Archivi del mese: marzo 2012

Il Diario della Maturità #3 – Cosa fare?

Ora che l’esame si avvicina sempre di più, vogliamo distrarci parlando di quel che verrà dopo. Che cosa c’è nel nostro futuro? Avendo scelto un Liceo, è scontato che dovremo affrontare almeno ancora tre anni di studio. Ecco allora che incombe su di noi la scelta dell’università, una decisione che influenzerà molto la nostra vita.

È un argomento scottante per qualsiasi maturando; a parte qualche raro illuminato che sa da quando era piccolo che cosa avrebbe fatto da grande, tutti gli altri sono davanti a un enorme buco nero. Cosa fare: lanciarsi dentro a capofitto o rimanere sull’orlo a guardare?

Chi non sa proprio dove sbattere la testa può iniziare a navigare sui siti delle università, anche se molti sono davvero disorganizzati. Per capire dove cercare le informazioni si perde un po’ di tempo, ma è il posto giusto per trovare tutto sulle facoltà e i loro piani di studio.

Invece, se si vuole entrare direttamente in contatto con il mondo universitario, esistono gli open day: sono giornate in cui le università aprono le porte agli studenti liceali. Ci sono le presentazioni dei corsi e si ha la possibilità di parlare con insegnanti e studenti, che sono disponibili a chiarire ogni dubbio.

Abbiamo visto che queste giornate aiutano davvero a capire com’è l’ambiente dell’università e della città. È ovvio che la presentazione sia sempre positiva: l’università cerca di dare un’immagine rassicurante, valida e seria di sé.

La scelta però va fatta guardando alla qualità dell’università, ma anche alle proprie inclinazioni.

Non è facile capire a diciotto anni cosa vogliamo fare “da grandi”, aggiungiamo poi che la crisi ci sta impedendo anche solo di sperare in un futuro simile a quello che hanno avuto i nostri genitori. La preparazione e l’impegno non garantiscono più un lavoro adeguato. La confusione è tanta, e così anche la responsabilità della scelta.

È vero che il presente non è dei migliori, ma possiamo costruire il nostro futuro per riuscire a realizzarci.

Perciò niente paura, la decisione arriverà da sé!

Comunque, dato che siamo ragazze serie, pensiamo che le vere decisioni difficili siano altre…

Elena Zanella & Alessandra Peroncini

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Tu che conosci il cielo

Quella di Cecilia potrebbe sembrare la storia di una ragazza qualsiasi: un’infanzia felice, una famiglia salda e serena, un buon rendimento scolastico, la fase dell’innamoramento nel periodo adolescenziale. Ma è proprio a questo punto che sorge alla luce la vera differenza, la vera svolta.
Cecilia si è innamorata, ma si è innamorata di Dio: un amore incontrollabile, il cuore è così pieno d’amore da volerlo dimostrare a qualsiasi persona, tutto ciò che esiste assume un valore al di sopra dello spirituale.
Oggi Cecilia  fa parte delle suore Carmelitane, ha deciso di farsi suora di clausura con l’intento di amare tutti, nessuno escluso.
“La clausura ti apre all’amore”.
Il percorso di Cecilia non è stato sempre facile: la famiglia contraria, la quotidianità persa, la mancanza della sensazione del sole e della neve, l’assenza dell’abbraccio forte della mamma, gli amici che non puoi più frequentare.
Ogni tanto si sentiva fragile, quasi prossima a sgretolarsi; ma la forza la puoi trovare solo in te stessa, solo nella compulsiva ricerca di un’astratta felicità, ancora così imperfettamente lontana. Allora ti asciughi le lacrime, ti lavi via i dubbi e decidi di continuare a camminare sulla strada che ti sei prefissata, che conduce alla salvezza.
“Le emozioni non chiare diventano verità”L’imperfetta vita di Cecilia ha iniziato ad acquistare il significato che da tanto cercava facendo la suora di clausura. Ogni minimo gesto dal rapporto con altre persone, impercettibilmente ridotto ad uno timido sguardo, alla sensazione di pienezza tipicamente derivata dalla pura soddisfazione,  e persino il rapporto con Dio produce emozioni nuove la cui gestione è ancora sofferta e macchinosa: è come innamorarsi, ti senti amato, è una cosa che da senso a tutto e che incide su ogni cosa.
Per lei la cella è il nostro salotto con il camino acceso, sono le emozioni che prendono fuoco e che si
alimentano con l’amore, la preghiera e con il silenzio.

