria no, poiché avrei dovuto prendervi parte anche l’anno scorso, ma per una serie di impedimenti non sono riuscito ad essere presente, quindi questo sarà  il mio primo intervento ufficiale.

Il tema di quest’anno riguarda la solidarietà e il conflitto. Il titolo della sua conferenza, “ Solidarietà senza oggettività? Il Padrino e altri effetti collaterali dell’’antirealismo”, è abbastanza sibillino. Saprebbe delinearci brevemente come questa sua relazione si rapporta con l’argomento del festival? 

Certamente. Praticamente il mio intervento si basa su una critica di fondo che io muovo alla teoria di un filosofo americano degli anni ’80, Richard Rorty, il quale elaborò una teoria pragmatista secondo cui l’oggettività non serve per fondare la civiltà, ciò che davvero occorre  per permettere la convivenza è la solidarietà. Secondo Rorty, infatti, avere una visione oggettiva del mondo non è altro che un’ossessione della  filosofia occidentale, ossessione che deriva dall’Illuminismo e, ancora prima, dalla cultura greca. Egli sostiene che non è tanto importante ricercare il senso dell’’esistenza, quanto invece arrivare al superamento dei conflitti, cosa che può essere fatta privilegiando la solidarietà rispetto all’oggettività, sostituendo quindi la nozione di “verità” con quella di “utile”. Ora, per quanto questa teoria presenti degli aspetti interessanti e dei lati sicuramente positivi, e per quanto indubbiamente la solidarietà sia indispensabile a rendere vivibile una società, non posso astenermi dal far notare l’impossibilità di anteporla all’oggettività. Ed è qui che arriviamo al succo della mia relazione: fare a meno dell’’oggettività, annullarla per dare maggior spazio alla solidarietà, non potrà che dare frutti avvelenati, in quanto non è un vantaggio per il più debole, ma per il più forte.

Questa sua ultima affermazione si collega molto bene con la mia prossima domanda: vivendo noi in un mondo multietnico e multiculturale, la corrente post-moderna, alla quale appartiene Rorty, favorisce la convivenza tra gli uomini, poiché non essendoci valori assoluti, c’è più tolleranza. Introdurre un nuovo realismo, rimettendo quindi l’oggettività in primo piano, non potrebbe mettere in difficoltà questa convivenza? Non pensa che potrebbe esserci il rischio di giustificare la chiusura verso l’altro? 

Quello che occorre comprendere è che non esiste nessun nesso tra il privilegio dell’’oggettività e la chiusura verso l’altro. Bisogna capire oggettivamente i bisogni altrui, per poterli soddisfare nel modo migliore. Pensiamo solo al campo della medicina: è più attento alle nostre esigenze un medico che ci cura con un metodo scientifico e oggettivo o uno che si mostra aperto a varie opzioni, magari anche ai metodi delle tribù africane, dato che non c’è un sistema assoluto? Il post-moderno ha mandato avanti una retorica di finta tolleranza, e a sostegno di ciò porterò tre esempi: il primo, quello del populismo mediatico,e mi limito a citarle Karl Rove,  consigliere di Bush, che, interrogato sulla guerra in Afghanistan, rispose che “noi creiamo una nostra realtà”; il secondo, che compare anche nel titolo della mia relazione, quello del “Padrino”: i mafiosi sono tutti solidali gli uni con gli altri, è difficile che contravvengano a questo valore, motivo per cui si dovrebbe prendere la mafia come modello di società; terzo, i tribunali hitleriani del 1944, formatisi in seguito ad un attentato al Führer, con lo scopo di reprimere i presunti attentatori: la solidarietà nazionale veniva anteposta all’oggettività. Addirittura, se vogliamo tornare ancora più indietro nel tempo, vediamo come il post-moderno possa considerarsi colpevole della condanna di Galileo da parte del Papa: era stato un filosofo post-moderno, Paul K. Feyerabend, a sostenere che nelle misura in cui non esiste una realtà oggettiva, Galileo non poteva avere ragione. Vediamo dunque, considerando questi contro-esempi,  come in realtà questo tipo di pensiero sia profondamente pericoloso, e come l’oggettività abbia un senso soprattutto  in un contesto solidale.

Le propongo ora un parallelo, che forse potrà sembrarle un po’ azzardato: la sua posizione nei confronti del post-moderno(ovvero un atteggiamento critico, volto a ricercare una verità e un sapere ontologicamente esistenti, riconosciuti da tutti), può essere paragonata a quella di Socrate nei confronti del relativismo dei sofisti nel V secolo a.C. ?

Sarebbe un parallelo troppo generoso nei miei confronti. Inoltre, ci sono tre sostanziali differenza tra me e Socrate: la prima è che lui era un filosofo, io non lo sono; la seconda è che lui diceva di non sapere, mentre io m’illudo di sapere qualcosa; la terza è che Socrate è stato condannato a morte, io spero di morire nel mio letto!

Ultima domanda, stavolta molto più concreta. Tenendo conto dell’’attuale crisi economica e della crescente disoccupazione giovanile, essendo lei un docente universitario, invita comunque le nuove generazioni a scegliere una facoltà come filosofia che, per quanto interessante e appagante a livello umano, non è al momento la più richiesta in ambito lavorativo?

Non è sicuramente la più richiesta, eppure posso assicurarle,avendo visto molte realtà diverse, che  ci sono tantissimi laureati in filosofia nei posti di rilievo, come ad esempio l’attuale direttrice di “Rai Educational” e molti direttori di giornali italiani. Se poi vuole un mio parere, visto il momento di grande trasformazione in cui ci troviamo, credo che apprendere delle regole e dei metodi specifici possa rivelarsi rischioso e obsoleto, mentre una materia come la filosofia, nella quale si studiano nozioni più generali, può invece renderci in grado di destreggiarci in più campi. Mi creda, non lo dico per interesse personale, perché non sono pagato per il numero di studenti, e un aumento delle iscrizioni significherebbe solo più lavoro da fare!

Camilla Sacca

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