Genetica e Darwinismo alla base della solidarietà dell’uomo

“Tutti abbiamo presente il concetto di razza, uno dei concetti meno insegnati è, invece, quello di evoluzione. Per questo la formazione scientifica delle scuole rende molto difficile o, talvolta, impedisce del tutto la comunicazione scientifica.” Così Alberto Piazza, professore di Genetica Umana nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Torino dal 1983 e Direttore del Dipartimento di Genetica, Biologia e Biochimica della stessa Università, ha iniziato il suo intervento alla quinta edizione del Festival del Diritto di Piacenza tenutosi il 28 settembre presso l’Auditorium Sant’Ilario. Dopo l’illustre introduzione di Claudia Di Giorgio, managing editor del mensile “Le Scienze”, il professor Piazza si è dedicato a spiegare minuziosamente quali siano i processi che determinano i comportamenti dell’uomo.

La domanda sporge spontanea. Cosa spinge l’uomo a comportarsi in modo solidale? La dimostrazione è, inaspettatamente, di tipo scientifico. Il genere umano risulta essere, per sua natura, spinto ad essere solidale con gli altri individui e con le altre specie in generale. “Lo stesso fatto che esista una molecola comune a tutte le specie, denota un’ascendenza comune. Per questo, Darwin stesso dice che le specie non sono fisse, ma possono moltiplicarsi e modificarsi gradualmente”. In una società come quella attuale, in cui emergono fatti ben poco solidali come casi di razzismo, tensione sociale, terrorismo politico, guerra, risulta strambo pensare che tutto il genere umano abbia un’origine comune e ciò porta grandi conseguenze, non solo in campo scientifico, ma anche sul piano culturale e sociale. “Molti sanno quando è nato Dante, pochi quando la specie umana” continua Piazza, che poi puntualizza: “L’uomo, molto probabilmente, anzi quasi sicuramente, nasce tra i 200 ed i 150 mila anni fa, in Africa”.

“La genetica, servendosi degli strumenti più sofisticati della biotecnologia, è sempre più precisa nella diagnosi della malattia genetica, ma, a tale precisione, segue una non altrettanto puntuale capacità di trovarne una cura.” Così Piazza continua nella sua analisi scientifica, introducendo lo studio dei geni. “La genomica, ampliando lo spettro di osservazioni dal gene singolo alla totalità dei geni, sta trasformando molti rami della medicina da una scienza che cura, ad una che predice la malattia in termini probabilistici. Il problema sta nel combattere la malattia. Non è possibile, per ora, curare del tutto la malattia genetica trovata, ma solamente posticiparne gli estremi mali”. In questo modo, la medicina trasforma il malato in un malato “cronico”, con conseguenze sociali non da poco. Ad esempio, in quale misura e da parte di chi si può garantire l’accesso al farmaco personalizzato al futuro malato cronico? Dalle parole del professore si intende, però, una profonda fiducia nel futuro delle scienze, in particolare in quello della medicina e della genetica, per cui non viene escluso a priori che, comunque non in tempi brevi, si arrivi ad una grande conquista in tali campi.

Alessandro Rossi

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