“Si impara che nel silenzio tutto ha un eco più grande”.La vita di Cecilia è in ogni impercettibile gesto devota a Dio ed agli altri.
La sveglia mattutina è fissata per le 5:30: orario della prima preghiera giornaliera. La giornata è divisa in orari fissi ed è soprattutto vissuta nel silenzio. Si alternano momenti di totale solitudine a momenti di comunità.
Senza il silenzio si vive superficialmente, tutte loro lo sanno. La giornata è disposta però anche nel lavoro di comunità dove si svolgono i lavori di casa, si apprende l’arte del ricamo e ci si confezionano i vestiti con le proprie mani.
Sono organizzati momenti di ricreazione nei quali si ha la possibilità di confrontarsi con le altre sorelle riguardo tutto ciò che più le interessa.
La femminilità si sviluppa, solo in un modo diverso. Non esiste il truccarsi, il tirarsi i capelli o il farsi un bagno caldo. La femminilità si sviluppa con gesti diversi: nel prendersi cura di una persona e di farla crescere benché ciò sia fatto da lontano.

“L’amore arriva anche senza il contatto, l’amore è libero, non lo puoi stringere tra le mani”.

In che termini è quindi diversa Cecilia?
Sicuramente è diversa nell’insolito modo in cui a deciso di prendere in mano la sua vita, ma scrutando le sensazioni autentiche si percepisce solo una diversità superficiale.
Cecilia vive i suoi vent’anni cercando di donare la sua vita ad altre persone. Ma Cecilia siamo noi. È una ragazza che rispetta i suoi impegni, che si batte per ciò a cui crede, che tutti i giorni si rapporta con altre persone, che crede nel suo futuro, che percepisce sensazioni, che si emoziona per le piccolezze.
È una ragazza che basa la sua diversità sulla sua scelta di vita, sul luogo in cui si svolge la sua vita, sulle azioni fisiche di cui si costituisce la sua vita.
Ma la sua diversità è percepibile solo in superficie: è come quando l’acqua si mischia con l’olio, quest’ultimo accarezza solo il pelo della superficie ma la sua essenza rimane al di sotto.
La sua diversità è la nostra molteplicità.
Come diceva Platone tolto il superfluo rimane l’essenza.
“La fede è come l’amore, o ti fidi o non ti fidi”.
Testo di Michela Negri | Foto di Sofia Baldi

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La dolcezza della regola: “Impariamo ad ascoltare la musica”

La settimana di Flessibilità (comprendente il periodo dal 13 al 18 febbraio 2012), organizzata ogni anno dal Liceo Ginnasio Statale Melchiorre Gioia, prevede una serie di corsi di approfondimento, scelti dagli studenti, per rendere più interessante la vita scolastica e più vasto l’orizzonte culturale dei ragazzi. Tra le opzioni previste quest’anno spiccava il corso “Impariamo ad ascoltare la musica”, un excursus nella concezione musicale dal Medioevo al Romanticismo, tenuto dalla professoressa Caponetti e conclusosi sabato 18 febbraio 2012, presso la sede del conservatorio Nicolini, dove ha avuto luogo un breve concerto in cui sono state condensate tutte le nozioni imparate durante i giorni di lezione.

