Ne voglio ancora

Il problema di base che mi spinge a scrivere quest’articolo, dopo due mesi di assenza, è una crisi di nervi e un collasso del mio sistema nervoso, nulla di grave.

“It’s wanting more that’s gonna send me to my knees”.

Sono quasi due mesi che ho messo da parte la penna, due mesi che ho spostato i pensieri da un’altra parte.
Vedete, ho 17 anni: per quelli come me, più fai, più hai possibilità di sbocciare; più sudi, più porte ti apri.
Ci ho sempre creduto fermamente, ho passato un trimestre infernale, a correre dietro ad ogni sbocco possibile, cercando di rendermi disponibile per chiunque, tentando di essere il più utile possibile a chi avesse bisogno di me.

Di colpo, la mia testa è esplosa; tremavo nel letto, stringendo con le unghie il cuscino contro le tempie, cercando una via di fuga da quell’inferno che sapeva troppo di reale. Era tutta causa mia, e lo sapevo.

Qualche diavoleria farmaceutica e il dolore passa in fretta. Il mattino dopo il problema non era più il dolore fisico: la testa, che fino a qualche ora prima si rivoltava pietosamente su sé stessa, ora respirava aria fin troppo pulita.

Ho desiderato più di quanto sia in grado di sopportare, sono finito in ginocchio, sull’orlo di una crisi di nervi.

Qual era il problema? Credetemi, il dolore mi aveva accecato la mente: qualsiasi pensiero mi sembrava folle e subordinato ad un’inconfutabile follia (finalmente, potevo dirlo: ero impazzito); qualsiasi idea e/o risoluzione portava ad un peggioramento della mia salute mentale; inseguivo inconsapevolmente l’autodistruzione.

Le porte che avevo aperto mi stavano risucchiando, strappando ciascuna un pezzo di me, con denti affilati che smembravano ogni singolo mio muscolo, lasciandosi dietro soltanto scie di sangue e budella; gli spiragli di futuro che mi si erano preposti erano troppo vasti e troppo numerosi per poterli vivere tutti.

Non mi restava che ammettere la debolezza, forse solo mia, forse comune a tutti noi; una debolezza ed una fragilità che cerchiamo di illudere ogni singolo giorno, come quella storia sulla gazzella che ogni mattino si svegliava e scappava dal leone, per paura di essere divorata. Era vita, quella?

“I made it happen from myself”.

Quante persone vediamo ogni giorno della nostra vita, a cui non diamo particolare peso, magari rendendoci conto troppo tardi della loro importanza, solo quando ci sono passate di fronte, guardandoci per un’ultima volta, scappando da noi, forse per paura, forse per troppo amore, forse ancora per distruggerci con i sensi di colpa per averle lasciate fuggire?

Ci rendono vittime di una pena che detestiamo, ma che in fondo meritiamo; lo sbaglio più grande è guardare e attendere, magari per giorni, settimane, mesi; ma attendere cosa? L’impossibile?

“L’ho fatto succedere io”: sarà la frase migliore con cui ne potrete uscire.

“Just keep me where the light is”.

Niente vie di mezzo, niente compromessi: siate decisi e decisivi.

Il futuro è laddove saremo in grado di crearlo: se volete incazzarvi e denunciare il mondo, fondate un giornale indipendente, imparate le basi dell’intonazione e cantate; se volete diventare famosi, ingegnatevi (ma niente (ir)reality-show); se volete innamorarvi, sappiate cogliere il fiore quando sboccia, non un giorno prima, non uno dopo.

Esprimetevi, comunicate e siate protagonisti della vostra vita.

La luce è una sola, sappiatela scegliere tra le tante e rimaneteci dentro: lasciatevi ricoprire e immergetevi in essa con coraggio e senza paura per ciò che succederà.

State dove c’è la luce e non spostatevi mai.

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