Diamante Pazzo continua a brillare

Capita. O per lo meno, a me capita spesso. Mi capita spesso di sentire un pezzo alla radio, di sentire lo speaker che ne annuncia l’autore, e di mettere quel nome in un angolo del cervello. E lo lascio lì, non ci faccio niente. Magari, mesi dopo, lo sento nominare ancora, in una conversazione, in un articolo, e dico: “Ah, si, è quello che ha fatto…“.

Syd Barrett è uno di questi, che senti nominare, ma non sai mai bene chi sia; per molti non è nessuno, per altri è “quello dei Pink Floyd che c’era all’inizio“, per alcuni sono quegli occhi stralunati che talvolta compaiono in qualche foto su “Rolling Stone“; per pochi, come me, Syd Barrett è l’espressione più pura della musica, la rockstar per antonomasia.

Non è un musicista, è un artista. E non nel senso che le sue canzoni sono opere d’arte (quello arriverà dopo), ma nel senso che studia ad un accademmia d’arte e, fondamentalmente, per la prima parte della sua vita fa il pittore. Certo, suona la chitarra, ma non è quello che può essere definito un buon chitarrista. Anzi, veniva universalmente riconosciuto come un chitarrista scadente, di quelli che sì, la chitarra la sanno tenere in mano, ma più di un arpeggio stonato non riescono a fare (come del resto il sottoscritto). E qui sta la bellezza di Syd Barrett; e qui sta anche la bellezza della musica.

Molto spesso la magia della musica sta in quattro accordi strimpellati e ripetuti nella loro purezza e semplicità all’infinito, piuttosto che in un assolo “strappamutande” di un quarto d’ora tecnicamente perfetto. In una canzone l’importante è ciò che si esprime, le emozioni che si trasmettono al pubblico, piuttosto che far mostra spudoratamente delle proprie abilità.

Su questo fondamento si fondò la musicalità di Syd Barrett, e di conseguenza dei Pink Floyd, per la seconda metà degli “amazing” anni ’60.

Siamo nel 1967, e a questo punto la storia del nostro protagonista sfocia nel tragicomico : una cartolina grottesca del trinomio  “sesso, droga e rock’n’roll”. In quest’anno i Floyd finalmente sfondano con “The Piper at the Gates of Dawn”, diventando un gruppo di fama internazionale. Il giovincello di Cambridge non regge il colpo, e crolla, impazzisce nel vero senso della parola, aiutato da ingenti quantità di qualsiasi cosa riuscisse ad iniettarsi in vena. Syd diventa apatico, vaga senza meta per le strade di Londra in pigiama, si rifiuta di suonare durante i concerti, si chiude in se stesso. A questo punto (siamo nel 1968) diventa inevitabile il distacco dalla band.

Per quarant’anni Roger Keith Barrett ha vissuto nel baratro della schizofrenia, alternando momenti di crisi profonda a periodi di folle lucidità, nei quali continuò a fare l’unica cosa che gli sia sempre riuscita bene: suonare male la chitarra, senza essere nulla di più di un Diamante Pazzo che continua a brillare, un’anima sperduta che nuota in una vaschetta per pesci.

Riccardo Bassi

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