La melodia che sento non è un susseguirsi di precetti, o regole, a cui qualcuno si è attenuto nel comporla: sono solo tante emozioni, che nuotano insieme e si mescolano al mio suono, dando vita a quell’estraniarsi meraviglioso che prende, dovunque tu sia. Questa era la mia concezione della musica, pensando a quelli che preferiscono al rumore del mondo quello, magico e rassicurante, di ciò che passa oltre le cuffie, o a quelli che si lasciano rapire dal senso di potenza che l’atmosfera di un concerto può dare, sorvolando serenamente se una nota non è al posto giusto. Oggi ogni aspetto della cultura, non solo la musica, viene trasfigurato sotto la luce delle emozioni, e non sotto quella della ragione, dimenticando così che l’opera d’arte, per esser così perfetta, necessita di un talento soppesato e racchiuso da un sapere esperto, che lo possa indirizzare verso una via più sicura e veloce, più vicino al cuore, ma anche alla mente. Per questo, davanti all’invito “Impariamo ad ascoltare la musica”, la risposta non è stata solo quella schiacciante dell’anima, che la musica la sa già ascoltare, ma dell’intelletto, amante distaccato. Nell’esposizione, l’ascolto, il commento in classe non fluivano solo le sensazioni di fascino di orecchi affamati di piangere, o di ridere, ma soprattutto l’ammirazione verso un canale di espressione che non negava la compresenza di razionalità e sentimento.

L’evento, che prevedeva l’esecuzione di alcuni brani cantati o semplicemente eseguiti senza alcun accompagnamento musicale, è stato introdotto e presentato agli studenti dal professore Massimo Cottica attraverso una prima distinzione tra la musica lirica e la musica vocale da camera, per poi proseguire con l’ascolto diretto delle melodie, che spaziavano tra epoche e continenti lontani, ma accomunati da un uguale senso di raffinata compostezza propria della musica lirica da camera, privilegiata nel corso delle differenti interpretazioni. È stato quindi il soprano Ji Sang Kyung ad aprire l’evento con i due brani “Auch kleine Dinge” di Hugo Wolf, lied contenuto nella raccolta di componimenti “Poesie Italiane” tradotte dall’italiano al tedesco, e “Fleur de blé”( Il papavero), canzone d’amore di Claude Debussy. Ad essa è seguito il tenore Bernardino Di Domenico, interprete della “Musica proibita” di Stanislao Gastaldon e di “Ideale” di Paolo Tosti, e quindi l’esecuzione, da parte dello stesso Massimo Cottica de “L’isle joyeuse”( l’Isola gioiosa) di Claude Debussy, preceduta da un’analisi delle caratteristiche formali e stilistiche delle composizioni del musicista, mentre a concludere l’ascolto sono stati il soprano Sachika Ito e Federico Lisandria, con la sentita interpretazione della “Bachiana Brasileira” di Heitor Villa-Loboso, testo in cui viene messa in risalto la forte e drammatica concezione del compositore riguardo alla vita e alla morte. A facilitare la comprensione ed incrementare il piacere dell’ascolto sono state poi volte le spiegazioni di Massimo Cottica, inserite tra un’esecuzione e l’altra e utili soprattutto per inquadrare il pezzo musicale in un tempo ed in una mentalità. L’interpretazione musicale, coerente con il contesto in cui gli stessi interpreti hanno voluto collocare le melodie, offrendole alla carezza del mondo moderno, si è trovata perfettamente simile a quella che doveva essere propria di un antico salotto di moda in cui veniva eseguita la musica vocale da camera ed in cui la voce vibrava contenuta, dando accenno di espressività ma senza alterarsi ne trasfigurarsi, in un dolce moto di magia che di un quadro di vita tranquilla lanciava solo una sfumatura.

Li guardo e non riesco a credere che stiano sentendo ciò che cantano, che anche solo il pensiero di essere strumenti del passaggio dall’arte più pura all’orecchio più sordo non li tocchi: stanno fermi, e quel suono che prenderebbe me se solo lo ascoltassi un’altra volta, per loro sembra quello di passi lontani, o il rumore di un vento che soffia altrove. Sembra, ma non è. Se li si guarda bene, appare con imponente chiarezza l’evidenza di un passo, o di espressione, forse smorfia, che li trapassa, oltre le facce che devono fare gli interpreti standard, stereotipati dalla massa. In questo momento anche la musica, che, abituati a considerare fiume delle emozioni, inseguiamo con fiducia, mi appare come l’insieme di tante figurine, punti di uno stesso disegno frutto della stessa matita, posati dopo essersi trovati su uno stesso spazio. La grazia della musica di questa stanza in fondo è quella di tenere ancora nelle proprie mani il potere di stabilire un ponte tra la razionalità degli schemi matematici che la fanno esistere e la sensibilità che la rende amabile: snaturata di questo, fuori nel mondo, suonerebbe come quelle arie che, a furia di trovarsi nella bocca del popolo, può perdere di significato, ed essere addirittura fraintesa.

Sul concerto presso il Conservatorio Nicolini verrà scritto un articolo, sintesi e documento dell’esperienza scolastica vissuta, e testimonianza di quanta affascinante ma sconosciuta melodia vi sia ancora da recuperare nel mondo, e da portare all’orecchio della massa, così da ammaestrarla alla bellezza.

Sul concerto presso il Conservatorio Nicolini l’articolo che verrà scritto potrà dire solo quando e dove si è tenuto, alcuni nomi che la volontà di ciascuno sceglierà se tenere a mente, qualche informazione sulla storia della musica, in grado di arricchire, seppur di poco, l’orizzonte culturale, o di suscitare un barlume di curiosità. Ci sarebbero anche altri messaggi, ma poco importanti. È  come quando si ascolta una canzone: certe note rimbombano, altre sussurrano.

Arianna Gazzola

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Ottimismo… Profumo della vita o illusione degli ingenui?

E’ tardi, forse troppo per mettersi a scrivere un articolo, perché si sa che dopo una certa ora i pensieri si accavallano uno sull’altro e diventa difficile esaminarli separatamente, per cui finisce che si fa un mischione un po’ di tutto e un po’ di niente.  Però proviamoci lo stesso dai.

Sono maggiorenne da una settimana esatta ( sì, lo so, perdonate il momento di protagonismo), e, anche se tutti dicono che non cambia niente,  in realtà io un po’ diversa mi sento. Da quando ho compiuto gli anni, da quando sono diventata “grande”, ho iniziato, o almeno provato, a guardare la realtà da un nuovo punto di vista. Mi spiego: sono un’ ottimista di natura, mi sono costruita un paio di occhiali rosa con cui guardare il mondo, e vivo serena e tranquilla nella mia dimensione. Molti dicono di invidiarmi , ma so per certo che invece a molti altri infastidisce questa mia attitudine. E credo che ciò sia del tutto normale, perché, diciamocelo, chi non ha mai provato anche solo un filo di irritazione di fronte all’ ostentata felicità e gioia altrui? Nessuno, nemmeno la sottoscritta. Perciò, spinta dalla consapevolezza della mia “neo-maturità”,  ho abbandonato la mente a riflessioni fin troppo filosofiche, concentrandomi su tutte quelle cose negative che prima avevo sempre preferito non considerare.

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 Ebbene, lo ammetto, ci sono proprio restata male a realizzare QUANTE  fossero queste cose: l’Italia in preda alla crisi, le scarse opportunità di lavoro per i giovani, le persone che impazziscono ogni giorno più spesso ,la cultura che perde valore, le disgrazie frequenti, le situazioni adolescenziali che diventano sempre più complicate, il pessimismo che domina ormai i cuori e le menti. Ho seriamente preso in considerazione l’idea che fosse meglio darmi una svegliata, che ormai voler vedere il lato positivo non fosse altro che un’ illusione dietro cui si nasconde chi non vuole accettare la realtà.

Eppure, alla fine ho deciso di non  togliere il mio paio di occhiali. Rifletteteci: se ci pensa già il mondo a procurarci tanti disagi, non ha proprio senso che ce ne creiamo altri da soli. Ci sono sicuramente situazioni nella vita in cui si può solo accettare quello che succede e tirare avanti, ma a volte il conforto di un’illusione, la visione leggermente distorta delle cose, possono darci la forza di volontà che crediamo ci manchi. Certo, non possiamo vedere tutti le cose nello stesso modo, i bicchieri mezzi vuoti ci saranno sempre, ma nessuno può impedirci di prendere la bottiglia per aggiungere un po’ d’acqua, se crediamo di poterlo fare.    

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Due giorni di cogestione: il mondo sta cambiando

Il mondo sta cambiando. Questa breve frase che racchiude un’infinità di trasformazioni e punti di vista è stata scelta per intitolare le due giornate di Cogestione svolte nelle mattinate del 7 e 8 marzo presso le aule del Liceo Gioia. Il mondo sta cambiando, e lo sta facendo in piccola parte anche questa scuola.

Le otto assemblee che si sono svolte nell’istituto hanno riscosso un grande e a tratti inaspettato successo, la partecipazione scolastica è stata ampia, e non si parla certamente di una massa di studenti apatici e disattenti, felici di perdere ore di lezioni standardizzate, bensì di un insieme di giovani proiettati verso un dibattito esauriente, intelligente e senza peli sulla lingua. Importante è sottolineare che tutta l’organizzazione è stata degli studenti, i quali hanno chiamato anche esperti esterni. Tutto questo per portare un’ondata di cambiamento nella routine scolastica, vivendo in un modo diverso l’ambiente in cui ci ritroviamo ogni giorno, approfondendo tematiche note, magari non così conosciute e approfondite autonomamente dallo studente medio.

Uno degli incontri con la più alta affluenza è stato “welfare –giovani e futuro”, in cui un giovane universitario ha spiegato chiaramente il significato di welfare nella vita di noi studenti per mezzo di un efficace mix di esperienze personali ed informazioni riguardanti politica italiana ed estera. In questo paese ciò che dovrebbe garantire i nostri diritti, la nostra qualità di vita e le nostre aspettative di studio o di lavoro, è efficace? A questa domanda si è aperto un dibattito acceso, riguardante la necessità di un’autonomia sociale dei giovani, la qualità dei servizi nel mondo universitario, i tagli allo studio, le prospettive lavorative, la precarietà e l’incubo del primo impiego sottopagato e a tempo determinato.

A puntare la lente d’ingrandimento sulle problematiche del nostro liceo è stata invece l’assemblea “studenti per il cambiamento: democrazia e partecipazione”. Due rappresentanti (uno d’istituto e uno di consulta) hanno espresso la necessità di una maggiore partecipazione scolastica, di un coinvolgimento attivo dei ragazzi nelle assemblee e nei comitati studenteschi, condividendo con i partecipanti critiche e proposte.

Il dibattito più coinvolgente, in cui anche la sottoscritta ha dato sfogo ai suoi pensieri, si è svolto nell’assemblea “la forza delle donne”, gestita da tre studentesse del liceo. La concezione della donna è stata sapientemente affrontata da ogni punto di vista, analizzando prima le vite di Franca Viola e di Franca Rame, ed espandendo poi il tema dello stupro, dell’umiliazione e diffamazione sessuale, delle sfavorite condizioni di lavoro. Non sono poi mancati gli incontri su tematiche sì conosciute dai giovani, ma spesso sottovalutate e considerate con sottile leggerezza: il sesso e le dipendenze.

In “sessualità: liberi di essere” due esperti hanno affrontato senza inibizioni il tema della prevenzione, della discriminazione omosessuale e delle abitudini sessuali tra i giovani. Nell’incontro “le dipendenze” invece, alcuni volontari dell’associazione Papa Giovanni XXIII hanno invece lanciato un’incisiva provocazione, addentrandosi nel disagio di una persona affetta da dipendenze ed effettuando con gli studenti un brainstorming che ha interessato non solo l’abuso di sostanze stupefacenti e alcooliche, ma disturbi del comportamento come anoressia, bulimia, dipendenza da shopping o da social network. Piena di riscontri a me ignoti, è stata infine l’assemblea “praticare l’antimafia a Piacenza”, capace di analizzare la composizione delle cosche mafiose e l’indiretta presenza di queste anche nel territorio piacentino e nel mondo universitario.

Il liceo Gioia, grazie ad alcuni dei suoi studenti, è riuscito a rispecchiare in soli due giorni interessi, preoccupazioni, aspettative e curiosità di noi giovani. Le classi piene di ragazzi volenterosi di esprimere le loro idee ad un esperto che si poneva al loro piano, hanno dimostrato quanto la partecipazione scolastica sia ancora viva, e quanto questa rappresenti un’arma che va oltre il bombardamento di informazioni a cui siamo soggetti ogni giorno. Il mondo sta cambiando.

Testo di Melania Degli Antoni | Foto di Sofia Baldi

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Intervista a un chitarrista “di nicchia”

Intervista a Fabrizio Lusitani in veste di componente di due gruppi piacentini come i “Flora” e “Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere”, tra le altre cose mio fratello.

Ciao! Dì qualcosa di te. 

Sono Fabrizio e suono la chitarra e da tanti anni, bazzico la scena musicale piacentina di nicchia. Molto di nicchia. Non è la mia prima intervista, ma le altre si contano sulle dita di una mano, e comunque questa è la prima “personale”.

Fai parte dei Flora da tanti anni, gruppo piuttosto affermato a livello locale… cosa ti ha spinto a creare parallelamente le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere? 

Nei Flora sono un chitarrista puro e mi sento parte di una macchina compositiva ben rodata ma anche complessa, perché composta da sei elementi, tutti musicalmente maturi e dai gusti vari e raffinati.

Il gruppo delLe Sacerdotesse dell’Isola del Piacere, invece, è molto più recente e nasce da un’iniziativa mia personale. Da un po’ di tempo covavo l’idea di provare in duo (voce, chitarra elettrica e batteria) alcuni pezzi che avevo nel cassetto, e alla fine l’ho realizzata. Abbiamo registrato di getto due canzoni, attualmente suoniamo in trio (con il basso) e abbiamo già un buon repertorio e alcuni live alle spalle. Con Le Sacerdotesse scrivo e suono in modo scarno e semplice, l’attitudine è diversa, più grezza. Faccio anche il cantante, quindi mi sento molto in gioco, è un progetto pieno di vitalità.

Guardandoti indietro: che maturazione musicale hai avuto  (e hanno avuto i Flora) da quando hai iniziato?

Suono nei Flora fin dagli inizi, era il lontano 1998! Posso dire di essere cresciuto musicalmente con e grazie ai Flora. La nostra musica è cambiata da allora, abbiamo spaziato tra vari generi musicali, post-rock, jazz-rock, rock italiano, sempre mescolandoli fra loro… definire il nostro genere ci ha sempre messo in crisi: penso che questo sia un buon segno, un segno distintivo di originalità. Abbiamo registrato due album e diversi demo, abbiamo suonato a destra e a manca, con il tempo perdi l’ingenuità ma cresce l’esperienza e la confidenza nei propri mezzi.

Suonare in un gruppo serve tantissimo a un musicista: io non sono un chitarrista “tecnico”, ma con il tempo ne ho imparate di cose. E poi suonare pezzi originali, cercare di inventarsi sempre qualcosa di nuovo, permette di migliorare e di trovare giorno dopo giorno la propria strada musicale.

Perché bisognerebbe interessarsi alla musica locale?

Scegliere di suonare in un circuito musicale indipendente di provincia vuol dire rinunciare ad un pubblico “di maggioranza”, in favore di una totale libertà creativa. Questa libertà creativa è la cosa più preziosa e interessante che la musica locale possa offrire, è la marcia in più, perché nella maggior parte dei casi la libertà creativa è inversamente proporzionale alla notorietà.

La scelta dei nomi: perché  “Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere” e perché “Flora”?

Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere con il loro canto attraggono i comuni mortali nel paradiso dei sensi. E’ il nome più assurdo che mi sia venuto in mente, è utile per non prenderci troppo sul serio, è un richiamo alla mia fantasia di bambino, perché Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere erano personaggi di un cartone animato.

Le ragioni del nome Flora invece si perdono nella notte dei tempi… penso che cercassimo un nome semplice e romantico. Sono contento della scelta, comunque, è un nome indipendente dalle mode e per questo ancora attuale, spero si possa dire altrettanto della nostra musica!

A che età hai preso in mano la chitarra (a chi ti ispiravi)? Suoni altri strumenti?

Ho iniziato a 13 anni e mi ispiravo ai Nirvana… suonicchio pianoforte, batteria, tromba (devo iniziare) ma sono ancora a livelli veramente pietosi.

Ultima canzone ascoltata?

Walkman: Black Keys, Rubber Soul; allo stereo: La collina dei cigliegi, Lucio Battisti.

Ciao, grazie dell’intervista!

Mi sono divertito, belle domande… ciao a tutti!

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Alessandro Lusitani

1 Commento

di | 8 marzo 2012 · 20:23

Diamante Pazzo continua a brillare

Capita. O per lo meno, a me capita spesso. Mi capita spesso di sentire un pezzo alla radio, di sentire lo speaker che ne annuncia l’autore, e di mettere quel nome in un angolo del cervello. E lo lascio lì, non ci faccio niente. Magari, mesi dopo, lo sento nominare ancora, in una conversazione, in un articolo, e dico: “Ah, si, è quello che ha fatto…“.

Syd Barrett è uno di questi, che senti nominare, ma non sai mai bene chi sia; per molti non è nessuno, per altri è “quello dei Pink Floyd che c’era all’inizio“, per alcuni sono quegli occhi stralunati che talvolta compaiono in qualche foto su “Rolling Stone“; per pochi, come me, Syd Barrett è l’espressione più pura della musica, la rockstar per antonomasia.

Non è un musicista, è un artista. E non nel senso che le sue canzoni sono opere d’arte (quello arriverà dopo), ma nel senso che studia ad un accademmia d’arte e, fondamentalmente, per la prima parte della sua vita fa il pittore. Certo, suona la chitarra, ma non è quello che può essere definito un buon chitarrista. Anzi, veniva universalmente riconosciuto come un chitarrista scadente, di quelli che sì, la chitarra la sanno tenere in mano, ma più di un arpeggio stonato non riescono a fare (come del resto il sottoscritto). E qui sta la bellezza di Syd Barrett; e qui sta anche la bellezza della musica.

Molto spesso la magia della musica sta in quattro accordi strimpellati e ripetuti nella loro purezza e semplicità all’infinito, piuttosto che in un assolo “strappamutande” di un quarto d’ora tecnicamente perfetto. In una canzone l’importante è ciò che si esprime, le emozioni che si trasmettono al pubblico, piuttosto che far mostra spudoratamente delle proprie abilità.

Su questo fondamento si fondò la musicalità di Syd Barrett, e di conseguenza dei Pink Floyd, per la seconda metà degli “amazing” anni ’60.

Siamo nel 1967, e a questo punto la storia del nostro protagonista sfocia nel tragicomico : una cartolina grottesca del trinomio  “sesso, droga e rock’n’roll”. In quest’anno i Floyd finalmente sfondano con “The Piper at the Gates of Dawn”, diventando un gruppo di fama internazionale. Il giovincello di Cambridge non regge il colpo, e crolla, impazzisce nel vero senso della parola, aiutato da ingenti quantità di qualsiasi cosa riuscisse ad iniettarsi in vena. Syd diventa apatico, vaga senza meta per le strade di Londra in pigiama, si rifiuta di suonare durante i concerti, si chiude in se stesso. A questo punto (siamo nel 1968) diventa inevitabile il distacco dalla band.

Per quarant’anni Roger Keith Barrett ha vissuto nel baratro della schizofrenia, alternando momenti di crisi profonda a periodi di folle lucidità, nei quali continuò a fare l’unica cosa che gli sia sempre riuscita bene: suonare male la chitarra, senza essere nulla di più di un Diamante Pazzo che continua a brillare, un’anima sperduta che nuota in una vaschetta per pesci.

Riccardo Bassi

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